Music Meeting, Nijmegen, 23-25 Maggio 2015

Immerso nel verde del Park Brakkenstein di Nijmegen, un po’ in disparte rispetto ai due podi principali, il palco “Mezzo” ospita la Lounge “Mixed Media” della 31a edizione del Music Meeting: i musicisti ci vengono per una jam e per incontrare il pubblico e scambiare parole e musica in modo informale. Quest’anno il festival ha scelto di aprire qui il programma il 23 maggio pomeriggio offrendo ai musicisti e al pubblico sei pianoforti e una composizione scritta appositamente da Michiel Braam: “SixtyFingers”, suonata con Timo Schieber, Daniël van der Duim, Koen Gijsman, Hiek Sparreboom, Sjors Braam e lo stesso Michiel Braam. Un modo per celebrare la musica all’aria aperta e negli spazi pubblici: per l’occasione il festival ha ospitato il piano che di solito viene messo a disposizione nella stazione ferroviaria, dipinto da un artista congolese. Dal Congo viene anche il primo ospite della Lounge, Placide Nyenyezi Ntole, attivista per i diritti umani, in particolare quelli dei bambini e delle bambine nate da stupri. Per tre mesi è ospite a Nijmegen, una delle “shelter city” olandesi insieme a Den Haag (L’Aja) e a Middelburg, le città che esplicitamente si definiscono solidali con i perseguitati e i rifugiati. Fra i tanti stand presenti al festival, il giallo di quello di Amnesty è dedicato alla petizione e alle azioni per fermare la strage dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa. 
Un tema ripreso al balzo da Mauro Durante che, aprendo le danze col Canzoniere Grecanico Salentino, con “Sola andata” ha richiamato l’attenzione di tutti sui drammi che oggi attraversano il Mediterraneo. Se il testo di Erri De Luca non può arrivare a tutti, la musica arriva – eccome! – e commuove. Più di qualcuno, comprando il nuovo cd, si assicura che sia fra le tracce di “Quaranta”. Così come Fatumata Diawara, a Nijmegen col gruppo maliano-cubano condiviso con Roberto Fonseca, non manca di far sentire il suo dolore per chi muore nel tentativo di lasciare l’Africa e canta forte il nome di Mandela e la speranza di una nuova alba per il continente e per l’emancipazione della donna. Asse cubano-africano anche per il riuscito progetto del bassista senegalese Alune Wade e del pianista habanero, ma francese per parte di madre, Harold Lopez-Nussa. Oggi, a metà dei suoi trent’anni, il senegalese Alune Wade ha voluto dedicare la musica del quintetto, e del cd “Havana-Paris-Dakar”, alle composizioni che negli anni Sessanta del secolo scorso riportavano a casa i nuovi ritmi afro-cubani celebrando l’indipendenza dei Paesi dell’Africa Centrale e Occidentale; un gruppo che dal vivo sa trasmettere sia lo spiccato gusto melodico dei due leader, sia un travolgente interplay in tensione fra musica da ballo e improvvisazione, i due tratti distintivi del Music Meeting. 
Non a caso il gruppo che chiuderà le danze sul palco all’aperto (“Mondo”) è guidato da Hailu Mergia, tornato con energia a proporre quel repertorio di musiche etiopi che sa strabiliare in versione orchestrale, ma non è meno efficace se proposto con due improvvisatori del calibro di Tony Buck e Mike Majkowski. Impossibile dar conto qui di tutti i gruppi, anzi, in alcuni casi supergruppi: dai progetti ad alto volume del batterista Mark Guiliana, Beat Music e Mehliana, con Brad Mehldau, all’ottetto compatto e contundente guidato da Steve Lehman, protagonista anche da solo di variazioni su melodie di Coltrane nella lounge. Molto seguiti, e a ragione i due nuovi progetti discografici dalla Mauritania e da Kinshasa. Noura Mint Seymali rinverdisce in quartetto la tradizione coltivata nella sua famiglia da Dimi Mint Abba, mentre l’etichetta discografica World Circuit prende una nuova direzione con il rock acido ed elettrico dei Mbongwana Star, risorti sulle ceneri degli Staff Benda Bilili. Decisamente in forma i veterani: dal Bamba Wassoulou Groove, guidati da Bamba Dembelé, che hanno presentato “Farima” (Label Bleu), ai Tinariwen col repertorio di “Emmar”, ai Pupy y Los Que Son Son, protagonisti dell’Afro-Latin Night di domenica (in cui rivaleggiavano con Timbazo), guidati dal piano di Cesar de las Mercedes Pedroso Fernandez, già anima dei Los Van Van. 
Ma a trascinare letteralmente il pubblico è stato il quintetto di Daniel Waro, un impasto di percussioni e voci guidato dalla Maloya de La Réunion che sa far muovere e cantare chiunque sia presente. Molto comunicativa anche la Jones Family, primo gruppo gospel ad essere ospitato al Meeting, sentire per credere “The Spirit Speaks”, prodotto da Jim Eno. Una spiritualità solare che attraversa anche le melodie e i ritmi sufi degli indiani Barmer Boys, tre spettacolari individualità guidate dalla voce e dal harmonium di Manga Mangery Khan, ma ancor più un coeso messaggio musical-spirituale. All’arte del trio è dedicato anche l’ultimo lavoro e l’oud di Driss El Maloumi, lo splendido “Makan”, un modo per ritrovare uno spazio “familiare”, dalle parti di Agadir, dopo tanti viaggi e collaborazioni, qui in compagnia del fratello Said e di Houcine Baqir alle percussioni: oltre dieci anni di collaborazione si manifestano in perfette dinamiche di volume e intese ritmiche all’interno di un repertorio che con naturalezza sa passare dalla tradizione a nuovi orizzonti improvvisativi: un po’ come il Meeting. 


Alessio Surian