Soapkills - The Best of Soapkills, (Crammed Discs, 2015)

L’uscita di un “best of”, sia che riguardi il grande bluesman americano, la pubblicizzata rock band islandese o l’intraprendente giovane rapper del quartiere, fa sempre storcere il naso a fan e ascoltatori consumati. Questo perché troppo spesso strumento adoperato dalle major, proprietarie del catalogo di quel tale artista, per racimolare soldi senza rischiare l’investimento su nuovi progetti. La pubblicazione di questo “best of” a dieci anni dall’ultimo disco “Enta Fen” (2005) e dallo scioglimento dei Soapkills ha invece una valenza tutta particolare. In primo luogo è apprezzabile che Yasmine Hamdan e Zeid Hamdan (stesso cognome ma nessuna parentela), dopo un decennio di progetti artistici individuali, abbiano riunito le forze per selezionare i brani di questa loro antologia, non lasciando il compito al produttore di turno. Ma il vero intento di “The Best of Soapkills”, uscito contemporaneamente in formato cd, vinile, digitale assieme alla riedizione in digitale dei tre album storici della band – “Bater” (2001), “Cheftak” (2002), “Enta Fen” (2005) - è fare il punto sulla situazione. In altre parole un tirare le somme a ritroso, ponendo quindi l’attenzione non sul punto di arrivo ma di partenza, di quanto è riuscita a creare la scena underground mediorientale in questi anni. Quando nel 1997 è nata l’idea di combinare insieme la voce dolce ed estremamente sensuale di Yasmine Hamdan con la Roland MC-303 di Zeid Hamdan, aggiungendo ad essi una sezione ritmica fatta di beat e bassi molti minimali, e soprattutto campionando vecchia musica mediorientale, l’impatto sulla scena locale libanese è stato devastante. Il suono del duo si è successivamente andato arricchendo di tromba, flauto, sassofono, basso e batteria. Zeid ha più volte raccontato come alla metà degli anni ’90 la scena musicale libanese producesse molto heavy metal e qualche band jazz qua e là. Con la sua musica voleva portare una boccata di aria fresca ad un paese che stava superando un capitolo molto triste e violento della sua storia, la guerra civile e la ricostruzione di Beirut. Il nome Soapkills, letteralmente “sapone che uccide” rimanda proprio al rischio di una ricostruzione basata su ipocrisia e superficialità. Racconteranno negli anni i due: “Si parlava di pulizia interna dopo che la guerra aveva spazzato tutto. Era come brillare in superficie ed essere sporchi dentro. Abbiamo pensato: wow! È tutto così lucido e terribile...è sapone che uccide”. L’innovativa proposta musicale di quelli che allora furono definiti come “Portishead arabi” era la contaminazione tra tradizione araba (darbuka, violino, le melodie classiche della cantante egiziana Uum Kulthum) e modernità (elettronica, dub, trip-hop ma anche macchie di rock) di cui ciascun elemento del duo era portatore. La creatività e la volontà di sperimentazione hanno fatto il resto creando un’originale sintesi di elettronica europea e melodie, testi e accenti arabi riassunti in “The Best of Soapkills”. Da segnalare l’inedita “versione parigina” di “Cheftak” dal sapore molto retrò. Non sarebbe possibile comprendere a pieno le numerose band underground egiziane, giordane (per esempio gli Autostrad), iraniane in ascesa in questi anni, i gruppi libanesi come Mashrou' Leila o la cantante egiziana Maryam Saleh - quest’ultima prodotta proprio dalla Lebanese Underground etichetta di Zeid Hamdan - senza padroneggiare, almeno in una forma sintetica, l’opera dei Soapkills divenuta band di culto in Libano ed emblema delle nuove generazioni. Ipnosi, notte, malinconia (“Herzan”, da “Enta Fen”), amore sofferto e malato (“Enta Fen” e “Cheftak”, dai rispettivi album), stupore, tutto in un contesto decisamente arabeggiante ecco cosa attende l’ascoltatore in questo ritorno alle origini. 


Guido De Rosa