Ahmed Mukhtar - Music from Iraq. Babylonian Fingers (ARC, 2015)

Riguardo all’Iraq si fa un gran parlare di guerra, di ISIS e tante altre brutte storie. Che ne è della musica in tutto questo? Che la musica trovi un suo posto, forse addirittura si dimostri necessaria, anche nei momenti di sofferenza e dolore ce lo insegnano figure come quella del compositore e direttore francese André Caplet che da sergente durante la Prima Guerra Mondiale non rinunciò a comporre portandosi addirittura un piano smontabile sul campo di battaglia. O Ilse Weber, musicista e poeta di origine ebraica deportata a Theresienstadt nel 1942, solita addolcire con il suo canto le sofferenze dei bambini del campo di concentramento, dove trovò la morte. L’esigenza musicale si fa ancor più inalienabile se si ha a che fare con una storia musicale antica e ricca di fascino come quella irachena. Con l’intento di ritornare alle origini della sua terra e cultura in un momento cruciale della storia del suo paese, Ahmed Mukhtar ha pubblicato l’album “Music from Iraq – Babylonian Fingers”. Per l’ascoltatore - sia esso conterraneo o straniero - un appassionante ritorno nella mitica terra di Babilonia. Compositore, insegnante di musica e soprattutto maestro e virtuoso del oud (dall’arabo “al-‘ud, che significa “legno”), Ahmed Mukhtar non si limita a riproporre passivamente l’antica tradizione musicale irachena e mediorientale, ma si impegna costantemente in un’opera di ricreazione attraverso l’inserimento di tecniche e melodie di nuova invenzione. Rivelatore di questa mescolanza di passato e presente è già il brano di apertura “Iraqi Jazz” con la insolita compresenza di maqamat, tecnica della chitarra flamenca e sassofono. La proposta musicale di Mukhtar, una commistione tra musica della civiltà babilonese di 5200 anni fa, antiche forme musicali mediorientali (fortemente caratterizzanti ad esempio nei brani “Illuminations” e “Alleys of The Old City”), repertorio contemporaneo iracheno ed elementi occidentali (“Iraqi Jazz” e “Iraqi Gypsy Song”), trova il suo riferimento, la sua guida, nel “sultano degli strumenti musicali”, l’oud. Questo antichissimo strumento a corde dalla inconfondibile forma a mezza pera, nato in Mesopotamia e giunto poi anche in Europa durante il Medioevo grazie ai crociati (comunemente noto come liuto), incarna l’essenza stessa della tradizione musicale araba. Il suo suono raffinato e dolce, tra le mani di Mukhtar, evoca magnificamente melodie dal passato e allo stesso tempo ne crea di nuove. Consigliabile a questo proposito l’ascolto dell’ultima traccia “Traditional Iraqi Love Song”; si tratta, come rivela già il titolo stesso, di una canzone d’amore degli anni Quaranta del grande compositore iracheno Saleh Azra al Kuiati, rinnovata, però, nella personalissima vena musicale di Mukhtar. Ad eccezione di questo e altri due brani (“Babylonian Fingers” e “Seagull”) affidati all’oud solista, la componente strumentale è piuttosto eterogenea; risuonano nel disco qanun, ney, daf e strumenti occidentali come violoncello, violino, contrabbasso, clarinetto e sassofono. Per conoscere gli elementi musicali antichi e nuovi adoperati nei diversi brani di “Music from Iraq – Babylonian Fingers”, si rimanda al libretto, piuttosto sobrio, che accompagna il cd (contenente anche un’esauriente biografia dell’artista e citazioni tratte da varie recensioni), laddove per ogni brano è esposta quella che si potrebbe definire la “ricetta combinatoria” a base di moduli ritmici e maqamat. Quest’ultimi in particolare sono gli elementi costituitivi del linguaggio musicale arabo, scale melodiche ognuna con un unico nome e precisa struttura melodica, in comunicazione fra loro attraverso forme modulanti che sono alla base della prassi improvvisativa irachena e non solo. Va precisato che l’intento innovativo di Ahmed non passa obbligatoriamente per l’uso di formule musicali appartenenti alla modernità, si può essere rivoluzionari anche guardando al passato come testimonia la preziosa traccia che dà il titolo all’album, “Babylonian Fingers”. Qui, basandosi sulla convinzione archeologica secondo la quale i Babilonesi erano soliti suonare l’oud con le sole dita della mano destra, Ahmed rinuncia ad impugnare il plettro di piuma d’aquila tipico della prassi esecutiva del mondo arabo. “Music from Iraq – Babylonian Fingers” presenta all’ascoltatore quindi un panorama sonoro piuttosto indecifrabile, frutto di una continua e creativa mescolanza delle coordinate temporali. 


Guido De Rosa