Faris – Mississippi to Sahara (Reaktion/Wrasse Records, 2015)

“Mississippi to Sahara”, il nuovo album del chitarrista di origini italo-algerine Faris, ripercorre, come è evidente nel titolo, la strada del blues. Si tratta di un progetto interessante per almeno due ragioni. La prima – e forse la più importante – è legata a fattori di carattere generale. La seconda è legata invece esclusivamente al lavoro di Faris, che si connota di elementi originali, sia sul piano tecnico sia su quello della progettazione e dell’organizzazione del materiale selezionato. Per quanto riguarda gli aspetti generali, mi sembra importante rilevare che le corrispondenze tra le espressioni musicali dell’Africa occidentale e del roots blues siano riconosciute e analizzate, con consapevolezza e frequenza crescenti, e dentro progetti coerenti e strutturati, dai musicisti africani. Gli esiti in questi casi sono spesso interessanti, specie quando gli interpreti si lasciano alle spalle l’immagine troppo mistica che alcuni credono debbano avere queste musiche, o le connessioni che le riguardano (o ancora i riflessi caleidoscopici che da esse si possono sviluppare, spesso generati da intuizioni più o meno plausibili). La seconda ragione, quella più avviluppata al disco, ci porta a parlare del progetto e dei brani in scaletta. Come si può leggere nella nota di presentazione che Reaktion ha dedicato a “Mississippi to Sahara”, il progetto nasce da un’idea di Sedryk, il fondatore della label di base a Lione (che nel 2011 ha pubblicato “Imeslan N Essouf”, l’EP di esordio di Faris). La sua idea è semplice, ma aggiunge un contributo utile alla comprensione delle corrispondenze da cui nasce l’album: selezionare dei classici del blues del Mississippi e proporli attraverso le rielaborazioni di un esponente del desert blues. La scelta è ricaduta su Faris in modo quasi naturale (si legge sempre nella nota). Da un lato perché le sue origini sono multiculturali e nella sua formazione musicale hanno avuto un ruolo determinante alcuni epigoni di blues master come Blind Willie Johnson, Robert Johnson, Son House, Mississippi John Hurt. Dall’altro lato perché la sua tecnica chitarristica è sufficientemente articolata da riuscire a includere interpretazioni di un repertorio complesso e dai tratti paradossalmente dogmatici come quello selezionato per l’album (la Reaktion spiega con una ricercata efficacia retorica: “on this album, Faris brings 12 rural Delta blues songs back home to Africa, revisiting them in the guitar style known as assouf and showing how close the souls of these two worlds are to each other”). Il risultato è piacevole oltre che convincente. I titoli dei brani sono delle garanzie sull’attenzione che è stata riposta nella selezione. E gli interventi di Faris hanno determinato un nuovo corso dei flussi che quegli stessi brani irradiano: dalla prima traccia ci si sente avvolti da una musica che solo in un primo momento può sembrare vagamente straniante, soprattutto perché spesso i testi non sono cantanti nella lingua originale, ma in lingua Tamasheq. Poi però tutto si incastra, ogni nota e ogni parola si allineano nell’incedere della chitarra (a cui solo in rari casi se ne aggiunge un’altra), che Faris fa risuonare splendidamente. L’unica concessione filologica alla struttura tradizionale si può rintracciare negli arrangiamenti di sola voce e chitarra, ai quali però è stata aggiunta una variante costante, rappresentata dalla Weissenborn guitar, che connota i brani con un andamento deciso e allo stesso tempo sognante. In questo senso “Oulhawen Win Tidit”, il primo brano in scaletta, è il più significativo. Ma “Ma Ihan Iman Nagadem”, il brano di chiusura, eseguito insieme al bluesman Leo Welch, è una sintesi straordinaria di blues senza tempo. 


Daniele Cestellini