Mariano Bellopede – Di altri sguardi (Banco Factory/Polo Sud, 2015)/Rocco De Rosa – Sonoaria (Helikona/Egea, 2015)

Il pianista napoletano Mariano Bellopede, concertista e autore di colonne sonore per il teatro, vanta diverse produzioni discografiche, tra cui quelle con il flautista Carmine Marigliano, e collaborazioni d’alto bordo. La tela del suo album “Di altri sguardi”, che porta come sottotitolo “Racconti dal Mediterraneo” (i dieci brani in scaletta sono ispirati ad accadimenti dell’attuale tragica storia del Mare Nostrum), è colorata di sfumature melodiche ma anche di passaggi stilistici convenzionali, di calore e di trame carezzevoli, di impulsi ritmici, intrecci ed aperture, di squarci di visionaria intensità e di alto tasso di evocazione. Un lavoro che si fa carico di note liriche, testimonianze e frammenti (Erri De Luca, Nazim Hikmet, Massimiliano Virgilio, Paquito – un indignado catalano – , Abou Al Qaim Al Shabbi, Gianluca Solera, Simone Perotti, Joumana Haddad e Ivano Fossati). Siamo sui sentieri jazz e world, con echi fusion, prog e inserti folklorici partenopei. Ben equipaggiato sul piano tecnico, Bellopede (pianoforte, tastiere, programmazione) condivide la scena con Alex Anzalone (basso elettrico, acustico o contrabbasso), Davide Esposito (batteria), Gigi Patierno (sassofoni e flauti) e Gino Evangelista (oud). Presenti in alcuni brani Federico Luongo (chitarra elettrica), Gabriele Borrelli e Michele Maione (percussioni), Carmine Marigliano (flauto), il quartetto d’archi Ondanueve, il coro di voci bianche dell’Istituto Comprensivo “Vespucci di Montediprocida, le voci di Alessio Arena, che firma il testo della bella “Una canzone bianca”, e di Francesca Colapietro, interprete dell’altrettanto espressiva “Fuoco a mare”, cofirmata da Marigliano. Si stagliano l’iniziale “Jasmine’s Elegy”, “La mer vers l’Italie”, “Sabir” e la conclusiva “Song for my sister’sons”. 
Con una solida pluriventennale carriera alle spalle, il compositore Rocco De Rosa, originario di Oppido Lucano, ma romano di residenza, dà alle stampe un doppio CD, il primo sostanzialmente retrospettivo, il secondo concepito per piano solo, registrato dal vivo al Goethe Institut di Roma nel 2013. Scandagliando il primo disco, incontriamo quattro composizioni inedite, suonate in sestetto con Pino Pecorelli (contrabbasso), Pasquale Laino (fiati), Alessandro D’Alessandro (organetto), Antonio Franciosa (percussioni), Claudio Merico (violino) e Santi Pulvirenti (plettri). Dallo scatto festoso di “Ue” (proposta anche in versione con Banda Osiris, alla liquida liricità di “Tornanti”, dall’ironica impertinenza campagnola di “Uncan Perlaia” con tanto di incursioni di cani, rane e pecore alla danzereccia “Jonica”, sono brani che rivelano il tratto originale di De Rosa, la sua capacità di coniugare antico e moderno, di attingere alla memoria popolare in una sorta di folklore immaginario, come di esplorare la melodia e di mettere in atto procedure armoniche e ritmiche che rifuggono rinsecchite ovvietà. Si prosegue con una summa della sua discografia, da “Alibi”, in compagnia dell’elegante voce di Barbara Eramo (da “I viaggi perduti”), a “Zenobia” con il soprano di Daniele Sepe (da “Officina”), attraversando brani tratti dal progetto “Trasmigrazioni” (con, tra gli altri, ancora i fiati di Sepe, il flicorno di Nico Casu, le voci delle Faraualla e del congolese Martin Kongo, che canta in “Hata”, traccia celebre perché inserita nel film “Aprile” di Nanni Moretti). Ancora numeri da “Rotte distratte” (featuring Riccardo Tesi e Giuliana Di Donno e le voci arbëreshë) fino al poetico “Trammari” del 2006. Nel secondo CD Rocco De Rosa si presenta in splendida solitudine: sono undici composizioni per piano solo di assoluto livello (“Sonoaria”, “Doppio Sogno”, “Hybris”, “Aura”, “Lieder”, “Nella penombra”, “Et Eu”, “La camera del cuore”, “Motu proprio”, “Transiti”, “Luce di ieri”). Il disco «nasce dall’esigenza di misurarmi per la prima volta con una dimensione solistica, capace di rispettare in pieno la natura delle composizioni», spiega l’autore. Ne deriva un paesaggio strumentale che si fa intimo e minimale, sempre caldo nelle sue sfumature e nel gusto ritmico, raffinato nell’eloquio strumentale, lontano dal virtuosismo auto-indulgente, abile esploratore nel conciliare, non rinunciando a ‘gradevolezza d’ascolto’ (qui rubiamo le parole della presentazione di Carlo Boccadoro), senso melodico, armonia ed improvvisazione. 


Ciro De Rosa