Storie di cantautori: Jovine, Diego Carè, Bonaveri, Luca Loizzi, Roberto Scippa, AmbrOsino, Priscilla Bei, Il Terronista

Jovine – Parla più forte (Campi Flegrei/Artist First, 2015)
A tre anni di distanza dall’ottimo “Sei”, Jovine torna con “Parla Più Forte”, settimo disco in carriera, con il quale supera i confini del reggae per abbracciare nuovi stili e sonorità spaziando dal rock al funky, dal pop all’hip-hop, con la complicità di alcuni ospiti speciali. Il disco raccoglie tredici brani nati in questi anni molto intesi dal punto di vista dell’attività live spesi tra palchi di club, teatri e tv. Proprio l’esperienza televisiva nella scorsa edizione di The Voice Of Italy, dove si è segnalato in squadra con J-Ax ha rappresentato una importante fonte di ispirazione da cui trarre storie ed idee musicali attraverso cui raccontare il mondo che ci circonda, quelle strade dove viviamo tra alti e bassi. A racchiudere molto bene le tematiche del disco è senza dubbio il primo singolo estratto “Vivo in un Reality Show”, una esortazione a sopravvivere agli spettacoli che finiscono, perché la vita è uno show infinito e reale che va avanti sempre nonostante tutto. Durante l’ascolto si spazia dalla dolcissima ninna nanna “Bisogno d’amore” dedicata alla figlia, a brani vibranti come “Fulmini” scritta dal produttore reggae Gaudì, la protest song “Cap e mur” natata dalla collaborazione con O’Zulù e la splendida title track composta a quattro mani con Clementino, e l’attualissima “Nonostante Tutto”. A colpire dal punto di vista musicale, invece, sono le incursioni in territori R'n'B di “Penso” scritta con Carolina Rossi Pettinelli, l’hip hop di “Non Dimenticare Mai” in cui spicca la firma di Nto e “A Musica Do’ Sud”. Non mancano ovviamente i ritmi in levare con “Senza Pensier” e “Non so che fare senza te”, ma il vero vertice del disco arriva con le due tracce conclusive “Un motivo non c’è” scritta e cantata con Benedetta Valenzano, e “Superficiale” che dal punto di vista tematico rappresenta la chiusura perfetta di “Parla più forte. Insomma questo nuovo capitolo della discografia di Jovine ne decreta la piena maturità artistica, e siamo certi che nel prossimo futuro ci regalerà altre belle sorprese.

Salvatore Esposito

Diego Carè – Pagni e ricordi (Jois Music Production, 2014)
Diego Carè ci presenta un disco ricco di suoni e immagini. Immagini chiare e, soprattutto, descritte in dialetto. Certo il canto in dialetto – anche quando converge in un progetto di produzione autoriale – non è, in sé, una novità. La novità si riflette però nel dialetto marchigiano di Carè (Castelli di Jesi, media Vallesina) che, attraverso i nove brani di cui è composto “Pagni e ricordi”, ci conduce in uno spazio nuovo. Poco esplorato, se escludiamo il revival de La Macina (ma si tratta, ovviamente, di un’altra cosa). Per niente esplorato in riferimento a un progetto estremamente personale come quello di Carè (“Cantilena della sera”). Questo non solo perché, come detto, sentire un dialetto inusuale, che non coincide con l’immaginario collettivo delle musiche popolari italiane (come il napoletano o il salentino), in canzoni originali rappresenta un elemento di novità. Ma sopratutto perché il dialetto di Carè è evidentemente in una fase (molto avanzata) di transizione verso l’italiano. Cioè non è indipendente (anche solo foneticamente) da questo. Il risultato è che i brani assumono il profilo di racconti raccontati e comprensibili a tutti, ma prodotti dentro un contesto profondamente influenzato dall’oralità. E qui si produce un effetto paradossale, anche se non contraddittorio. Dovuto principalmente al fatto che l’ascolto di “Pagni e ricordi” suscita la sensazione che si stia ascoltando una conversazione per strada, oppure – e forse quest’immagine è più efficace – qualche scambio di battute in famiglia (“Pagni e ricordi”). Le musiche si allineano – in modo più semplice ma altrettanto necessario – all’immediatezza delle immagini: chitarra, fisarmonica, mandolino, percussioni.

Daniele Cestellini

Bonaveri – La staffetta (BMA Music, 2015)
“La staffetta” è il titolo del nuovo album di Bonaveri, cantautore raffinato e profondo. Soprattutto autore di testi articolati, compressi dentro un andamento generale che lo lega ai grandi nomi della tradizione cantautorale del nostro paese (“Guerra”). Sul piano musicale l’album – composto di undici tracce – si presenta come sostanzialmente tradizionale, in quanto Bonaveri fa riferimento a una formazione classica. Dalla quale non emergono suoni particolarmente elaborati, nonostante il tessuto sonoro risulti equilibrato, sia sul piano degli arrangiamenti che delle atmosfere legate ai contenuti testuali (“La procedura”). Come anticipato, ciò che fa la differenza – e che pone Bonaveri su un livello di produzione molto alto – sono senz’altro i testi e le immagini che evocano (“La staffetta”). In alcuni casi si ha la sensazione che non si possa far altro che ascoltare l’incedere del racconto, senza distrarsi e lasciare passare le parole (“Autodaf?”). Ogni brano è come la pagina di un libro e, nell’insieme, il racconto del cantautore bolognese è assolutamente contemporaneo, presente. Come una cronaca. Anche quando le parole si infilano dentro una prospettiva più personale o particolarmente complessa (“Sodibor”). In un quadro così articolato non manca il sogno, l’immaginario, il riflesso di una dimensione più eterea, inquadrata in un suono più indefinito, attraversata e alleggerita da immagini poetiche più semplici ma non effimere: “Ho dipinto il mondo che vorrei/ sotto un cielo senza guai/ fatto apposta per noi” (“L’indomani”).

Daniele Cestellini

Luca Loizzi – Canzoni quasi disperate (Autoprodotto, 2014)
“Canzoni quasi disperate” è un album interessante per vari motivi. Innanzitutto perché Luca Loizzi è bravo a scrivere canzoni dirette, che scivolano via dall’inizio alla fine dentro una cornice musicale ben fatta e mai retorica. Le immagini che evocano i testi dei brani, poi, sono straordinarie: piene di ironia, senza dubbio, ma anche piene di attenzione, di critica, di una certa sostanza scritta che non è facile trovare nel panorama musicale del nostro paese. Inoltre, con una interessante disinvoltura, Loizzi prende in esame vari temi (che arrivano fino a una sorta di lista di suggestioni legate alla storia delle idee moderne e classiche: “Canzone filosofica”), riuscendo a musicarli con dinamismo, nonostante le strutture armoniche e gli arrangiamenti siano, nella maggior parte dei casi, semplici (“E se per caso”) e piene di riferimenti a una tradizione espressiva molto condivisa e diffusa (“Da domani”). In generale questo secondo album del cantautore pugliese si configura come innovativo soprattutto nella costruzione, quasi teatrale, del racconto. Alcuni accorgimenti richiamano la tradizione espressiva più raffinata della nostra storia musicale (“Ti ringrazio”), nella quale convergono le storie visionarie e concrete, un effetto poetico semplice e convincente, un’esecuzione musicale ricercata (banjo, chitarra, fiati, contrabbasso), ma non arrogante (“I miei giorni migliori”).

Daniele Cestellini

Roberto Scippa – Canzoni d’emergenza (Astral Records, 2015)
Il secondo album pubblicato da Roberto Scippa si intitola “Canzoni d’emergenza”. Si tratta di un insieme coerente articolato in undici brani, elaborati dentro un quadro di riferimenti che richiamano un cantautorato venato di rock-blues, con alcuni richiami pop, soprattutto nelle linee melodiche del canto (“Fatto per”) e, in generale, un andamento dinamico (“Canzone d’emergenza”) e sostenuto da chitarre elettriche, basso, batteria, pianoforte, rhodes, sintetizzatore, qualche fiato e qualche arco. L’album è compatto, non solo sul piano musicale, con l’idea di richiamare l’immaginario contemporaneo legato all’emergenza (culturale, storica, futura), che è anche movimento, gesto,segno, allungando un occhio anche alla dimensione personale (“Un naufrago”). In questo caso – e nel solco di una scelta stilistica articolata, che lascia spazio a un andamento più melodico e acustico, sebbene attraversato da qualche melodia elettrica ma soffusa, prodotta con la chitarra elettrica – l’atmosfera diviene più rarefatta e intima, ma l’effetto è coerente con il resto del racconto. Uno dei brani più piacevoli è “Strani giorni”. Scippa lo ha messo alla fine e la scelta è perfetta. Perché, fuori dal testo (espanso in un sussurro riverberato), definisce lo spazio necessario per una riflessione di raccordo sull’intero lavoro. Che qui, alla fine, si svuota e rimane appeso a un arpeggio reiterato di chitarra acustica, sostenuto da rhodes e pianoforte.

Daniele Cestellini

AmbrOsino – Ambrosino (Full Heads/Audioglobe, 2015)
“Ambrosino” è il titolo dell’album d’esordio di Massimiliano Ambrosino, detto AmbrOsino. Ci troviamo di fronte a un ottimo punto di partenza, curato nel suono (che si presenta selezionato, caldo, delicato) e molto attento sul piano dei contenuti testuali. Di fronte a questi siamo in pieno cantautorato, nella misura in cui ciò che emerge più nettamente è la visione di AmbrOsino. Il quale ci spinge a riflettere sulla possibilità di organizzare un racconto personale ma che diffonde riflessi più generali. Le musiche, che come ho anticipato sono limpide, calde (e definite con strumenti soprattutto acustici), si stringono perfettamente attorno alla voce, definendo un andamento molto piacevole, nel quale si alternano ballate strette e basse (“Un attimo di lucidità”) a brani più articolati (“Better world”). Uno dei brani più interessanti si pone a metà strada tra questi due piani: “La fiera della libertà”.

Daniele Cestellini

Priscilla Bei – Una storia vera (Autoprodotto, 2015)
La voce di Priscilla Bei si staglia decisa e soffice su una musica con pochi schemi. Costruita con pochi strumenti ma equilibrati nel migliore dei modi (tromba, chitarra, contrabbasso, percussioni), così che l’impressione che prevale sulle altre è quella di un’esecuzione sospesa tra l’improvvisazione e la scrittura musicale più realista. Più legata alle parole. Lo scenario che apre “Una storia vera”, l’EP prodotto dalla Bei e composto di cinque brani, è quello delle storie raccontate con profondità e ironia. È il racconto che, evidentemente, assume il ruolo di primo piano (“A Marsiglia”, “Parla pure”), ma la riflessione, il ricordo (un certo grado di introspezione) sottendono a ogni parola (“Ulisse”). In generale la soluzione di avvolgere le parole con un combo così acustico e imperniato tra blues, jazz e poesia – senza orpelli e retorica – è efficace anche quando il racconto diviene più acido e appena elettrificato (“La lista”).

Daniele Cestellini

Il Terronista – Le ballate del Terronista (Autoprodotto, 2014)
L’EP “Le ballate del Terronista” è composto di quattro brani, scritti e suonati da Diego Capece. Il Terronista in questione è lui, ma rimanda anche a una figura indefinita che, nonostante questo, vi sembrerà abbastanza famigliare. Il Terronista si fa accompagnare da una formazione classica (acustica e folk), grazie alla quale i brani assumono un profilo piacevole (“Il ballo del disoccupato”), nonostante spesso evochino immagini e moduli abbastanza diffusi (“Il terronista”). La presenza dei fiati (sax e clarinetto) ispessisce di molto gli arrangiamenti (“La ballata dell’ubriaco d’amore”), i quali riescono a sostenere il racconto di Capece: veritiero, partecipato  e originale. “La ballata di Franco” – nella quale canta anche Valeria Cimò, producendo un unisono molto ritmato e interessante – rappresenta, in modo diverso dagli altri brani, la prospettiva di Capece, che insegue immagini contemporanee ma anche popolari: la storia di un brigante, cantata in dialetto, con in sottofondo di tamburo a cornice, nel solco di una costruzione narrativa tradizionale ed efficace.   

Daniele Cestellini