Bocephus King & Orchestra Familia - The Illusion of Permanence (Appaloosa/I.R.D.,2015)

Cantautore di talento e dotato di grande curiosità, Bocephus King sin dagli esordi con “Joco Music” del 1996 aveva lasciato intravedere un grande potenziale nel sapersi muovere con disinvoltura attraverso la tradizione musicale americana, rileggendola con grande originalità ed intelligenza. Dopo i pregevoli “A Small Good Thing” del 1998 e “The Blue Sickness” del 2000, per circa un decennio la sua carriera ha ristagnato tra dischi interlocutori come “All Children Believe In Heaven” del 2004 e lunghi silenzi, finché nel 2011 con la pubblicazione di “Willie Dixon God Damn!” è arrivata la vera rinascita artistica, culminata due anni fa con la pubblicazione dell’antologia “Amarcor” che raccoglieva in modo mirabile il meglio della sua produzione. A due anni di distanza, ritroviamo il cantautore canadese con “The Illusion Of Permanence”, nuovo disco di inediti nel quale ha raccolto dodici brani che segnano un evoluzione della sua ricerca sonora. Laddove nei dischi precedenti la sua cifra stilistica era orientata verso un sound tipicamente roots, in questo nuovo lavoro le sonorità si contaminano con i colori della world music, e non è un caso che al suo fianco ci sia Orchestra Familia nutrito ensemble multietnico, con il quale si è esibito a lungo dal vivo, composto da Ali Razmi (sitar e tar), Fulvio Renzi (violino e viola), Charlie Hase (pedal steel e dobro), Dave Archer (batteria e percussioni), Max Malavasi (batteria e percussioni), Hamin Honari (tombak), Wiston Minkler (contrabbasso e basso elettrico), Lilac Perry (violoncello e whistle), Stella e Georgia Perry (whistle). Il risultato è un disco di grande fascino, nel quale il folk-rock si contamina ora di sonorità orientali, ora di echi blues sahariani, entrando in una dimensione quasi cosmica e spirituale, che riflette l’esigenza di una ricerca interiore profonda, quasi il cantautore canadese fosse alla ricerca di un approdo per la sua vita personale ed artistica. Durante l’ascolto emerge chiaramente come Bocephus King sia riuscito nell’impresa di far convivere approcci stilistici e strumenti di tradizioni musicali differenti, e ancor di più colpisce la maturità del suo songwriting. In questo senso vale la pena citare, il trittico iniziale con quel gioiellino che è “Roadside Shrine”, la visionaria “Oh She Glows” e la dolcissima ballata folkie “Hummingbird” in cui il banjo tesse una melodia quasi ipnotica che si sposa perfettamente con il fraseggio vocale del canadese. Di pregevole fattura sono anche l’inno pacifista “Peace Pipe”, la personalissima “The Reedemere”, e il gustoso blues dai tratti world “Derivative Blues”, ma il vero vertice del disco arriva con “No Cure for The Fool”, un invettiva sulla stupidità dell’uomo moderno. Completano la versione quasi folk-psichedelica del blues di “Twelve Gates” dal repertorio di Rev. Gary Davies e la pregevole “The Light That Has Lighted The World” di George Harrison. “The Illusion of Permanence” è, insomma, un disco che non mancherà di regalare belle sorprese all’ascoltatore, ma ciò che più conta è che rappresenterà certamente la pietra angolare di un nuovo inizio per la carriera di Bocephus King, e siamo certi che questa volta l’appuntamento con il successo non tarderà ad arrivare. 


Salvatore Esposito