BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 23 settembre 2015

Numero 222 del 23 Settembre 2015

Apriamo il numero 222 di “Blogfoolk” con l’intervista a Luigi Lai, leggenda vivente della musica strumentale sarda e depositario dell’arte delle launeddas. Il quale, in occasione dell'undicesima edizione del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana, sarà insignito del premio alla carriera. Per celebrare l’avvenimento abbiamo parlato con il decano dello strumento tricalamo della sua attività di didatta, del suo metodo di insegnamento e delle criticità incontrate nei tanti anni di attività di maestro. Il nostro viaggio in Italia prosegue con le recensioni del nuovo lavoro dei Canusìa, “Fior di Cardo. Canti popolari del Lazio”, e del cofanetto CD con DVD degli emiliani Lassociazione, intitolato “Appunti da un viaggio immaginario”. Restiamo in Italia, ma ci apriamo all’Africa con il Consigliato Bologfoolk della settimana, che è “Ye Katama Hod/The Belly Of The City” della cantante afro-italiana Saba Anglana. Dalla scena musicale inglese vi presentiamo il nu-folk di The Unthanks (“Mount The Air”) e la canzone d’autore di “The Garden”, realizzato da Robin Adams. Paolo Mercurio ci porta poi ancora tra i decumani di Expo 2015 per il racconto dei più recenti live act di matrice folk. Direttamente da Napoli arriva la cronaca della doppia serata tributo a Fabrizio De André: “Na strada 'mmiez 'o mare”, nel corso della quale alcune delle più importanti voci della scena musicale partenopea hanno riletto “Creuzâ de mä”. Infine, si parla di musica del festival “Ande bali e cante”, svoltosi a Rovigo dal 12 al 13 settembre, e dell’esordio discografico dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti nell’intervista di Alessio Surian a Roberto Tombesi, raccolta a margine della manifestazione di cui l’organettista e leader di Calicanto è direttore artistico.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


PERSONAGGI FOLK
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Tradizione e oltre. Intervista al maestro delle launeddas Luigi Lai

Leggenda vivente della musica sarda, Luigi Lai è il più anziano depositario del repertorio tradizionale delle launeddas, appreso sin dall’età di sette anni sotto la guida di grandi maestri come Efisio Melis e Antonio Lara di Villaputzu. Se da un lato, Lai è l’unico suonatore di launeddas vivente ad aver vissuto, da giovane, l’epoca della centralità dei balli domenicali e dei contratti annuali stipulati con i suonatori. Dall’altro è colui che ha esplorato l’impiego dello strumento fuori dai confini della musica tradizionale,  portandolo anche nel contesto della world music. Dopo gli studi di sassofono e pianoforte presso l’Accademia Musicale di Zurigo, quando era emigrato in Svizzera, ha intrapreso un’intensa attività artistica che lo ha portato negl’anni a collaborare con numerosi interpreti della musica tradizionale sarda, tra cui la leggendaria Maria Carta, i Tenores “Remunnu e Locu” di Bitti, i Tenores di Neoneli, Elena Ledda e Mauro Palmas, nonché a confrontarsi con diverse espressioni musicali dalla musica pop al jazz, al fianco di artisti come Angelo Branduardi, Paolo Fresu, Enrico Rava, Enzo Avitabile e tanti altri. Numerose le sue registrazioni, oltre a quelle storiche di matrice etnomusicologica, ricordiamo  i CD “Canne In Armonia” del 2000 (Nota Records) e il più recente “S’Arreppiccu” del 2003, autoprodotto. Animato da una grande passione, instancabile impegno e curiosità verso le esplorazioni sonore, Luigi Lai ha acquisito uno straordinario livello tecnico che, unito ad una forte sensibilità artistica, gli ha consentito di esplorare nuove sonorità spaziando dall’elaborazione elettronica delle launeddas alla musica da camera fino a toccare composizioni di estrazione classica. Parallelamente alla sua intensa attività artistica, ricca di concerti in Italia come all’estero, il musicista sardo è costantemente impegnato nella preziosa opera di insegnamento dell’arte delle launeddas a tantissimi appassionati. In occasione dell’undicesima edizione del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, gli verrà consegnato il prestigioso Premio Alla Carriera. Per celebrare questo ennesimo riconoscimento, abbiamo intervistato il maestro Lai per approfondire con lui la sua attività didattica, soffermandoci sui metodi di insegnamento, le criticità incontrate negli anni e l’importanza di trasmettere l’arte delle launeddas alle nuove generazioni.

Maestro, trasmettere alle nuove generazioni uno strumento come le launeddas, è una sfida importante anche per far conoscere il patrimonio culturale della Sardegna… 
In Sardegna ci è rimasta solo la cultura, che è la migliore cosa che ci è rimasta. A noi spetta non solo curare e preservare la nostra tradizione, ma anche continuare a crearla, per trasmetterla a chi è interessato. Ci sono tanti giovani che sono incuriositi dalla nostra tradizione musicale, e credo sia necessario recuperare la nostra identità. Chi viene in Sardegna deve avere il meglio, solo così possiamo crescere.

Quanto è importante un maestro per un giovane che vuole apprendere uno strumento tradizionale come le launeddas?
C’è un errore che stanno commettendo i nostri rappresentanti politici, i quali mirano alla quantità piuttosto che alla qualità. Se succede tutto questo siamo fritti in padella, e la cultura è destinata solo a morire. È necessario cercare i veri maestri finché ci sono ancora. Personalmente ho avuto la fortuna di conoscere e studiare insieme ai grandi maestri delle launeddas, ho dedicato tutta la mia vita alla musica e sto cercando di diffondere la cultura sarda in tutto il mondo. Penso che ci siano dei ragazzi molto bravi, alcuni hanno studiato anche dodici anni alla Scuola Civica di Cagliari, e non so perché non emergano. Non so spiegarmi perché c’è gente che va avanti senza meritarlo, o meglio che è mandata avanti, perché magari loro nemmeno lo cercano. Anche alcuni che hanno studiato alla Scuola Civica di Cagliari, dopo pochi anni si sono sentiti già maestri, mentre io continuo a studiare ogni giorno. Spesso, quando esterno queste riflessioni mi dicono che sono polemico o cattivo, ma quello che vorrei è semplicemente continuare a preservare l’arte delle launeddas che il mondo ci invidia, mentre spesso noi facciamo finta di niente.

Quando ha cominciato ad apprendere l’arte delle launeddas, questo strumento era praticamente scomparso in Sardegna…
Una volta credo che fossero diffuse in tutta la Sardegna, ma alla fine sono rimaste nel Campidano di Cagliari, forse per un fatto di carattere perché qui sono più calmi rispetto ai sassaresi. Io andavo in bicicletta a Villaputzu per imparare dai miei maestri, e come loro facevo il calzolaio. Anche i miei maestri si muovevano in bicicletta o a cavallo, non era come oggi che puoi suonare a Berlino e domani sei già a casa. Prima se si andava a suonare a trenta chilometri, si restava a dormire la perché non c’erano mezzi. Dopo i ventidue anni, mi sono dedicato alla musica studiando la fisarmonica e il sassofono, e ho fatto il musicista di professione. Nel 1970 erano del tutto scomparse, non c’era quasi più nessuno a suonarle. Quando ero in Svizzera, mi videro suonare le launeddas, e mi invitarono alla festa di Sant’Efisio, dicendomi che erano disperati perché non trovavano più suonatori, anche perché lo statuto delle celebrazioni del santo imponeva che il suono delle launeddas accompagnasse ogni spostamento dei confratelli, e c’era solo un vecchietto di Villaputzu, Zio Felice Pile. Poi incontrarono me, che all’epoca ero giovane e sapevo suonare. Ormai sono quarant’anni che suono in quella festa. Ritengo di aver salvato dall’oblio le launeddas, e per fortuna ho anche un attestato che lo dimostra.

Parallelamente alla sua formazione, ha avuto modo di suonare in pubblico sin da giovanissimo.
Quand’ero ragazzino io, e parliamo di mezzo secolo fa, si suonava per stare con le ragazze. Diversamente non c’era modo perché nemmeno ti rispondevano. C’era una severità, un distacco terribile tra uomo e donna. Quando si suonava in piazza, ci scappava sempre il ballo, quello era l’unico modo per poter dare la mano ad una ragazza. Bisognava saper ballare, diversamente (ride, ndr) dovevi scrivere una lettera raccomandata ai genitori per la mano della figlia. Il suonatore era più fortunato, perché suonando aveva anche la possibilità di ballare quando a suonare c’era qualche altro. C’era il desiderio del ballo: ecco perché nel repertorio è andato perso qualcosa di più lento. 

Qual è il segreto della sua didattica?
Non c’è un segreto, ma una logica. La prima cosa è però rivolgersi a un maestro e avere pazienza di imparare. Io ho sempre seguito gli insegnamenti dei miei maestri, e se non fossero morti, sarei rimasto sempre con loro. Il maestro, se ti vuol bene, è indispensabile sempre. Se chi apprende è umile e si comporta bene, chi insegna gli darà tutto. Senza questa logica non si va da nessuna parte. La prima cosa che faccio quando incontro i ragazzi che vogliono imparare l’arte delle launeddas, è toccargli la mano, cerco di insegnargli le posizioni corrette con cui suonare. Spesso è accaduto che venissero dei ragazzi che avevano un approccio completamente sbagliato allo strumento perché non sapevano quali fossero le posizioni delle mani, e loro mi hanno detto che nessuno si era mai preoccupato di insegnarglielo. Chi fa lezioni di pianoforte sa che la prima cosa che un maestro insegna è come impostare le mani. Ci sono tanti giovani che quando suonano le launeddas sembra che si spacchino i nervi, ma poi l’abitudine di stringere lo strumento è tale che si fa anche fatica a cambiare. Tutto questo però non lo dice nessuno perché di maestri veri non ce ne sono, ma in giro ci sono solo soffiatori. Ai ragazzi bisogna spiegare perché non si suona in quel modo, bisogna essere capaci di insegnare. Alla Scuola Civica di Cagliari ci sono stati ragazzi che hanno studiato con me per otto, dieci anni, però in giro c’è tanta altra gente che non sa suonare, e che non andrà da nessuna parte. Suonare male uno strumento significa farlo morire. Lo strumento vive se lo si sa suonare. Facciamo l’esempio del violino o del pianoforte, entrambi vivono perché sono studiati ad altissimo livello. A uno strumento bisogna dedicare la vita. Quando ero alla Scuola Civica di Cagliari ho detto che c’erano alcuni che non sapevano suonare, ma mi hanno risposto che non erano così. Ci vuole coraggio nel prendere una posizione forte in questo senso, e anche la Regione, o i comuni che pagano tre o quattro mila euro per una stagione, non dovrebbe aiutare chi non insegna nulla. 

Quali sono i primi passi da compiere per chi vuole cominciare a scoprire le launeddas?
Per questo strumento bisogna avere molta calma, molta pazienza. È uno strumento che ti ruba la vita, e bisogna studiarlo bene! Bisogna dedicarci la vita come ho fatto io. La prima cosa da fare è imparare a dosare il fiato. Ci sono alcuni che imparano in dieci minuti, altri impiegano settimane. Piano piano poi si passa a come prendere lo strumento, anche qui ci vogliono almeno due o tre mesi per acquisire una certa sicurezza. Come dicevo, prendere male lo strumento significa partire malissimo. Molti che hanno imparato da altri a prenderlo in modo sbagliato ci mettono ancora di più. Poi si passa alle cose basilari, per lezioni e lezioni si fanno sempre le stesse cose, perché questo è il pilastro che ti aiuta a sostenere tutto. Io faccio sempre l’esempio del muratore che sta per costruire una casa. Se si vuole che la costruzione sia resistente, devono esserci fondamenta salde, un po’ come accade anche con le barche, che devono avere una struttura solida. Prima di ogni cosa bisogna, quindi, avere solide basi: è una lunga salita a cui seguirà poi la discesa. Se non si è preparati la salita non finirà mai, al contrario avere una formazione solida successivamente ci permette di trovare pianure, e anche discese. C’è un mio allievo, un ragazzo di Villasalto, che studia Agraria, il quale in un anno e mezzo ha imparato tutto il fiorassiu a regola d’arte, così come il Punt'e organu. Lui sarà il futuro delle launeddas, perché non si è mai improvvisato come fanno tanti altri.

Quanto è importante imparare anche a costruire le launeddas?
Mentre parliamo, in questo momento, sto aggiustando delle luneddas. Non si tratta solo di accordarle ma a volta anche di ricostruirle. Ai giovani cerco di insegnare anche questo, ma anche qui bisogna avere pazienza. Io ne butto a centinaia finché non trovo quella giusta, è tutto fatto in maniera empirica, ma bisogna essere in grado di capirlo. Se il risultato non è quello che ci si aspetta, bisogna tornare sui propri passi e ricominciare. Se è lungo, è necessario farlo più corto. Io questo l’ho imparato dai miei maestri. È necessario fare con calma, è per questo che in molti poi si stancano e vanno via.

Quali sono le difficoltà che ha incontrato nella sua attività didattica?
Io avevo proposto alla Scuola Civica di Cagliari di estendere questo corso anche in altri paesi. Mi sarei preso io la responsabilità come supervisore perché capisco chi è in grado di insegnare tra i miei allievi. Sarebbe stata una cosa a catena. Poi sono nate le varie associazioni, e anch’io ne ho creata una, ma non sono capace a mendicare. Grazie a Dio mi sono sempre mantenuto senza mendicare, ma lavorando e studiando. Credo che la cosa più dannosa sia la banalizzazione della tradizione. Qualche tempo fa ho visto in televisione un’intervista ad un suonatore anziano e malandato: è una vergogna che si dipinga questo strumento in questo modo miserabile, quando in realtà c’è un grande suonatore vivo e qualche bravo giovane. Preferisco non interessarmi a queste cose, ma piuttosto dedicare il mio tempo a prepararmi, a studiare e a fare concerti. Però, negli ultimi tempi, mi ha fatto molto piacere vedere che c’è gente interessata veramente. È accaduto con gli allievi dell’ultima edizione di “Mare e Miniere”, che mi hanno dato grandi soddisfazioni, tanto è vero che gli ho detto di organizzarsi per venire in Sardegna almeno una volta al mese, in modo da poterli aiutare veramente. Io faccio quello che posso per non lasciare morire questo strumento. La cosa importante è però imparare le launeddas a regola d’arte, ma in molti preferiscono le cose facili: due note e sono già a suonare con la processione.

So che dedica molte ore della sua giornata a studiare…
Trascorro le mie giornate immerso nella musica. Durante il giorno suono sempre. Oltre alle launeddas, mi piace suonare la fisarmonica che ho studiato per tanti anni e ho fatto anche diverse serate di liscio a Calasetta o il sassofono che ho ripreso a studiare come un pazzo dopo tanti anni perché mi piace troppo. 

La sua attività concertistica, l’ha portata a suonare spesso fuori dall’Italia. Qual è la percezione delle launeddas all’estero?
Con Mauro Palmas facciamo molti concerti all’estero, e ogni volta mi chiedono come faccia ad avere fiato. Il pubblico resta sempre affascinato perché nelle launeddas c’è una ricchezza impressionante di ritmi, di motivi incredibili del tutto sconosciuti per loro. Ultimamente ho realizzato un documentario con uno studioso scozzese Barnaby Brown, e non mi sorprende tutto questo loro interesse.

Nelle sue esplorazioni sonore spesso ha incrociato la strada con la musica colta…
Io ai musicisti di musica colta gli dico sempre di avvicinarsi a questo strumento, ma mi sento rispondere che preferiscono Bach o Mozart. Questi musicisti hanno molta presunzione, ma sinceramente nessuno mi impedisce di suonare qualsiasi cosa. Infatt,i sono anche molto appassionato di jazz. Quando è suonato bene anche un barattolo è bello, se la musica è suonata male diventa folklore. 



Salvatore Esposito
Le immmagini sono fotogrammi tratti dal documentario di Carlo D'Alessandro e Barnaby Brown

Canusìa – Fiore di cardo. Canti popolari del Lazio (Autoprodotto/Altipiani, 2015)

“Fiore di cardo. Canti popolari del Lazio” è una selezione di brani musicali che i Canusìa – duo formato da Anna Maria Giorgi e Mauro D’Addia – hanno mutuato dal patrimonio etnomusicale del Lazio e, in particolare, dell’area dei monti Lepini. Si tratta di una raccolta molto ben fatta, dalla quale emerge un lavoro di ricerca che può essere ricondotto alla duplice prospettiva di documentazione e di rielaborazione del patrimonio espressivo di tradizione orale. E che si configura principalmente attraverso un profilo coerente, sia sul piano dei contenuti e del panorama sonoro di riferimento, sia sul piano delle interpretazioni. Come specifica lo stesso ensemble nelle note di copertina, lo scopo di questo lungo lavoro di ricerca (che si è protratto dal 2007 al 2014 e ha portato ai risultati qui raccolti grazie alla collaborazione di diversi informatori e cantori) non è solo quello di riportare in superficie un insieme di espressioni prodotte in un contesto socio-culturale ormai decaduto. Ma di riflettere, attraverso i contenuti testuali e il loro radicamento in quel contesto, su alcuni elementi di carattere generale, che ancora oggi mantengono evidentemente un preciso significato politico e culturale: il lavoro, i processi migratori, le relazioni sociali e il ruolo delle donne. Una volta elaborato e compreso fino in fondo il quadro dei riferimenti – che può far leva su una struttura musicale molto solida ed efficace – “Fiore di cardo” si rivela come una narrazione coerente. Dalla quale emergono anche “classici” della narrativa popolare (si pensi a “Mamma dammi cento lire”, “La Cecilia”, “Ciccirinella”) che, senza sforzi apparenti, assumono in questo nuovo ambito un profilo piacevolmente moderno, sorretto dalla passione per la ricerca e l’oculatezza nella “traduzione”. È inutile dire che lo spazio che si genera dal lavoro dei Canusìa va a integrare un’area di produzione molto ampia, ancorché differenziata in base alle modalità di interpretazione e alle aree di “raccolta”. Un’area che, a ben vedere, mantiene comunque almeno due poli di interesse. Il primo polo è senza dubbio la possibilità che lavori come questi danno alla potenzialità di diffusione e di fruizione dei repertori popolari. Il secondo è legato alle soluzioni musicali. Non si può mai sapere quale forma possono assumere i brani popolari, fino a che punto possono “estendersi” e trasfigurarsi in qualcosa di originale. E se si incastrano le condizioni necessarie, spesso le novità più stimolanti maturano proprio in riferimento a matrici molto tradizionalizzate. È ciò che si configura dentro al flusso musicale di “Fiore di cardo”, composto con una strumentazione che rifugge abilmente la ridondanza e calibra gli interventi di un ampio ventaglio di suoni (tutti acustici e legati in modo diverso all’immaginario e alle produzioni espressive popolari): violino, ciaramella, zampognette, fisarmonica, organetto, tuba, grancassa, percussioni, chitarre, flauto, cembalino, kazoo. L’album si chiude con gli “Stornelli anticlericali del’48”, che ben rappresentano – pur in un quadro retorico conosciuto – l’approccio dell’ensemble: il ritmo è secco e costruito su un ostinato di chitarra, la voce è decisa e compatta. La metrica dei versi è incoerente, anche se questi sono assemblati in quartine che si alternano a tre distici, che legano l’intera successione in una struttura più compiuta e congruente. 


Daniele Cestellini

Lassociazione - Appunti da un viaggio immaginario (Lindipendente/Self, 2015)

“Appunti da un viaggio immaginario” è un lungo racconto, una concatenazione di narrazioni, di immagini, di riflessioni che Lassociazione - ensemble forse non conosciuto come meriterebbe - ha organizzato in un lavoro molto ben fatto e articolato. Composto di un disco, registrato dal vivo nei primi mesi del 2015 in occasione di un tour di concerti nei teatri, e di un documentario video. In scaletta si susseguono tredici brani, tutti accomunati da una tensione interessante, un suono pieno e profondo (“Sedici”), riconducibili al live e, probabilmente, al progetto di pubblicarli in un nuovo disco. Progetto che ha impegnato gli autori a riorganizzare il materiale dei precedenti tre album (pubblicati tra il 2010 e il 2014), che sono stati selezionati per una nuova via, una nuova narrazione integrata, per l’occasione, con alcuni inediti. Insomma, scorrendo le tracce ci si immerge in un flusso coerente, nel quale ogni strumento assume una posizione significante, dentro un ordine costituito da elementi fondamentali: nelle melodie del violino, ad esempio, converge la maggior parte delle descrizioni musicali; i testi - sia in dialetto che in italiano - sono eleganti, sintetici, descrittivi e, sopratutto, evocativi di uno scenario intimo, profondo, ma connesso con un contesto generale di cui si possono cogliere gli aspetti più significativi (“Isola perduta”), come a voler lasciare scorrere un ciclo di immagini, di sensazioni. Questa tensione descrittiva e riflessiva orienta anche la costruzione musicale, riconducibile a un impianto strutturalmente folk, dal quale emergono - nonostante una strumentazione acustica e “classica” - suggerimenti, incastri, soluzioni mai scontate. Ce definiscono un profilo narrativo per niente retorico. Anzi, ciò che si produce all’ascolto è la riabilitazione di un insieme di “formule” probabilmente conosciute, ma che, grazie alla spinta di una progettazione dettagliata, si trasfigurano in segni nuovi. Che non ripetono niente e che ondeggiano tra una dimensione poetica molto forte (“Sabbia e malcontento”), che determina la coerenza della visione, l’efficacia della descrizione, e un sostegno strumentale rigenerato proprio dalla coerenza del racconto (o, se vogliamo spingerci un po' più in là, dalla coerenza dell’idea che lo nutre, che lo sostiene). A ben vedere, nonostante abbondino gli elementi di connessione con una tradizione espressiva che ha avuto anche abbastanza fortuna nello scenario musicale indipendente italiano (il legame con lo scenario musicale popolare dell’Appennino tosco-emiliano, un impianto folk-rock di ispirazione inglese, un’organizzazione armonica “romantica”, che richiama la tradizione cantautorale del nostro paese), ogni citazione plausibile rimane tale (“Al reml”). Rimane un cenno, un repere. E per questo acquisisce un significato più complesso, spostando il linguaggio de Lassociazione su un piano nuovo: innanzitutto da un punto di vista tecnico-esecutivo, che include l’interpretazione strumentale e, allo stesso modo, i contenuti testuali e il modo in cui questi sono cantati. L’ensemble riesce a intercettare e reiterare una soluzione convincente. E quindi ci assicura un impegno straordinario che va oltre l’ispirazione e arriva a definire un progetto coerente (come ho detto in apertura) di narrativa musicale. Gli esempi, in questo caso, sono diversi e si trovano in tutto l’album: “In canto”, il brano di chiusura dell’album, “Me i sun c’me sun”, “Ho stima delle cose” e sopratutto “Tera ud castigna” e “Guaza e brina ud l’adman”, due tra i migliori brani in scaletta. 


Daniele Cestellini

Saba Anglana – Ye Katama Hod/The Belly of the City (Felmay, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

In un certo senso il quarto capitolo della discografia di Saba, artista che è intreccio vivente di storie e memorie post-coloniali italiane, inizia là dove finiva “Life Changanyisha”, il suo disco precedente, in cui la voce del rapper somalo James Ndichu cantava (“James in Dagoretti”) speranze e difficoltà di vita nella capitale dell’Africa orientale. Perché “Ye Katama Hod/The Belly of the city”, che significa “La Pancia della Città”, titolo espresso in doppia lingua, amarico e inglese, offre uno sguardo intenso sul mondo reale, parlando di trasformazioni sociali e di sviluppo incontrollato delle metropoli d’Africa. Concepito in quell’Addis Abeba che cresce urbanisticamente a dismisura, assurta a simbolo di tutte le città africane, sia di quelle distrutte dalle guerre (come la sua Mogadiscio, dove Saba è nata da madre etiope e padre italiano) sia di quelle che sono oggetto di speculazione e di profitto, dissimulati nell’appellativo ineluttabile e assolutorio di modernizzazione. Quello di “Ye Katama Hod” è anche un vibrante viaggio musicale e poetico che si nutre di memorie personali e collettive, che attraversa il passato, il presente e il futuro di una città come la capitale etiopica che, d’altra parte, è storicamente fucina di elaborazione artistica, di fusione di modi musicali tradizionali e stilemi popular occidentali, come da anni ci insegna la strabiliante collana discografica “Éthiopiques”. Messi da parte i vestiti pop elettrificati, Saba Anglana (voce, autrice testi e musica), interprete di forte presenza scenica, dalla voce potente e guizzante, e il suo compagno Fabio Barovero (fisarmonica, piano, co-autore delle musiche e produttore) si affidano ad un’essenziale via acustica, in una certa misura, cameristica, brillantemente coadiuvati da Federico Marchesano (contrabbasso e contrabbasso preparato), Mattia Barbieri (batteria), Simone Rossetti Bazzaro (violino, viola), Fasika Hailu (krar), Asrat Bosena (masinqo) e Cristian Coccia (chitarra). Elaborato sulla scala pentatonica etiope anchihoye, “Gabriel”, è il brano d’apertura, cantato in amarico e somalo, in cui fioriscono memorie familiari e ci si rivolge all’Arcangelo, entità centrale nella religione copta ortodossa, per conoscere il proprio destino.
Subito, arriva uno degli episodi migliori dell’album, “Tariken” (“La mia storia”), che ci fa entrare nella pancia della città in mutamento. Il canto in amarico oscilla tra il sussurrato e il recitato, ma non mancano belle impennate, la melodia poggia ancora su una scala pentatonica, con una base ritmica di batteria e contrabbasso su cui s’incrociano violino e fisarmonica. In contrasto, “Zarraf” è urlo di riscatto, simbolo della liberazione che fuoriesce da quello stesso ventre urbano. È il singolo del disco, diventato anche un video. Con l’arpa krar e la viola monocorde masinqo in equilibrio su un ritmo rockeggiante, mentre le liriche in inglese e in amarico della canzone raccontano la storia di Melaku Belay, il danzatore etiope che è protagonista del clip della canzone. Cresciuto in strada, accanto allo storico locale Fendika, nella capitale d’Etiopia, Belay, diventato un grande artista, ne ha rilevato la proprietà. Saba si tuffa nella sua infanzia in “Markaan Yara” (canta: “Quando ero piccola in quei bei giorni tra le montagne dell’Harar”), che nella sezione strumentale è ispirato al pianoforte di Girma Yifrashewa, compositore a sua volta influenzato dallo stile della celebre suora pianista Emahoy Tsegue-Maryam Gebrou. Siamo in territori sonori che ondeggiano tra classicismo europeo, note blues e espressioni musicali etiopi. Ancora memorie avite in “Abebech” (“Fiore che sboccia”), dove sull’impianto della scala ambassel si produce la riuscita combinazione di piano, violoncello e fisarmonica. Come a proseguire la narrazione della tragica vicenda del precedente episodio, anche “Orod” (“Corri”) scava nelle ferite della memoria intima e familiare. In “Ma Celin Karo” (“Non posso trattenere”), Saba canta in somalo le sofferenze sociali e personali delle donne, pilastro delle culture africane, e non solo. Poi, si impone l’unico tradizionale del disco, “Tizita”, termine che indica sia una scala pentatonica etiope in chiave maggiore che dà movimento a questo brano sia l’espressione usata in amarico per indicare la nostalgia associata ai ricordi. Il brano popolare, ripreso dalla versione della cantante Aster Aweke, è ancora una volta un esempio mirabile della cultura musicale di questa parte di Africa orientale. Il disco, che corre lungo i crinali della memoria, trova degna conclusione in “Roob” (“Pioggia”). Qui il contrabbasso fa la parte del masinqo e si appoggia alle percussioni per rievocare il vigore delle interpretazioni dei cantastorie atzamari (ricordiamoci sempre del massacro dei tanti bardi, nonché dei prelati copti, messi a morte dal criminale Graziani, con il beneplacito di Mussolini, nella rappresaglia seguita all’attentato allo stesso viceré nel 1937). “Roob” è un esercizio esorcistico che consiste nell’accogliere gli accadimenti della vita, anche i più dolorosi come fatti naturali, spiega Saba nelle note del disco.


Ciro De Rosa

The Unthanks - Mount the air (Rubble Rouser, 2015)

Definire la musica di “Mount the Air” di The Unthanks non è immediato. Una solida base folk che attinge a canzoni del Dorset, a partire da una raccolta di songs scovata nella storica Cecil Sharp House di Londra, musica da camera eseguita da una strumentazione costituita da una tromba, un pianoforte, un violino e da percussioni, apporti jazz e pop. Si può pensare alle composizioni raffinate del cantautore Nick Drake, al folk dei Pentangle, alle esplorazioni dei Penguin Café Orchestra, alle atmosfere rarefatte dei Portishead. Sono melodie pensose cantate da limpide voci femminili, che fanno della gioia malinconica (lo so, è difficile crederci ma ascoltatele!) il loro tratto distintivo. Sul sito web ufficiale The Unthanks raccontano “Mount the air”. È il primo disco in studio dopo quattro anni dal precedente “Last” (ma, precisano, in questi quattro anni non sono certo stati fermi ed hanno collaborato con grandi artisti della scena pop, rock, jazz e sono stati impegnati in faccende personali come matrimoni e figli); ha richiesto due anni di lavoro ed è uscito per la loro etichetta Rubble Rouser. È la prima registrazione caratterizzata da una scrittura corale, nata da tutti e cinque i componenti della formazione (ovvero le sorelle Rachel e Becky Unthank, Adrian McNally, pianista, produttore e compositore nonché marito di Rachel, Chris Price alle chitarre e basso e Niopha Keegan al violino). È il primo lavoro ad essere realizzato nel proprio studio nel Northumberland (ai confini con la Scozia), allestito in un vecchio granaio, vicino al posto in cui Rachel e Adrian vivono con i loro due figli. “Mount the air”, la title-track che apre il CD, è un brano di oltre dieci minuti caratterizzato dal suono ovattato della tromba del performer jazz Tom Arthurs. Inizia trepidante e poi si apre e fluisce come un fiume in piena; tromba e pianoforte dialogano, così il tema si ripete e si rincorre incalzando le voci cristalline di Rachel e Becky che cantano: “I love my lord because I know my love for he loves me”. Seguono le altre tracce, in cui le voci, la tromba e il piano dialogano insistentemente, ammantate con leggerezza dalle sonorità di violini e percussioni. La musica folk è certamente il punto di partenza, nelle loro mani gentili si trasforma e diventa la base per un approccio contemporaneo, favolistico, a tratti leggero ma anche pensoso. Colpiscono l’equilibrio sottile e sospeso di “Died for love”, la melodia toccante del violino in “For Dad”. In “Magpie” le voci a cappella cantano un’oscura filastrocca: “One's for sorrow two's for joy three's for a girl and four's for a boy five's for silver six for gold seven's for a secret never told. Devil devil I defy thee”, mentre in sottofondo, quasi impercettibile, si ode un harmonium. Le undici tracce si susseguono in circa un’ora di musica. Lo strumentale “Waiting” chiude in modo interlocutorio il flusso di questo album non banale, da ascoltare e riascoltare per coglierne appieno tutti i chiaroscuri e le sfumature. Dopo ogni ascolto, vedrete, desidererete riascoltarlo ancora. 


Carla Visca

Robin Adams – The Garden (Backshop Records, 2015)

Segnato da una grave malattia cronica che ne ha impedito la piena realizzazione, Robin Adams è un cantautore scozzese di grande talento, che a buon diritto può essere definito l’erede di quella straordinaria generazione di songwriter aperta da Nick Drake e proseguita con John Martyn e Roy Harper. Il suo nuovo album “The Garden”, il quarto in carriera, raccoglie dieci brani autografi, ispirati dalla vicenda artistica Vincent Van Gogh. La vita e la morte del pittore olandese sono diventati la metafora di una profonda indagine introspettiva sulla sua esistenza, da sempre sospesa tra buio e luce, dolore e rari attimi di gioia. Sono riflessioni intessute tra le corde della sua chitarra, nate osservando il suo giardino seduto sul bordo del letto, e lasciando che la sua ispirazione lo guidasse verso la poesia. Registrato, mixato e prodotto nel suo studio casalingo, il disco è caratterizzato da atmosfere acustiche costruite sulle trame sonore intessute dalla chitarra a cui si aggiunge di tanto in tanto l’armonica e pochi altri strumenti. Se al primo ascolto il disco sembra peccare di monotonia, andando più a fondo si scoprono perle di raro lirismo, la cui poetica rimanda a quella dei quadri impressionisti. A colpire sono, così, brani come l’inebriante “The Garden” che apre il disco, la struggente “Paint Me The Day”, la romantica “Keep Me”, ma soprattutto il valzer “Holy Smoke” in cui spicca il violoncello di Peter Harvey, un vero gioiello che a buon diritto può essere definito uno dei vertici del disco. Di grande spessore sono poi gli spaccati introspettivi di “Troubled”e le due ballate “Need Not Turn” e “Midnight Blood”, ispirate alle descrizioni della guerra che Arthur Rimbaud fa nella sua poesia “Sleeper In The Valley”. La superba “Collision Course” che sembra evocare certe pagine dei primi dischi di Bruce Springsteen, chiude un disco di rara intensità poetica, da ascoltare con attenzione per coglierne tutta la sua profonda ispirazione. 


Salvatore Esposito

Musica etnica e folk tra i Padiglioni di Expo 2015

Musica, musica, semper musica è il nostro incipit. Facendoci guidare dalla ricchezza sonora tra le diverse popolazioni nel mondo, ritorniamo presso i Padiglioni di Expo, per proseguire il nostro libero percorso interculturale nella città di Milano. Nel mare magnum delle proposte folcloriche, abbiamo scelto di concentrare l’attenzione su alcuni eventi musicali ascoltati durante la seconda settimana di settembre. 

The Friel Sisters
Nonostante il tempo uggioso, numerosi visitatori sono in fila davanti al Padiglione irlandese. Di fronte all’ingresso vi è un piccolo palco, tutt’intorno un gruppo di ascoltatori intenti a bere birra e a mangiare patatine. Due giovani eseguono una giga. Una suona le “uilleann pipes”, l’altra il violino. Sono sorridenti, mostrano vitalità e abilità tecnica. Gli applausi tra un pezzo e l’altro sono sentiti. Dopo trenta minuti tirati terminano la performance. Iniziamo a dialogare. Sono le “Friel Sisters” e vengono da Glasgow. Si tratterranno a Milano per alcune settimane e sono state ingaggiate per suonare tre volte al giorno. Sheila è una dentista, ma è riuscita a ottenere un permesso lavorativo, purtroppo non sua sorella Anna, flautista. Clare è la più giovane delle tre sorelle, sta completando gli studi universitari, ma da tanti anni suona il “fiddle” (violino), con la passione per la musica folk.  Il trio è specializzato in “traditional irish music& song”, con un repertorio che comprende jigs, reels, slow airs (o’ Carlan air), marches etc. Suonano con gusto e con passione e sono molto legate alla propria terra, in particolare a Donegal nel North West. Due anni or sono, le tre sorelle hanno inciso il loro primo album, valorizzando una tradizione musicale appresa sin da bambine tra le mura domestiche, soprattutto dalla nonna e dalla madre. 
Hanno tenuto concerti in numerosi festival: in Europa, America e Asia e sono apparse come ospiti sul palco con gruppi consolidati quali Altan e The Chieftains.  Chiediamo a Sheila di parlarci del suo strumento, la cui sacca non viene alimentata dal fiato del suonatore, ma da un mantice azionato con il gomito destro. Ci chiarisce che le sue “uilleann pipes” (un sofisticato gioiello organologico) è composta di più parti realizzate da due liutai. La canna melodica (chanter) è stata costruita da Benedict Khoehlor (USA) usando legno di melo, mentre i “drones” e i “regulators chords” da Gordon Galloway (Scotland). Sheila spiega che per capire bene il funzionamento bisogna provare. Diventa insegnante, metodica nelle spiegazioni secondo la tecnica dell’apprendimento step by step. Analizzando le parti separatamente, la pratica esecutiva di base sembra facile. Con il gomito destro si aziona il mantice e la sacca si gonfia, mentre l’altro spinge per far giungere la vibrazione alle ance, sgonfiando lentamente la sacca. Nei fatti, posso garantire, il meccanismo di coordinazione non è semplice, ma il risultato finale è totalizzante, poiché i suoni melodici sono ricchi di armonici e rendono le timbriche particolarmente accattivanti. A dimostrazione della passione che ha per ciò che suona, non contenta, Sheila corre in camerino per recuperare il flauto traverso con il quale si eseguono le musiche tradizionali, facendo notare come i loro brani siano caratterizzati dal continuo contrappuntarsi o rincorrersi di tre strumenti solisti, sorretti dal bordone delle “uilleann pipes”. Dopo i rilievi specialistici, inizia a suonare. È abile anche con il soffio e dimostra di possedere una tecnica apprezzabile ma questo, dice Sheila con imbarazzata modestia, “… è lo strumento che suono per diletto, la vera virtuosa è mia sorella Anna”. Chi interessato, potrà vedere all’opera le tre sorelle Friel nei video caricati su YT: meritano.  

Tra gli amici della Sardegna
Spostandoci nell’area gestita dalla Coldiretti, siamo andati a curiosare tra i banchetti dedicati alla cucina sarda. Uno degli ospiti musicali è stato Gavino Murgia, sul quale non ci soffermeremo, avendo di recente dedicato a lui un contributo monografico.  Scriveremo, invece, del folto Gruppo degli “Amici del Folklore”, attivo sin dalla fine degli anni Sessanta, con il desiderio di valorizzare la conservazione e la divulgazione delle tradizioni popolari del Centro Sardegna, secondo la concezione corale tipica nuorese. Dal 2000, il Direttore è Tonino Paniziutti, prosecutore del lavoro iniziato da Cosimo Bitta. Al nostro arrivo ha radunato il Gruppo di fronte al mega screen del Padiglione Lombardia. Intorno ai ballerini in costume si è subito formato un folto capannello di curiosi, che ha avvolto a cerchio gli esecutori. Gli “Amici del Folklore” sono un’associazione culturale la quale, oltre ai danzatori, comprende il “Coro polifonico e strumentale di musica sarda”, tra cui un quartetto specializzato nel canto “a tenore”. Giovanissimi i due esecutori di organetto, entrambi allievi di Carlo Boeddu (originario di Ghilarza), insegnante presso la Scuola Civica di Nuoro. Sono Gabriele Mura e Valentina Chirra, la quale ha iniziato a studiare lo strumento a tredici anni. Ora ne ha diciannove e da qualche tempo viene chiamata ad accompagnare nei balli anche altri gruppi, come ad esempio quelli di Bonorva, Ploaghe, Siniscola (La Caletta). Vi è da ricordare che inizialmente gli “Amici del Folklore” dedicarono particolare attenzione al canto “a tenore” in accoppiata ai balli tradizionali (“Ballu tundu, Passo torrau, Dillu” etc), in seguito si specializzarono anche nel repertorio corale, oggi eseguito da ben trenta elementi maschili. A Expo, il Coro ha cantato con successo vicino all’incrocio tra “cardo” e “decumano”, a poche decine di metri dall’Albero della vita, iniziando a intonare “Non potho reposare”, tra gli sguardi curiosi e attoniti di un pubblico estemporaneo in prevalenza composto da turisti stranieri. 

Musiche dall’Est europeo
Restando in ambito polivocale, ci siamo recati presso il Padiglione della Lituania per approfondire la conoscenza del gruppo “Trys keturiose” (attivo dagli anni Ottanta), composto da cinque donne, tra cui Daiva Vyčinienė, etnomusicologa, la quale ha saputo dare valore al repertorio polivocale e coreutico delle “sutartinės” che, nel 2010, ha ottenuto l’inserimento nella “Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity” dell’UNESCO. Daiva è responsabile del Dipartimento di Etnomusicologia presso la “Lithuanian Academy of Music and Theatre” di Vilnius. Sobrie e impegnate sono le altre componenti del Gruppo (tutte hanno conseguito titoli di studio universitari), le quali in concerto vestono lunghe tonache di lino, con ampi scialli e il caratteristico copricapo. I canti sono contraddistinti dall’iteratività (verrebbe da aggettivarla come “mantrica”), sono suggestivi, con sonorità tendenti al grave. I movimenti di accompagnamento al canto sono lenti, quasi sacrali. Eppure ci troviamo di fronte a un repertorio profano femminile che, nel tempo, ha portato anche a varianti esecutive con strumenti popolari, tra cui rudimentali flauti di pan (denominati “skudučiai”) e altre tipologie di aerofoni popolari (corni, trombe, flauti di legno) o “cetre” popolari (pizzicate o suonate con un plettro).  “Sutartines” è il termine generale utilizzato per indicare le differenti esecuzioni polivocali, nelle quali abbiamo rilevato procedimenti di eterofonia, di parallelismo e d’imitazione a canone. Ci sono numerosi stili e modi per eseguire i canti, la cui tradizione vocale folclorica era storicamente concentrata (in prevalenza) nel Nord-est della Lituania, soprattutto nella regione denominata Aukštaitija (“Terre alte”).  I canti, in passato, potevano essere riferiti a diverse situazioni familiari o comunitarie quali, ad esempio, feste rituali, matrimoni, canti di lavoro o eventi straordinari come le guerre. “Sutartine” deriva da “sutarti” cioè essere in concordanza, in unione.  I canti polifonici possono essere da due a cinque voci. Nello svolgimento delle sovrapposizioni melodiche, è tipico l’uso del sincopato e del controcanto. L’esecuzione vocale non è mai fine a se stessa, ma è direttamente collegata ai lenti movimenti delle cantanti, le quali adottano figurazioni coreografiche assai varie (a cerchio, a quadrato, a stella, a raggiera etc.). I movimenti delle esecutrici sono moderati anche quando saltellati. Interessante è l’uso del “nonsense” in alcuni ritornelli o le forme accoppiate, in cui a turno due esecutrici intonano il primo riff melodico che viene proseguito da un’altra coppia, seguendo un processo continuo di scambi vocali i quali garantiscono una mutevole alternanza timbrica delle voci, soprattutto quando le coppie si sostituiscono, seguendo di volta in volta precise dinamiche coreografiche. A livello tradizionale questi canti non sono più diffusi come in passato, tuttavia in Lituania sono attivi diversi gruppi che ne mantengono viva la consuetudine polivocale, talvolta sperimentando forme di educazione musicale anche in ambito scolastico e societario. Di certo le “sutartinės” rappresentano un patrimonio straordinario che caratterizza l’identità musicale del popolo lituano e favorisce la condivisione di valori culturali. Le esecutrici del “Trys keturiose” sono speciali, contraddistinte da un amalgama vocale frutto di appassionate e sapienti ricerche, ma anche di sincero amore verso le tradizioni. Purtroppo, a Expo, hanno cantato in una location (a nostro avviso) poco adatta, situata tra il caotico ingresso del Padiglione e un posto di ristoro piuttosto chiassoso, a causa del continuo passaggio di visitatori. Torneremo presto a scrivere del “Trys keturiose” e sulle loro pubblicazioni discografiche e multimediali, fondamentali per chi desiderasse approfondire la conoscenza del repertorio polifonico lituano. 
Restando nei paesi orientali europei, nel Padiglione Ungherese abbiamo assistito a una performance pianistica del giovane concertista Ökrös Otto, proveniente da Budapest, il quale ha eseguito soprattutto musiche tratte dal repertorio classico. Dopo di lui si sono esibiti i “Buda Folk Band”, suonando senza interruzione per trenta minuti con tactus sostenuto. In particolare abbiamo apprezzato il virtuosismo del suonatore di “hegedü” (violino) Andor Maruzsenszki, alto, magro e dall’aria sognatrice. Osservarlo suonare è un piacere come pure ascoltarlo, perché ha la capacità di trasportarti subito dentro la musica. I ritmi sono vorticosi. Negli assoli risalta la bravura, la linea melodica è cristallina e l’interpretazione è molto sentita. Dallo sguardo e dalla postura s’intuisce che la sua mente è immersa nello “scorrere” musicale, caratterizzato da una vitalità ritmica entusiasmante. Il repertorio proposto è un contino susseguirsi di musiche folk, senza sosta, prevedendo in itinere ripetute accelerazioni, contro tempi e spostamenti di accenti in levare. Ha spiegato l’altro violinista, Csoóri Sándor, che il repertorio completo comprende anche alcuni temi musicali cinematografici rivisitati. I suonatori provengono da Budapest. Al “bögö” (contrabbasso) ha suonato una giovane strumentista, Eri Katalin, alla “bràcsa” (viola) Gergely Kerèggàrto. 

Musiche e balli dallo Yucatan
Varcando l’oceano, ci spostiamo nel Padiglione del Messico per conoscere quattro speciali interpreti provenienti dallo Yucatan, i quali hanno dato vita a una cerimonia Maya, nella quale i suoni e alcuni strumenti musicali acquistano un ruolo di rilievo.  “Ts’ iits ja’il u káajsa ’al Meyaj” è il nome dato alla consacrazione rituale, durante la quale viene invocato “Junab K’uj”, cui si devono la vita e lo scorrere del tempo in unione con i quattro elementi, secondo precise simbologie formali, sonore e cromatiche.  
I principali protagonisti della cerimonia sono  J-Men (guida spirituale) e altri tre suoi aiutanti. In tempi recenti, tali cerimonie sono state riscoperte e valorizzate (anche in ambito accademico), al fine di esplorare e meglio comprendere il passato religioso e spirituale in relazione ai significati identitari a livello popolare. Ci hanno spiegato che il rituale proposto a Expo è riferito alla richiesta di una benedizione divina prima di iniziare a seminare il mais. Nel corso della cerimonia sono stati utilizzati quattro “caracolas” (conchiglioni marini, i cui suoni identificano le principali fasi della cerimonia), la “tunkul” (strumento ligneo a percussione, bitonico), vari tipi di “sonajas” (differenti tipologie di “maracas”) e un fischietto in ceramica denominato “aguar”. In terra, a cerchio, erano collocati numerosi altri oggetti (candele, incenso, materiali vegetali etc.) adoperati secondo necessità dai performers. A seguito del rito Maya, hanno dato spettacolo i componenti del “Folk Ballet” dello Yucatán coordinati da Carlos Acereto, noto ricercatore premiato per meriti artistici e attivo in ambito universitario. Sua caratteristica è l’esser riuscito a raggiungere una personale commistione coreutica tra balli di diversa origine (messicani, africani, caraibici, spagnoli o di tradizione precolombiana). 

Citazioni in itinere
Tra i tanti suonatori e i gruppi ascoltati in questa settimana a Expo, citiamo fugacemente i percussionisti del Qatar, che hanno eseguito i ritmi tipici delle celebrazioni e dei matrimoni. Loro strumento tipico è la “tara”, realizzata con pelle bovina, legno di mango, sul quale sono fissati piccoli campanellini detti “bara shim”.  La Banda di Ginevra, diretta da Ferran Gili-Millera e, separatamente, due suonatori svizzeri di corni alpini (“Alphorns”). Quattro percussionisti del Kenia, impegnati ad animare ritmicamente una gara, cui hanno partecipato atleti di fama internazionale. Il gruppo bielorusso “Kupalinka”, proveniente da Minsk, specializzato in musica folclorica rivisitata in chiave moderna, avendo a supporto delle voci l’accompagnamento di un basso elettrico e di altri strumenti tra cui la fisarmonica, il violino, un aerofono denominato “zhaleika” e una grancassa sormontata da due piccoli piatti. Proseguendo con le citazioni musicali, si evidenziano la tedesca Etta Streicher, artista sperimentale, appartenente al cosiddetto”slam poetry”; il gruppo di musica folclorica cilena “La Cuadrilla”, al quale si sono aggiunti due ballerini in costume, provenienti da Santiago e specializzati nei “balli con il fazzoletto”; i percussionisti tailandesi (“Thai musical drum”) che suonano il “pengmangkok”, composto di sette tamburi allungati; i giovani animatori musicali del Padiglione argentino; diversi suonatori africani subsahariani che hanno costituito una band multietnica alla quale non avevano ancora attribuito un nome.
Inoltre, un gruppo di ballo iraniano (nel trambusto si sono smarrite le credenziali), accompagnato dal tamburo e dalla zurna, il quale ha rimandato l’esecuzione di un’ora, perché “… era improvvisamente uscito il sole …, di conseguenza preferivano esibirsi con temperature meno cocenti”.  Improponibile nominare tutti i suonatori e i Gruppi ascoltati a Expo in queste ultime settimane, ma riteniamo utile almeno evidenziare le cosiddette “Giornate nazionali”, durante le quali si sono esibiti gruppi folclorici provenienti dal Marocco (musica berbera), dalla Palestina (danze folkloristiche “El-Funoun”), dalla Turchia (Dervisci), dallo Sri Lanka e dell’Angola (balli tradizionali).  Tenendo conto delle idee cardine intorno alle quali è stata concepita l’Esposizione milanese, a loop, riaffermiamo che sarebbe opportuno unificare idealmente i differenti Padiglioni, dedicando un’intera giornata alla musica etnica internazionale e alla musica popolare italiana, a favore di un armonico dialogo fra i Popoli della Terra. Fiduciosi, restiamo positivamente in attesa. Nel frattempo c’è tanto da ascoltare. Già si ode risuonare l’incipit iniziale: Musica, musica, semper musica: intonandolo coralmente, il nostro percorso sonoro prosegue.



Paolo Mercurio
Copyright foto Paolo Mercurio


Na strada ‘mmiez ’o mare. Napoli per Fabrizio De André, Napoli, Maschio Angioino, 14 e 15 settembre 2015

Il rapporto con Napoli è uno dei sentieri più affascinanti da percorrere nella complessa vicenda artistica di Fabrizio De André, non solo per la perla “Don Raffaè”, scritta insieme a Massimo Bubola e Mauro Pagani, ma anche per i tanti riverberi, suggestioni ed evocazioni della cultura partenopea nelle sue canzoni. Illuminante in questo senso fu qualche anno fa il saggio di Federico Vacalebre “De Andrè e Napoli - Storia d'amore e d’anarchia” (Sperling & Kupfler, 2002), che coglieva perfettamente questa particolare osmosi ispirativa. L’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli e il Club Tenco, con il sostegno della Fondazione De André, hanno promosso lo scorso 14 e 15 settembre una interessante live and recording session, che ha visto protagonisti in concerto alcune delle voci della scena cantautorale partenopea impegnate a rileggere in napoletano “Creuzâ de mä” a trent’anni dalla sua pubblicazione. Dario Zigiotto, organizzatore della serata, nel presentare la manifestazione ha sottolineato: «È un’iniziativa che abbiamo inteso riferire alla riconquista del ruolo civile del Mediterraneo come mezzo di unione e di collegamento e che, nel nome di Fabrizio De André, apprezzando ulteriormente l’opera civile di questo grande artista, possa favorire ulteriori intese ed iniziative comuni tra città ed aree geografiche. 
Voglio, in proposito, rimarcare il fatto che Genova e Napoli, così diverse e fieramente attaccate alle loro identità, soprattutto linguistiche, si pongano in relazione a partire dal proprio idioma, in controtendenza con quanto accade nel nostro Paese e poco al di là dei confini nazionali. È una risposta, decisa e durevole, a quanti per egoismo spicciolo o tornaconto personale istigano alla paura del diverso, che nella maggior parte dei casi coincide con il più debole». Le riletture dei brani dello storico disco del 1984 del cantautore genovese, verranno raccolte in un CD e DVD registrato per l’occasione, il cui ricavato andrà a sostegno delle attività di Medici Senza Frontiere. Nell’arco delle due serate, oltre alle canzoni di Fabrizio De André, i diversi artisti coinvolti hanno avuto modo di presentare anche alcuni brani del proprio repertorio, mentre a intercalare i vari cambi di palco sono state le testimonianze di varie personalità del mondo della cultura e del sociale, affidate ad Annino La Posta del Club Tenco, condirettore artistico e direttore culturale del progetto (ha anche tradotto tutte le canzoni, ad eccezione di “Creuzâ de mä”, mentre nell'adattamento di “Sinan Capudan Pascià è intervenuto anche Gennaro Del Piano). Chi scrive ha assistito alla serata dal 15 settembre, quella live&record, la cui apertura è stata affidata al set di Teresa De Sio. 
La cantante, accompagnata dalla sua tour band, in cui spiccano il violino di H.E.R. e la chitarra elettrica di Sasà Flauto, ha proposto “Brigantessa” tratta dal suo ultimo disco in studio “Tutto Cambia”, la sua personale rilettura partenopea di “Creuzâ de mä”, trasformatasi proprio in “Na strada ‘mmiez ‘o mare”, in un adattamento che lasciava preferire quella su disco, e un’incolore trasposizione elettrica di “Tammurriata Nera”. Qui, va osservato che sul capolavoro deandreano si era già cimentato anni fa, e con significativi esiti neo folk, Carlo Faiello, che l’aveva riproposta come “Aonna ‘o mare” (e incisa in “…tra il sole e la luna”, 2010). Davvero intensa, invece, è stata la performance di Francesco Di Bella, che affiancato dalla sola chitarra ha messo in fila alcuni classici dell’ultima fase con i 24 Grana come “Accireme” e “L'Alba”, a cui è seguita una riuscitissima “Jamina” (“Jamìn-a”). Se il lucido e azzeccato set di Gerardo Balestrieri ha proposto tre brani autografi del proprio repertorio e un’ottima rilettura di “Sidùn” (“Sidòne”), lo stesso non si può dire di quello di Enzo Gragnaniello, accompagnato da Mimmo Maglionico ai fiati e da Piero Gallo al mandolino. 
Nonostante il physique du role, l’artista – finalista quest’anno con “Misteriosamente nella sezione dialettale delle Targhe Tenco – ha graffiato poco in “Sinan Capudan Pascià”, offrendo poi al pubblico il suo grande classico “Cu’ mmè”. Tra le grandi sorprese della serata c’è sicuramente Maldestro, cantautore napoletano, anch’egli in finale nell’edizione 2015 delle Targhe Tenco per la categoria ‘opera prima’ con l’ottimo “Non Trovo Le Parole”. Ad accompagnarlo è stata un’insolita formazione, dotata di basso acustico e violoncello. In scaletta, la sua originale concretezza autoriale ha trovato espressione in “Io sono nato qui”, “Dannato Amore”, “Sopra il tetto del comune” e in un’indovinata “’A pittima” (Dopotutto, è stato già insignito di un Premio De André e del Premio Piero Ciampi). L’arrivo sul palco di Nando Citarella, accompagnato da Pietro Cernuto alla zampogna a paro messinese, tamburo a cornice e friscalettu , Mauro Palmas al liuto cantabile e Gabriella Aiello alla voce, ha portato, finalmente, sul palco del Maschio Angioino i suoni della tradizione orale del sud Italia, spaziando da “Ferma Zitella” a “A San Michè”, fino a toccare la Sicilia del lamento “O Nici”. Ma la vera sorpresa della serata è stata la loro straordinaria “Â Duménega” (trasformata in “’A dummeneca”). 
La chiusura del concerto è stata, poi, affidata al duo Fausta Vetere e Corrado Sfogli, le due anime dell’ultima incarnazione della Nuova Compagnia di Canto Popolare. La cantante napoletana e il chitarrista casertano hanno proposto un set essenziale, costruito per la voce limpida (e ancora emozionante) della Vetere, nel quale hanno regalato alcuni gioielli del loro repertorio come “Capera”, “Fronna ‘e sott ‘o carcere”, tratta da “Circo Equestre Sgueglia” di Raffaele Viviani, “Canzone Appassiunata” di E.A. Mario” ed infine la versione nella lingua partenopea di “D’ä më riva”, diventata efficacemente “Da chella riva”. 


Salvatore Esposito e Ciro De Rosa

Festival “Ande bali e cante”, Rovigo, 12-13 settembre 2015

“Tutti al ballo!”: il 12 e 13 settembre, il Monastero degli Olivetani di Rovigo ha ospitato la quattordicesima edizione del festival di musica e cultura popolare “Ande bali e cante”: due giorni ben riusciti, nonostante le difficoltà a reperire risorse. A caldo, abbiamo chiesto al direttore artistico di sempre, Roberto Tombesi, uno dei maggiori organettisti italiani e co-fondatore dello storico gruppo veneto Calicanto, un bilancio della manifestazione, ma anche un aggiornamento sulle avventure di una nuova creatura: l’Orchestra Popolare delle Dolomiti.

È stato un festival che ha saputo fare di necessità virtù...
Sì, in effetti la Regione Veneto, oltre a non averci pagato il contributo 2014, quest'anno ci ha lasciato davvero a secco (“armonizzazione del bilancio”, si dice!). Fatto sta che, gioco forza, abbiamo dovuto fare un festival con pochissime risorse facendo leva sulla filosofia del kilometro zero. Come dici: di necessità virtù, in quanto da tempo c’era l’esigenza di fare il punto sulla musica da ballo dei nostri territori e la risposta è stata molto interessante da parte di tutti i gruppi invitati che lavorano nel territorio veneto-emiliano e zone limitrofe. Se, per forza di cose, quest'anno non ci sono stati i grandi eventi concertistici degli scorsi anni, le presentazioni del libro su Sergio Liberovici a cura di Paola Barzan e Chiara Crepaldi, quello sulla Danza popolare in Italia a cura di Attilio Baccarin, nonché la presentazione del CD dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti, intitolato “Concier di testa”, e del DVD con i Calicanto  “Il Pop di ieri” (dedicato ad  un fondamentale e poco conosciuto libro padovano del 1842 "Le voci del Popolo" di Berti e Zacco), hanno fatto di questo festival una chicca dal punto di vista antropologico e etnomusicale.

Come hanno risposto musicisti e partecipanti all’invito alla “Notte della manfrina”?
C’erano molti gruppi di danza e relativi musicisti, a dimostrare come nel Veneto la pratica coreutica sia fin dai primi anni '80 del secolo scorso molto diffusa a vari livelli. È stato divertente vedere a confronto tante varianti di polesana, bassanello, pive e manfrine. Purtroppo, un repertorio di danze, che– a mio avviso – a torto non è troppo frequentato, addirittura a volte è snobbato dalla pratica del bal folk italiano e internazionale. 

Nel pomeriggio di domenica un incontro ha fatto il punto sui balli tradizionali in Veneto: qual è il loro stato di salute?
Buono, il problema è che spesso si preferiscono gli standard franco-celtici-salentini. Il convegno ha messo a fuoco come sia necessario attivare da parte di tutti una consapevolezza culturale che possa valorizzare questi repertori che spesso, per provincialismo, comodità, mode e pigrizia culturale, non vengono da noi stessi abbastanza valorizzati. I convegnisti sono d'accordo nel metterein atto tutta una serie di appuntamenti, strategie e sinergie che a breve, a mio modo di vedere, decreteranno un nuovo corso della danza veneta. Di questo ne sono sicuro. Ho visto molti gruppi consapevoli della loro singolarità da cui risulta evidente la volontà di uscire da schemi un po’ triti. Alcune danze venete poco note, se opportunamente confezionate musicalmente (e qui alle volte c'è il limite di diversi interpreti), possono avere un riscontro davvero sorprendente. Il CD dell’Orchestra delle Dolomiti lo dimostra e spero anche il mio imminente CD dedicato alla danza tradizionale veneta per organetto (e non solo).

Per l’Orchestra delle Dolomiti è stata l'occasione per presentare il CD registrato in studio: come riassumeresti in poche righe un progetto così importante?
So di rischiare la presunzione e l’immodestia, ma ritengo questa enorme, bellissima fatica un vero atto di eroismo, di sana visionaria utopia (in barba a questi tempi), un’occasione di superamento di aridi campanilismi e un’opportunità unica di fraterna condivisione. Certo, abbiamo avuto i nostri momenti difficili durante la produzione del CD: mettere d'accordo oltre venti musicisti in un progetto molto democratico non è impresa da poco. Però, l’intelligenza, la sobrietà, la disponibilità, in definitiva, la qualità delle persone in campo hanno saputo farsi beffa di accese individualità,

Quali i progetti futuri?
Tanti. Pur sapendo che non sarà facile di questi tempi portare in tour un simile progetto (visti i costi e anche gli impegni dei singoli), sappiamo che il lavoro è di buona qualità e che non potrà passare inosservato. Ora cominceremo a promuoverlo a dovere, a partire dalla presentazione ufficiale del disco, che avverrà il 3 ottobre presso il Rifugio Fuciade, Passo di Pellegrino, Soraga (TN). In seguito, ci sarà una presentazione al prestigioso MUSE, il museo delle scienze di Trento progettato da Renzo Piano.

Un bilancio del festival?
Buona, sicuramente, nonostante i limiti dettati dall’impossibilità di ospitare gli artisti internazionali previsti nel nostro programma iniziale. È stato un festival di passaggio, organizzato all’ultimo momento con tanta passione e un pizzico di follia. Per il futuro non voglio sbilanciarmi, ma se la Regione non riprende a sostenerci in modo adeguato dovremmo rassegnarci a chiudere o a virare verso un festival di tipo più culturale come quello di quest’anno.



Alessio Surian

mercoledì 16 settembre 2015

Numero 221 del 16 Settembre 2015

Blogfoolk” è nei fatti sempre in movimento nei luoghi della musica: saremo a Somma Vesuviana, terra di paranze e di riti devozionali,  a coordinare l’incontro tra studiosi e musicisti all’interno del Festival campano Ethnos, che compie venti anni con un cartellone di tutto rispetto, e al quale rivolgiamo i nostri auguri. Siamo, poi, partner della XI edizione del Premio Nazionale per la Musica Tradizionale Italiana di Loano (25-27 settembre), che offrirà concerti di alcuni tra i migliori artisti votati dall’autorevole giuria di giornalisti e musicologi, ma anche un importante tavola di confronto tra addetti ai lavori sull’organizzazione dei festival di musica tradizionale. Ancora saremo ospiti della fiera musicale catalana di Manresa. Altre iniziative bollono in pentola, come il lancio della Transglobal World Music Chart, di cui siamo direttamente coinvolti, e il partenariato con il Medimex di Bari. Intanto, lanciamo il numero 221 del nostro settimanale di musiche world/trad/folk, che prende il via dalle valli Occitane del Piemonte, con uno speciale dedicato a Folkestra & Folkoro, ambizioso progetto artistico nato nel 2009 come evoluzione di un corso di musica d’insieme tenuto da Simone Bottasso, coadiuvato dal fratello Nicolò. Abbiamo intervistato l’organettista piemontese, soffermandoci sul percorso musicale dell’ensemble, sul repertorio, e sulle evoluzioni future. Ampio spazio è dedicato alla “world music” con il Consigliato “Blogfoolk” della settimana, che è “Musique de Nuit”, il secondo disco frutto della collaborazione franco-maliana tra Ballake Sissoko & Vincent Segal. Sul fronte delle musiche del mondo in heavy rotation in redazione anche “Homeland”, il secondo album davvero charmant della cantante franco-marocchina Hindi Zahra, e ”Linyera”, firmato dall’eclettico artista argentino Daniel Melingo. Torniamo in Italia per andare alla scoperta di “Addije”, il terzo lavoro della band a propulsione percussiva Takadum Orchèstra. Per la canzone folk, vi presentiamo la proposta del cantautore inglese Bobby Long, che ha registrato negli States “Ode to Thinking”. Non acora sazi? Eccovi servita la rubrica I Luoghi della Musica, che ci porta poi a Milano, dove Paolo Mercurio ha seguito per noi la tavola rotonda che ha aperto la rassegna “Voci dello Spirito: il suono nelle comunità religiose di Milano”, coordinata da Giovanni De Zorzi, etnomusicologo dell’Università di Venezia. Abbiamo poi assistito alla prima di “I was Looking At The Ceiling And Then I Saw the Sky” di John Adams, tenutasi a Roma presso il Teatro dell'Opera lo scorso 11 settembre. In chiusura, Gianluca Dessì propone un’analisi delle innovazioni sonore del chitarrista sardo Paolo Angeli nel suo recentissimo “S’u”.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC 
I LUOGHI DELLA MUSICA
JAZZ

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Folkestra & Folkoro. Intervista con Simone Bottasso

Nato nel 2009 come evoluzione di un progetto formativo di musica tradizionale d’insieme, Folkestra, sotto la direzione dell’organettista e flautista Simone Bottasso, coadiuvato dal violinista Nicolò Bottasso, è cresciuta negl’anni diventando un innovativo ensemble rivolto a giovani musicisti e cantanti che vogliono esplorare strade nuove legate alla musica tradizionale e alle sue possibili contaminazioni. A caratterizzare l’originale cifra stilistica dell’orchestra è non solo l’uso di strumenti tipici del folk al fianco di quelli contemporanei, ma anche evocativi arrangiamenti orchestrali attraverso i quali viene riletta e reinventata la tradizione popolare spaziando dalle musiche del Piemonte e delle Valli Occitane alle melodie della cultura francese, fino a toccare composizioni originale. Questo ambizioso progetto, negl’ultimi tre anni, è stato arricchito dalla nascita di Folkoro, un coro femminile che, oltre ad un proprio repertorio a cappella, dialoga con Folkestra negli arrangiamenti originali di canti appartenenti alla tradizione. Abbiamo intervistato Simone Bottasso, per ripercorrere insieme a lui le tappe di questo progetto artistico, soffermandoci sui metodi didattici, il repertorio, il lavoro in fase di arrangiamento ed orchestrazione, senza dimenticare i progetti per il futuro.

Come nasce il progetto Folkestra & Folkoro?
Folkestra nasce otto anni fa da un corso di musica d’insieme condotto da me e mio fratello Nicolò. Insieme ad una quindicina di musicisti demmo vita ad una piccola orchestra che proponeva brani del repertorio tradizionale con arrangiamenti semplici ed allo stesso tempo estemporanei. Piano piano il progetto è cresciuto, trasformandosi in una vera e propria orchestra, per altro assolutamente innovativa, non essendoci in Italia alcun ensemble con questo organico, tanto nel panorama della musica tradizionale quanto di quella colta. 
Nell’organico sono presenti strumenti tipici della tradizione popolare come organetto, fisarmonica, flauto, cornamusa, che convivono con quelli della musica colta come il sassofono, le ance, gli ottoni, e con una sorprendente sezione ritmica rock con chitarra elettrica, basso, e batteria. Inoltre, da tre anni ormai abbiamo anche un coro a cappella che si chiama Folkoro, diretto da Pietro Numico, con cui ho diviso l’esperienza con gli Abnoba. Pietro, oltre ad essere un ottimo pianista, è direttore di cori professionista e ha appena terminato il suo Master in Direzione alla Musikoschoele di Weimar. 

L’esperienza di Folkestra nasce dalla vostra costante attività didattica. Come si indirizza il tuo approccio didattico abitualmente?
Il mio approccio è a metà tra l’insegnamento ad orecchio e quello fatto sugli spartiti, leggendo la musica. E’ una cosa rara tra i musicisti tradizionali, ma sta prendendo piede in questo periodo. Inoltre lavoriamo molto sull’improvvisazione, sia individuale che dell’orchestra intera tramite sound-painting. Ritengo che questa metodologia con didattiche variegate sia indispensabile per il musicista del 2015, anche per avere i mezzi per suonare con chi proviene da altri generi. Agli inizi il corso di musica d’insieme era basato sull’apprendimento orale di melodie semplici, con arrangiamenti comprendenti semplici armonizzazioni, linee di basso e seconde voci, che poi si organizzavano insieme in una struttura.  Aumentando il numero di persone siamo stati obbligati a fare un lavoro di composizione precedente alla prova, andando sempre più nel dettaglio. Scrivendo tutto prima, le prove diventano dapprima un esercizio di lettura, poi si studia come orchestrare, come suonare insieme i vari brani (che per altro sono molto complessi attualmente), cercando poi di affinare il suono globale e dei singoli e lavorando sulla dinamica. Il lavoro è maggiore, sia per i compositori che per i musicisti, ma il risultato è che quando i pezzi “entrano” (e soprattutto alla fine dei concerti) siamo sempre tutti contentissimi e desiderosi di ricominciare con un nuovo repertorio. 

Quanto è importante coniugare insegnamento e pratica? 
Prima di trasferirmi in Olanda ho fatto molta attività didattica, tanto è vero che alcuni dei musicisti che prendono parte a questo progetto sono stati miei allievi. Ritengo fondamentale il passaggio dalla teoria alla pratica e per me è importante cercare di motivare gli allievi a trovare sempre nuove ispirazioni da inglobare in un progetto personale. In particolare, all’inizio avevo proprio la sensazione che mancasse un progetto didattico di questo tipo, perché a parte in rari casi i giovani che come me decidevano di intraprendere un percorso musicale legato alla tradizione non avevano modo di interagire con realtà orchestrali. E posso dire che dalla mia esigenza di trasmettere ai miei allievi la voglia di fare musica insieme è nato un grande ensemble formato da 50 musicisti. 

Tornando più direttamente all’esperienza con Folkestra. Come scegliete il materiale da orchestrare?
La direzione artistica, ovvero io, mio fratello Nicolò e Pietro Numico, si occupa della scelta della musiche. Ogni anno proponiamo un nuovo repertorio: recentemente abbiamo lavorato su composizioni scritte per gli stage che ho tenuto per due anni consecutivi al Festival Sentieri Acustici. Si tratta di alcune produzioni speciali che abbiamo tenuto noi tre, e che successivamente abbiamo orchestrato per Folkestra. Ovviamente consultiamo anche raccolte e libri di ricerche etnomusicologiche soprattutto della zona Occitana da cui proveniamo, ed è chiaro che ci lasciamo ispirare da queste musiche. Quest’anno abbiamo intenzione di creare un repertorio legato alla nostra zona, musicando poesie in occitano e arrangiando canti e melodie tradizionali delle valli Occitane.

Il repertorio vede quindi la presenza di brani originali e materiali tradizionali riarrangiati per l’orchestra…
Abbiamo lavorato sul riarrangiamento di canti tradizionali italiani, di musica da ballo (nel progetto Folkey diretto da Nicolò), e di musiche tradizionali europee (nel progetto del coro a cappella). Così come abbiamo avuto il contributo di diversi artisti con cui abbiamo lavorato come Riccardo Tesi, Elena Ledda e Mauro Palmas che ci hanno portato il loro repertorio per alcune produzioni che hanno fatto insieme a noi. Le musiche sono comunque sempre arrangiate e talvolta ricomposte da noi, esclusivamente per questo ensemble. Negli ultimi tempi inoltre ho iniziato a scrivere composizioni originali, che non partono da canzoni o brani preesistenti. 

Come hai approcciato il lavoro di arrangiamento nel far convivere orchestra e coro?
E’ una questione abbastanza complicata, soprattutto a livello dinamico. Diciamo che ho lavorato pensando ad un orchestra acustica con un direttore che si occupa di orchestrare il tutto in modo che tutte le voci si sentano. Il mio modo di scrivere in generale va molto nel dettaglio perché a differenza di un orchestra popolare in cui gli elementi musicali sono la melodia, il canto o la seconda voce, io cerco di lavorare come nella musica contemporanea orchestrale, quindi con delle linee per ogni musicista. Uno dei vantaggi di avere un proprio ensemble per cui scrivere è che io non scrivo la musica per un insieme indefinito di musicisti, ma per le persone che la suoneranno. La particolarità di questo progetto consiste proprio nel fatto che i musicisti ricevono parti scritte non per il loro strumento ma per loro, e questo rafforza il progetto.

Dall’esperienza con il Duo Bottasso alla direzione di Folkestra. Quali sono le difficoltà?
Mettere insieme un orchestra è sempre complesso, anche dal punto di vista logistico: in due è più facile organizzare le cose, c’è un intesa che ti permette di improvvisare, di lanciarti un’occhiata sul palco e capire entrambi quello che sta per succedere. L’orchestra, invece, prevede un lavoro di prove molto più lungo, bisogna scrivere la musica, provarla, trovare i momenti giusti in cui tutti sono presenti per andare a suonare. Non avendo un organico stabile ma piuttosto lavorando con musicisti che si alternano, ogni anno è un nuovo inizio. Il progetto, infatti, si pone a metà tra scuola ed orchestra, quindi a settembre il progetto riparte praticamente da zero, rendendo tutto più difficile. Tuttavia pian piano ce la stiamo facendo, e speriamo di allargare l’orchestra con l’aggiunta di nuovi archi che sono la sezione più carente (non a livello qualitativo ovviamente, ma numerico!)

Avete recentemente suonato a Folkest e ad Etetrad della famiglia Boniface. Portare in tour, Folkestra è però la sfida più grande che vi attende…
Al giorno d’oggi è difficilissimo far suonare dal vivo un’orchestra di cinquanta musicisti. D’altro canto il nostro progetto è semi professionistico perché ci sono alcuni che vi partecipano in modo amatoriale, per fare un’esperienza di musica d’insieme che non potrebbero fare diversamente. Altri musicisti sono invece già lanciati in una carriera professionale. Questo, in ogni caso, ci ha permesso negl’anni di partecipare a vari festival e grandi eventi. A partire dal 2011, Folkestra si è esibita nel corso di importanti festival italiani, ha collaborato con Riccardo Tesi, Elena Ledda&Mauro Palmas, il gruppo Accordzeam, la Banda Rumorosa di Boves, e ha dato vita ad alcuni grandi eventi come la rassegna “Folkestra Nights″. Da segnalare, inoltre, ci sono la partecipazione al progetto europeo ENFO (European Network of Folk Orchestras) a Vigo (Spagna) per una serie di concerti insieme alle più importanti orchestre folk europee: Tradalp, Sondeseu e l’orchestra folk della Sibelius Academy di Helsink, e la partecipazione al documentario “Tradinnovazione: una musica glocal” del registra Pietro Cannizzaro, trasmesso su RAI 3 nel corso del programma Magazzini Einstein.

Quali saranno le attività di quest’anno?
Le attività di Folkestra & Folkoro riprenderanno il 24 e 25 ottobre prossimo con l’inizio dei nuovi corsi.  Da ottobre 2015 ad aprile 2016 abbiamo organizzato una serie di incontri con cadenza mensile, volti alla creazione di un repertorio originale finalizzato alla messa in scena di uno spettacolo inedito. Il tutto consentendo ai partecipanti - musicisti e cantanti - di affinare le loro capacità tecniche, di improvvisazione e di musica d’insieme, valorizzando la vocalità, nell’ambito di un’esperienza orchestrale innovativa e d’avanguardia arricchita da un’atmosfera di grande condivisione. Per ricevere maggiori informazioni sui nostri corsi e attività è possibile contattarci sul sito www.folkestra.it compilando il form, o attraverso la nostra pagina Facebook, oltre ovviamente al nostro indidizzo e.mail folkestrabricherasio@gmail.com.

Ci sarà uno sviluppo discografico per Folkestra & Folkoro?
E’ il mio grande sogno, purtroppo questo progetto è completamente autofinanziato e non abbiamo sostegno di alcun tipo da parte delle istituzioni, a differenza di progetti simili al nostro presenti in Italia. Tutto ciò non facilita assolutamente la vita di questo progetto. Ad ogni modo, realizzare un disco con Folkestra & Folkoro è una cosa che mi interessa molto e a cui tengo, anche perché riflette il mio percorso come compositore degli ultimi anni. 

Quali sono le prospettive future di crescita di Folkestra & Folkoro?
Questo progetto mira ad essere come alcune orchestre che vedo in Olanda, penso ad esempio alla Metropole Orchestra, un’orchestra sinfonica che non suona musica classica ma jazz e pop collaborando con artisti di ogni genere. Io punto a fare lo stesso con la musica popolare, dare un suono orchestrale ai musicisti world che lo cercano. L’obiettivo è di creare una nuova tipologia di orchestra collocata nel genere della world music ma che preveda la scrittura sulla base anche dei miei studi di musica contemporanea, cosa che è nuova e preziosa. Insomma: realizzare l’incontro tra contemporanea e world che in Italia purtroppo è ancora assente.  


Salvatore Esposito