Lucilla Galeazzi, Elena Ledda, Ginevra Di Marco, Alessio Lega, Andrea Salvadori, Gigi Biolcati, Riccardo Tesi - Bella Ciao (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)

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Sono note le controversie suscitate dai versi di “O Gorizia tu sei maledetta” mezzo secolo orsono (era il 1964) nel corso dello spettacolo messo in scena dal Nuovo Canzoniere Italiano per il Festival dei Due Mondi di Spoleto. Quel “Bella Ciao” curato da Roberto Leydi e Filippo Crivelli su proposta di Nanni Ricordi, su testi di Franco Fortini con un cast composto da Caterina Bueno, Maria Teresa Bulciolu, l’ex-mondina Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Sandra Mantovani, Silvia Malagugini, Cati Mattea, il Gruppo Padano di Piàdena, Michele L. Straniero, Gaspare De Lama, portò sul palco borghese del Teatro Caio Melisso canti e musiche di contenuto politico, amoroso, religioso, ballate, strambotti licenziosi, canti di lavoro, di carcere, di emigrazione, rivelando la presenza del mondo popolare. Pubblicato l’anno successivo, il disco “Le Canzoni di Bella Ciao” consacrò un duraturo stile di riproposta del folk, che era stato preceduto dall’esperienza torinese del Cantacronache e dalle ricognizioni di Lomax e Carpitella. In occasione del cinquantenario dello spettacolo originale, nasce l’idea di uno spettacolo (originariamente un’unica rappresentazione l’11 giugno presso la Camera del Lavoro di Milano) e di un Convegno di studi all’Università Statale, che ridiscuteva quell’importante tappa della storia culturale del nostro Paese. Dalla data unica si è passati a una serie di concerti che nello scorso aprile hanno attraversato città del Nord e del Centro (per l’estate è già previsto un altro tour, che prevede, tra  le altre date, il 23 giugno a Ravenna Festival, il 14 agosto a Concerti nel parco a Roma, il 9 ottobre a Reggio Emilia) ed è stato realizzato il disco “Bella Ciao”, pubblicato da Materiali Sonori. Del nuovo allestimento, progetto ambizioso e pure rischioso per le riserve che avrebbe potuto suscitare, e del disco appena realizzato, parliamo con alcuni dei musicisti protagonisti e, in un’intervista a sé stante, con il musicologo Franco Fabbri, che offre uno sguardo trasversale e tagliente sul passato e sul presente di “Bella Ciao”.

L’ideazione e la direzione artistica del nuovo allestimento e del CD sono dello studioso di popular music Franco Fabbri, mentre della direzione musicale si è fatto carico un grande nome della musica italiana, Riccardo Tesi, che si è misurato con un’orchestrazione più raffinata di quella dell’opera originale. Accanto all’organettista toscano, ci sono chitarra, tzouras e armonium di Andrea Salvadori, le percussioni di Gigi Biolcati e gli ospiti Mirco Capecchi  (contrabbasso) e Michele Marini (clarinetto). Nondimeno, in un lavoro incentrato sul canto popolare, in primo piano non potevano che esserci le voci. E quelle scelte appartengono ad alcune tra le personalità di spicco del nuovo folk italiano: Ginevra Di Marco, Lucilla Galeazzi, Elena Ledda e Alessio Lega. Come ideatore del progetto, Franco Fabbri rivela che fin dall’inizio ha pensato a coinvolgere Riccardo Tesi per curare la direzione musicale. E allora partiamo proprio dall’organettista per capire il senso profondo del disco originale e dello spettacolo “Bella Ciao” degli anni Sessanta. «Una premonizione! – dichiara subito l’artista toscano – Mi spiego. In tutta la sua vita, mio padre ha comprato un solo disco: “Bella Ciao”, che per alcuni anni è stato l'unico elleppi presente in casa. Ogni domenica mattina ero svegliato dalle voci di Giovanna Daffini e Caterina Bueno. Quindi, posso dire che questo album ha segnato la mia infanzia fino a che, ormai quindicenne, mi sono comprato “Stand Up” dei Jethro Tull… Però il canto popolare ormai era entrato nel DNA e dopo il rock, piano piano, è tornato a galla. Anni dopo, ormai ventiduenne, proprio l’incontro con Caterina Bueno mi ha strappato da un incerto futuro da psicologo, aprendomi la strada della professione musicale. A questo punto potete capire cosa e quanto questo album rappresenti per me. Non ho mai visto lo spettacolo originale e Caterina non ne parlava molto. Erano passati molti anni e anche il folk si era trasformato, per cui quel repertorio e quel tipo di riproposta erano considerati superati. Personalmente ero molto più attratto dalla musica strumentale, dai balli. Ho riscoperto questi canti proprio in questa occasione, e devo dire  che è stato un bel ritrovare».
Quello di Lucilla Galeazzi, a cui la cugina Nevia regalò il disco “Bella Ciao”, fu come un colpo di fulmine da sedicenne: «Una sorpresa incredibile! Scoprire questo repertorio, innamorarmene e impararlo immediatamente a memoria, fu tutt’uno. In effetti, il disco “Le Canzoni di Bella Ciao” mi ha cambiato la vita, poiché scoprii la musica tradizionale. In seguito, ci furono l’incontro con Valentino Paparelli, che stava conducendo una campagna di ricerca in Umbria, quello con Sandro Portelli, con i cantori della Valnerina e  con il Circolo Gianni Bosio di Roma e con Giovanna Marini, che cantava in quel disco che tanto amavo: tutti questi incontri hanno posto le premesse perché io diventassi cantante di questo genere musicale». A un’altra generazione appartengono Ginevra Di Marco e Alessio Lega, quest’ultimo coinvolto anch’egli sin dall’inizio da Fabbri nella realizzazione musicale. «Mio padre non aveva fisicamente quel disco – spiega Ginevra – che non faceva parte della sua collezione di vinili. Ho comunque conosciuto gran parte delle canzoni di “Bella ciao”, perché lui imbracciava sempre la chitarra, che fossero ritrovi di famiglia o feste, e cantava. Forse lo aveva in audiocassetta o forse le aveva ascoltate e imparate. Stornellava canti in toscano e in vari altri dialetti (era soprattutto un appassionato di canzone napoletana). Da autodidatta, suonava e cantava per divertirsi e divertire. Un approccio semplice, autentico alla musica che probabilmente, col senno di poi, ho assorbito appieno».  E Alessio: «Sono del ’72: non appartengo né a quella generazione di musicisti né ai loro figli diretti... Sono piuttosto un nipote. Conoscere quello spettacolo è inevitabile per chiunque sia attratto dal folk revival italiano, visto che ne è il mito fondativo. Riallestire quel progetto,è stato il sogno di tutti noi negli ultimi trent’anni».
Diversa la prospettiva della cantante sarda Elena Ledda che, con ironia, sottolinea: «In questo spettacolo e nel disco sono un po’ la straniera del gruppo, perché io  vivevo dentro la musica popolare. La musica tradizionale sarda era la vita, era la normalità. Per me, che all’epoca già cantavo, il disco ha rappresentato uno sguardo diverso rispetto al mondo popolare. Ero una ragazza che conosceva profondamente la nostra musica sarda, ma il “Bella Ciao” mi ha fatto conoscere la musica popolare italiana! Mi ha affascinato molto questo mondo delle risaie, delle mondine, dei canti di protesta, che da noi non c’erano, o i pochi che c’erano, erano molto legati al nostro territorio. Poi è venuto il percorso musicale con i Suonofficina, un gruppo che si occupava anche di altre cose». Se da un punto di vista storico, sociale e politico “Le canzoni di Bella Ciao” hanno segnato la via di molti artisti, come considerare oggi esteticamente quello spettacolo e quel disco che sono stati dei nodi cruciali di una certa storia musicale italiana? Inevitabile è il confronto con l’originale, in termini di voci e di strumenti. Ascoltiamo Tesi: «Musicalmente era un lavoro ancora acerbo, molto legato esteticamente ad una concezione folk di stampo anglosassone, quella del London Folk Critics Group, che all’epoca era il punto di riferimento per il nascente revival. La ricerca etnomusicologica avrebbe in seguito riportato alla luce strumenti e sonorità della musica popolare che qui sono totalmente assenti. Manca il Sud, per esempio, il repertorio è totalmente sbilanciato su Centro e Nord Italia, mentre la parte strumentale è relegata ad una sola chitarra suonata con una tecnica non strettamente tradizionale. Ma erano altri tempi, e comunque questi grandi artisti sono stati dei veri pionieri: senza di loro noi non avremmo mai suonato questa musica. Le voci della Daffini, di Caterina e degli altri resistono al tempo e mantengono intatta tutta la loro forza espressiva».
Come si è orientato musicalmente Tesi nel riproporre quel repertorio, negli anni entrato pienamente nel circuito revivalistico? «Innanzi tutto nella composizione dell’organico ho scelto le voci perché questo è stato e rimane essenzialmente un recital di canzoni popolari. Alessio Lega rappresenta il canto sociale e politico che è una componente importante di questo spettacolo. Tra le voci femminili, la sarda Elena Ledda e l’umbra Lucilla Galeazzi sono dei veri monumenti del canto popolare italiano, artiste che hanno fatto la storia del folk revival, acclamate e riconosciute a livello internazionale. Ginevra Di Marco proviene invece dal rock e si è avvicinata alla tradizione solo negli ultimi anni, ma con una qualità tale da divenire in poco tempo l’erede indiscussa di Caterina Bueno. Per la parte strumentale ho fatto appello al chitarrista Andrea Salvadori, collaboratore storico di Ginevra, che conosco da tempo e che mi ha aiutato per la stesura degli arrangiamenti oltre a registrare e mixare il CD. Insieme a lui, Gigi Biolcati, percussionista atipico e creativo con cui lavoro in Banditaliana. Per quanto riguarda il lavoro di rielaborazione abbiamo cercato di stare in bilico tra il rispetto dell’originale e il bisogno di parlare alle nuove generazioni. Dal 1964 a oggi, Il folk revival si è evoluto e trasformato, la maniera di approcciare la tradizione e riproporla è drasticamente mutata. Cosicché, rifare lo spettacolo in maniera calligrafica non avrebbe avuto senso! Alla fine abbiamo preferito seguire semplicemente il nostro gusto e la nostra sensibilità e abbiamo cantato queste canzoni in totale libertà». Aggiunge Alessio Lega: «Il problema di toccare un monumento come il “Bella Ciao” è quello di essere fedeli e trasgressivi al contempo...conciliare gli opposti. Mantenere le sottili relazioni musicali fra brano e brano: ricordiamoci sempre che è uno spettacolo, una storia, anzi una controstoria culturale italiana, non una raccolta di singoli brani. Musicalmente Tesi ha fatto uno stupendo lavoro, mettendo in evidenza l’eleganza, troppo spesso trascurata, della poesia popolare». Cosa doveva conservare, e cosa non, dell’originale, il nuovo allestimento? Per l’organettista toscano a restare invariato è «lo spirito originale dei canti! Non dimentichiamoci che tutti noi abbiamo studiato i modi e le forme della musica popolare, la suoniamo da anni, quando andiamo al di là prendendoci delle libertà, lo facciamo con piena coscienza e comunque con un grande rispetto della tradizione. Il nostro obiettivo era fare un bello spettacolo, emozionarci ed emozionare, e non farci ingessare dallo spettacolo originale, che aveva altri tempi ed era destinato a un altro pubblico».
E Lega chiosa: «Questo era già all'origine uno spettacolo rivoluzionario... dunque per conservare quest’intenzione bisogna non comportarsi da “conservatori”. Ciò a cui ci siamo attenuti rigorosamente è la scaletta: tutti i brani che facciamo erano presenti in uno degli allestimenti di “Bella Ciao”». Eccoci dunque a parlare del programma, considerando che i tempi dello spettacolo di allora non sono quelli di oggi. «All’inizio volevamo mantenere la scaletta originale – precisa ancora Tesi – ma non funzionava: il finale era troppo lento e lo spettacolo troppo lungo. Poi abbiamo scoperto che anche loro la cambiavano spesso, per cui abbiamo modificato l’ordine in base alle nostre esigenze. Rispetto al programma originale, che era lunghissimo, abbiamo accorciato notevolmente perché i tempi di ascolto sono cambiati da allora. Anche nel disco abbiamo usato gli stessi criteri del live, creando un percorso di ascolto equilibrato e pieno di sorprese». Sulla stessa lunghezza d’onda si pone l’autore leccese-milanese: «I tempi, le modalità di ascolto, i volumi dell'esecuzione, la coscienza degli interpreti...tutto è mutato. Non potevamo non tenerne conto, avremmo fatto un museo del canto popolare, cosa che non avremmo voluto né saputo fare. Abbiamo portato le nostre diverse esperienze, l'amore per questi canti e per le idee che esprimono, il rispetto del pubblico». Ma come hanno affrontato questo repertorio le voci del nuovo “Bella Ciao”, rispetto agli stili canori originali? Ecco Lega: «Io ho avuto un rapporto personale con alcuni dei principali interpreti del “Bella Ciao”: Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Bruno del Gruppo di Piadena...altri, come Caterina Bueno, ho avuto occasione di vederli spesso. Ho imparato che lo stile fondamentale per cantare queste canzoni è l’urgenza. Devi sapere cosa fai, ma devi soprattutto sapere perché».
Da parte sua, Lucilla Galeazzi mette l’accento sul contesto di provenienza e sulla modalità esecutive: «La scuola di Giovanna Marini, così come quella del Nuovo Canzoniere Italiano, non prevedeva  il cosiddetto “ricalco” dell'originale  ma il rispetto del  “testo” e  del “contesto” , ovverosia contestualizzare la canzone nell'ambito sociale, storico  e politico ed  “ispirarsi” all’emissione vocale della tradizione. Già in quel disco i cantori tradizionali erano molti meno degli interpreti: erano Giovanna Daffini, cantastorie ex mondina, e quelli del Gruppo di Piàdena, di estrazione contadina e operaia, ma poi c’erano cantanti nati in ambiente urbano, borghese o piccolo borghese  ed intellettuale». Sull’aspetto interpretativo interviene Ginevra Di Marco: «Ci siamo suddivisi qualche canto da interpretare in maniera solistica e sugli altri abbiamo lavorato in polifonia. Il tutto è stato molto spontaneo e senza forzature, suddividendo le parti ed assegnandocele a seconda delle caratteristiche vocali di ognuno di noi, ben consapevoli che quello che volevamo ottenere era un approccio sincero e sentito e non un esercizio di stile sulla falsariga delle versioni originali. Questo approccio ha guidato il lavoro sulle voci e sugli arrangiamenti musicali». Sulla coralità dello spettacolo insiste Elena Ledda, interprete sempre molto attenta agli aspetti linguistici e storico-filologici dei canti sardi, che entrarono nel disco e negli allestimenti concertistici originali: «È uno spettacolo che fa pensare, fa piangere, ma in cui ci divertiamo molto. È una bellezza lavorare con le tre voci, ci sono grande rispetto e attenzione verso il canto di ciascuno di noi, nessuno che si mette a spingere… Io, da buona sarda ho interpretato il brano delle mondine… vabbè, abbiamo le risaie ad Oristano (ride, ndr). In realtà, amo tutti i brani in repertorio – prosegue la cantante sarda – ma i canti che facciamo insieme sono i più divertenti: “La Lega”, “Povre filandere”, o anche “Sciur padrun”, che non c’è nel disco, ma è inserita nello spettacolo dal vivo».
Qual è per Galeazzi la canzone in cui è entrata più intensamente? «Senza dubbio “Gorizia”, straordinaria rappresentazione della condizione fisica e psichica del soldato mandato a combattere e crepare nel fango delle trincee». Invece, non ha preferenze Ginevra: «La musica segue l’umore e il nostro stato vitale, come per chi la musica la ascolta. Una sera puoi sentire nel cuore “Tutti mi dicon Maremma” e un’altra, fare un coretto su “Sant’Antonio” può rivelarsi la parte più divertente. La musica ha a che fare con le emozioni, lo decide lei dove andare a colpire…». Chiediamo alle signore del canto: cosa resta a distanza di 50 anni di quella sensibilità? Per Lucilla Galeazzi: «Non è stato solo riprendere un repertorio del passato. Quel patrimonio di canti ha segnato la vita di tantissime persone e non solo in Italia ...”Bella ciao”, “Sebben che siamo donne”, “Sciur padrun” ecc.. sono stati cantati ed incisi da decine di interpreti. Per non parlare dell'esplosione di “Bella ciao” come inno internazionale sul quale cantare le lotte di tutto il mondo , dalla Grecia  alla Francia, da Istanbul a New York. È come se la ribellione del partigiano che sfida la morte per combattere contro l'invasore e difendere la libertà sua e del suo paese, sia diventata la canzone  universalmente adottata per combattere contro tutti gli invasori e le violenze del sistema economico internazionale». Aggiunge Di Marco: «Cambiano i mestieri e i contesti storici, ma le ingiustizie e i soprusi restano, forse peggiorano. Per questo abbiamo deciso di ricantarle dopo cinquant’anni. Perché il senso profondo di quelle canzoni è quanto mai attuale». La memoria e le incertezze del presente sono centrali nelle considerazioni di Ledda: «”Bella Ciao” è il ricordo meraviglioso di periodi di speranze. Avevamo delle certezze. Per me ha rappresentato anche la conoscenza del mondo politico, delle sezioni di partito. Scoprivo la vita politica, “Bella Ciao” ha rappresentato il fermento di quegli anni.  Mi ricorda tutto quello che manca ai ragazzi di oggi». Che valore ha festeggiare quello spettacolo, con un riallestimento e un disco, in un’Italia oggi tanto differente? Ascoltiamo ancora Ledda: «A me non sarebbe mai venuto in mente di farlo, ma sono felice che mi abbiano chiamato. Ci siamo resi conto che c’è necessità di parlare ancora di queste cose, c’è necessità di cantarle queste cose, perché c’è voglia di conoscere la propria storia, di conoscere da dove veniamo, di commuoversi e di emozionarsi. Rimetterlo su è stata un’operazione meravigliosa in un momento dove tutto è veloce, è superficiale. Quindi, è giusto fare uno spettacolo che mantiene la leggerezza, perché lasciamo parlare le canzoni. Un paio di cose le diciamo: una la dice Alessio, quando cantiamo “Porta Romana Bella“ o “’A Ttocchi a ‘ttocchi” sulle carceri affollate non più dai milanesi o dai romani, ma dai migranti, quando ci arrivano... Poi c’è Lucilla che racconta cosa è successo cinquant’anni fa a Spoleto».
E Ginevra: «Abbiamo fatto belle date. Piene di gente, di interessamento e di calore, a conferma che “Bella Ciao” è un pezzo di storia del nostro Paese e delle nostre storie personali e di famiglia. Ed è molto bello avvicinare un pubblico che porta in teatro passione e desiderio di giustizia. Scatena un forte senso di comunione che ci fa sentire meno soli». Sottolinea ancora Lucilla: «Se pensiamo che il disco è stato il più venduto in assoluto della storia della musica popolare italian,a che ha causato l’esplosione del fenomeno del cosiddetto folk revival e  influenzato per 15 anni tutta la nostra musica: dalla canzonetta alla canzone d'autore, dal rock progressivo alla musica contemporanea (Luigi Nono, Luciano Berio, Roberto De Simone ecc.) e a quella sperimentale: che non è mancato in quasi nessuna casa, che ovunque io andassi  lo trovavo presente nelle case, in Francia come in Germania, in Inghilterra come in Argentina, negli Stati Uniti come nell’Est Europa, è chiaro perché i 50 anni di “Bella Ciao” vanno festeggiati. La sua uscita ha rappresentato un avvenimento la cui portata ancora oggi è viva, poiché, ahimé, sono ancora vive le condizioni di emarginazione e di sfruttamento. Basta guardarsi intorno! La politica arranca, sproloquia, non riesce a risolvere o non vuole risolvere seriamente i problemi. Le ricette magiche sono finite: bisogna rimboccarsi seriamente le maniche, poiché lo “spappolamento sociale” che è in atto mi suona tanto pericoloso! Non so se la musica unisce, ma questo repertorio ha una forza vivissima ancora oggi! Abbiamo fatto il pienone ovunque... qualche cosa vorrà dire?» Come valuta finora Alessio Lega l’esperienza dei concerti di “Bella Ciao”? «Un’esperienza esaltante. La qualità degli applausi, i sorrisi dopo il concerto, l’attenzione al di là della singola ammirazione per il percorso mio, di Ginevra, di Elena, di Lucilla, di Riccardo ci testimoniano il fatto di aver toccato una corda sensibile. Il punto esatto in cui la nostalgia del futuro si fonde con la memoria del presente». Infine, restituiamo la parola al maestro orchestratore, Tesi: «Sono molto soddisfatto del risultato: lavorare con questi artisti è un vero piacere e devo ringraziare tutti loro per la generosità e lo spirito di militanza con cui hanno aderito al progetto che ha avuto una gestazione lunga e difficile conclusasi nel migliore dei modi! Il pubblico, poi, è stato sorprendente perché è arrivato in massa ai nostri concerti con un entusiasmo tale che ci ha convinti a registrare in fretta il disco, fatto all'inizio non previsto. L'ultima tournee è stata veramente esaltante e abbiamo anche registrato un video clip di “Bella Ciao” a Montesole, dove abbiamo fatto uno degli spettacoli più emozionanti!»




Intervista con Franco Fabbri, ideatore del nuovo progetto di “Bella Ciao”

Dalla prospettiva dello studioso di popular music, cosa ha significato l’originale “Bella Ciao”?
“Bella ciao” (lo spettacolo del 1964-1965) appartiene alla storia delle musiche in Italia: era un’epoca diversa, la “musica popolare” e la “musica leggera” erano concetti antitetici (anche e soprattutto nel pensiero di coloro che realizzarono lo spettacolo), ma è certo che “Bella ciao” ebbe un impatto grandissimo anche su altri ambiti di attività musicali, compreso quello che oggi chiamiamo popular music. Così come sarebbe impossibile parlare della popular music negli USA e in Gran Bretagna (e in altri Paesi) negli anni Cinquanta e Sessanta senza tener conto della presenza di forti movimenti di folk revival, se si vuol capire cosa accadde nella popular music italiana nello stesso periodo è impossibile non parlare di “Bella ciao”. Nei miei corsi di storia della popular music all’università o al conservatorio dedico sempre ampio spazio sia al folk revival statunitense e britannico, sia a quel pezzo di storia che va dal Cantacronache alla nascita del Nuovo Canzoniere Italiano, a “Bella ciao”, fino ai primi anni Settanta.   

E per il Fabbri musicista?
Cominciai a suonare musica beat e r&b nel 1965, avevo quindici anni, ero molto lontano da ciò che significava allora “Bella ciao” (e la canzone non la amavo, perché la cantavano i cattolici e i boy scout: anche se non ero ancora comunista, preferivo “Fischia il vento”). Ho iniziato a cantare e suonare canzoni partigiane nel 1970, nel Movimento Studentesco. Gli Stormy Six non hanno mai suonato “Bella ciao”, ma spesso tra di noi si intonavano canzoni rese note dallo spettacolo e dal disco (grandi cori di “Tutti mi dicon Maremma” in camioncino). “Guarda giù dalla pianura” (l’album degli Stormy Six, uscito nel 1974) è stato un passo importante sulla strada di tutto quello che è venuto dopo, anche se “Stalingrado” e “La fabbrica” furono scritte prima ancora che registrassimo quell’album di “folk politico”. 

Nelle note di presentazione scrive che la nuova “Bella Ciao” nasce “come il riconoscimento di un obbligo”. Perché riproporre oggi il “Bella Ciao”, in un tempo in cui l’idea di canzone popolare è diversa da allora? 
Cerco di sintetizzare una storia lunga. Anni fa venni invitato a un incontro sulla cultura organizzato a Milano dai DS (credo: insomma, ex-PCI). Dal tavolo della presidenza ci si lamentava dello spazio che la Lega dava a manifestazioni per diffondere l’uso del dialetto, e dei finanziamenti al Capodanno Celtico (centomila euro, se non ricordo male). Intervenni per ricordare che il tema delle tradizioni popolari era stato a lungo un patrimonio della sinistra, anche in Lombardia, ma che da un certo momento in poi i partiti se n’erano dimenticati: il NCI era stato costretto a emigrare a Sesto Fiorentino, e la raccolta dei materiali di Roberto Leydi era stata lasciata andare a Bellinzona. Qualunque giudizio si desse del ruolo della Lega, questo era reso possibile dal vuoto lasciato dai partiti (e dagli intellettuali) di sinistra. Ci fu qualche mugugno, qualche consenso, e poi basta. Nell’autunno del 2013 fui invitato a un incontro simile, questa volta organizzato da SEL, e con l’obiettivo di proporre al Comune di Milano progetti concreti per l’anno successivo. Quasi come battuta polemica, dissi che sarebbe stato uno scandalo se Milano non avesse ricordato il cinquantenario di uno spettacolo importante per la cultura italiana, le cui origini erano in buona parte milanesi. Dovetti spiegare dettagliatamente di cosa si trattasse, perché nessuno aveva bene in mente di cosa stessi parlando (mi parve che all’inizio nemmeno il giovane assessore Del Corno ne fosse ben consapevole, anche se dopo ci appoggiò con decisione). Al momento non sapevo nemmeno se questo ricordo avrebbe potuto consistere in una riproposizione dello spettacolo, e non mi posi questioni filologiche. Certo, potrei dire che oggi l’idea di teatro musicale è diversa da quella che se ne aveva nel 1853, eppure “La traviata” si mette ancora in scena.   
  
C’è chi ha obiettato che quello spettacolo appartiene a un tempo preciso in termini estetici e politici e di comunicazione mediatica. Che l’Italia non è più quella del Caio Melisso nel 1964? 
Sì, certo. Era, però, uno spettacolo. Per molti l’immagine dello spettacolo del 1964-1965 (e più ancora del disco, che è ciò che chi non era a Spoleto o a Milano effettivamente conosce) è così forte da creare un’identificazione fra lo spettacolo e le canzoni sulle quali era basato, come se “Bella ciao” fosse LA tradizione popolare. Ma era uno spettacolo, con dei testi (di un raffinato intellettuale borghese, Franco Fortini), una regia (di un raffinato regista borghese, Filippo Crivelli), una curatela (di un raffinato critico musicale ed etnomusicologo, partito dal jazz e arrivato allo studio della musica popolare italiana sulle orme del folk revival statunitense, e poi di quello britannico). La grande maggioranza degli interpreti (tolta la Daffini e i componenti del Gruppo Padano di Piàdena) era formata da giovani appassionati di musica popolare, borghesi. E lo spettacolo si tenne al Caio Melisso di Spoleto e all’Odeon di Milano, non in una Casa del Popolo, e nemmeno alla Camera del Lavoro. Comunque, anche “Intolleranza” di Nono appartiene (forse in modo ancora più chiaro) a un’altra epoca, eppure credo che sarebbe molto bello e utile riportarla in vita. 

Come avete scelto il cast di musicisti? C’è stato un confronto con l’originale, in termini di voci, di strumenti, di arrangiamenti? Cosa doveva essere e cosa non doveva essere questo nuovo “Bella Ciao”?
All’inizio suggerii di coinvolgere gli interpreti originali ancora in vita. Passai una giornata a casa di Giovanna Marini per cercare di convincerla (e per un po’ lasciò una porta aperta, anche se diceva che lo spettacolo avrebbe dovuto essere fatto con altre canzoni, forse perché ne aveva allestito uno di recente), avevamo contatti con Silvia Malagugini, coinvolgemmo Gualtiero Bertelli (che non era nel cast originale, ma iniziò a collaborare con il NCI proprio allora), che inizialmente era entusiasta, ma fu poi scoraggiato dalla difficoltà logistica delle prove. Fin dall’inizio avevo pensato a Riccardo Tesi come arrangiatore e direttore musicale, pensando che lo spettacolo potesse trarre beneficio dallo sviluppo dello studio degli strumenti popolari nell’arco degli ultimi decenni. Il “Bella ciao” originale si basava solo sulle chitarre (una nel disco, alcune nelle varie edizioni dello spettacolo), e a me pareva che in realtà questo dominio chitarristico, più che essere motivato da uno studio scrupoloso di come le canzoni della tradizione venivano accompagnate, fosse il risultato di pratiche consolidate di recente, anche sotto l’influenza di altre forme di spettacolo (lo hootenanny dei locali folk statunitensi, l’immagine degli auteurs-compositeurs-interprètes della Rive Gauche, per non dire di Joan Baez, Bob Dylan, Phil Ochs, eccetera). Insomma, niente di veramente “autentico” sotto il profilo della tradizione italiana. Quando è stato chiaro che avremmo dovuto cercare gli interpreti ben al di fuori della cerchia di quelli originali, Tesi ha suggerito i nomi delle cantanti che alla fine sono state coinvolte, sui quali ero totalmente d’accordo. Alessio Lega era entrato fin dall’inizio nel gruppo che studiò la possibilità di realizzare lo spettacolo, quindi la sua presenza (molto importante, anche in quella fase) era già assodata. L’allestimento finale dello spettacolo è stato basato su un uso dell’amplificazione simile a quello ormai abituale da anni nei concerti di musica “acustica” (termine contraddittorio, come si sa). Sicuramente il pubblico non è più abituato all’assenza totale di amplificazione, che comunque avrebbe prodotto effetti disastrosi alla Camera del Lavoro di Milano, uno spazio al tempo stesso sordo e risonante, se possibile. Un allestimento più teatrale (che era nelle intenzioni all’inizio) era fuori dalle nostre possibilità economiche, e sarebbe stato comunque poco utile per le limitazioni di spazio. Va detto che anche i cantanti e gli strumentisti, ormai, non lavorano senza amplificazione: questa era stata una delle ragioni del fallimento di un tentativo di riallestire “Bella ciao” nel quarantennale (2004), dato che Filippo Crivelli aveva optato di riprodurre lo spettacolo nelle modalità originali.

Come sono state selezionate le canzoni? A quali fonti avete attinto? 
Questo è un lavoro che hanno fatto soprattutto Tesi e Lega, con la mia partecipazione nella fase iniziale. Abbiamo incontrato Filippo Crivelli, che ci ha dato materiali utilissimi (testi, scalette, registrazioni audio e video). Il Centro di Bellinzona ci ha permesso di ascoltare i nastri di Leydi con le registrazioni delle repliche di Milano. Sia in quelle che nei programmi di sala erano presenti canzoni che non erano state poi incluse nel disco. Per dare un’idea di cosa abbia significato per noi poter ascoltare quei materiali, vi racconto un episodio: uno spettatore della “nostra” edizione (Milano 2014) si lamentò con noi dicendo che alla Camera del Lavoro il pubblico applaudiva a ogni canzone, mentre a Spoleto c’era stato il silenzio (punteggiato dalle note polemiche) fino alla fine, quando poi il pubblico aveva applaudito a distesa. Da parte di quello spettatore era sottintesa la critica di aver gastronomizzato “Bella ciao”, trasformando lo spettacolo di Spoleto in un concerto folk (anche lo spettacolo di Spoleto era un concerto folk, del resto: di quelli che si facevano negli USA all’inizio degli anni Sessanta). A Spoleto non sappiamo davvero cosa avvenne (né può saperlo quello spettatore, che non c’era), ma nelle repliche a Milano nel 1965 (come testimoniano abbondantemente i nastri di Leydi) il pubblico applaudì calorosamente alla fine di ogni canzone. Una prova che la memoria del “Bella ciao” del 1964 è per lo più legata al disco: e il disco porta le tracce fortissime dell’ideologia di quell’epoca e di quell’ambiente sulle tecniche di registrazione, ben esemplificata dai saggi de “Le canzoni della cattiva coscienza”, e da tutta la produzione discografica di Italia canta e dei Dischi del Sole. Un’ideologia pauperistica, del disco come “documento”, che risale alle prevenzioni di intellettuali influentissimi in quegli anni, come Adorno, Lomax, MacColl.   

Sono passati 50 anni, ma in Italia, chi ascolta musica non distrattamente, sa chi è stata Giovanna Daffini?
Pochissimi. Del resto, quasi nessuno – anche fra chi dice di ascoltare di preferenza musica popolare – ha mai preso veramente atto del fatto che la “Bella ciao” delle mondine fu scritta da Scansani, e non precede ma segue la versione partigiana. Forse perché su “Bella ciao”, e anche sullo spettacolo, non si è mai voluto andare oltre all’immagine cristallizzata cinquant’anni fa. Avendo visto e ascoltato il nuovo allestimento già due volte, e accertata l’emozione, la gioia e la voglia di discutere che scatena nel pubblico, direi che abbiamo fatto bene, e che forse anche il ricordo della Daffini ne avrà beneficio. 
        


Lucilla Galeazzi, Elena Ledda, Ginevra Di Marco, Alessio Lega, Andrea Salvadori, Gigi Biolcati, Riccardo Tesi - Bella Ciao (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)
Se da un lato è vero che, nell’ascoltare il repertorio, l’effetto dirompente di cinquant’anni fa non c’è più, dall’altro le sedici canzoni, tutte da amare, della scaletta di questo nuovo “Bella Ciao” conservano inalterata la forza narrativa e l’incommensurabile valore simbolico. La costruzione musicale lontana dalla filologia (e di che cosa poi: della riproposta folk revivalistica in stile anglo-americano degli anni Sessanta?) agisce con raffinata leggerezza, giocando sulle trame delle corde di Andrea Salvadori, le sempre avvincenti illustrazioni dell’organetto di Riccardo Tesi, l’eclettismo e la sostanza ritmica di Gigi Biolcati. Tutto funzionale ad accompagnare il canto, tutto al servizio delle voci. Voci formidabili, che sono i punti di forza dello spettacolo e del disco per le diverse sfumature timbriche, per la grana vocale, per l’espressività e le modalità interpretative. C’è quella robusta, ma anche affilata, di Alessio Lega e quelle femminili, sempre in stato di grazia, di Lucilla Galeazzi, Elena Ledda e Ginevra Di Marco: è canto potente, determinato, vibrante e accorato. L’attacco segue il programma del disco del 1965 (che conteneva trentadue tracce), dato dall’incipit delle grida e gli incitamenti registrati tra i cavatori di marmo delle Apuane durante la “lizzatura” dei blocchi di marmo. Seguono le due versioni di “Bella Ciao”, quella delle mondine e quella resistenziale, di fatto precedente a quella delle mondariso, come si attestò poi, anche se continua a circolare l’idea  (complice proprio quello storico vinile) che storicamente fosse il contrario. È da brividi la coralità di “Povre filandere”, il lamento delle filandaie bergamasche, così come superba è la versione di “Maremma amara”, per la voce di Ginevra Di Marco. Il canto del carcere “Porta Romana” è nello spirito e nel segno di Banditaliana, con i ricami di clarinetto di Michele Marini, la spinta del contrabbasso di Mirco Capecchi, lo tzouras e la ritmica impressi a richiamare il fatto che oggi le galere italiane sono sovraffollate di migranti. Tocca a Elena Ledda intonare il canto delle mondariso che ha reso celebre Giovanna Daffini “Amore mio non piangere”. Dopo il gustoso racconto delle imprese di “Sant’Antonio a lu desertu”, arriva il canto di protesta “Son cieco e mi vedete”, con la voce di Ledda che poggia su linee essenziali, quanto efficaci, di chitarra. Il canto, raccolto nel ravennate da Ernesto de Martino, si configura presumibilmente come risignificazione di un precedente motivo di questua in chiave di rivendicazione sociale nel primo Novecento. Ci si sposta dalle parti della Majella per una splendida resa di “Cade l’uliva” (di cui com’è noto, la versione più nota fu composta da Giovanna Marini, che la “contrabbandò” come brano di autore anonimo e Modugno ne utilizzo la musica per  scrivere “Amara terra mia”, su testo di Enrica Bonaccorti, depositandola a proprio nome. Si cambia registro sonoro con un’altra performance corale di alto livello (“La Lega”, inno del primo Novecento, che testimonia la presenza consapevole delle donne nella rivendicazione contro lo sfruttamento sul lavoro). Come, rilevano gli artisti, «la parola “lega” non vuol dire razzismo e xenofobia, ma al contrario libertà e solidarietà». La Sardegna è rappresentata dal repertorio processionale. Accompagnata da organetto, harmonium e percussioni, Elena interpreta da par suo “No mi giamedas Maria”, cantato su modulo dei gosos, forma musicale di importazione catalano-aragonese. (Questo brano non era contenuto nel disco, che, invece, presentava una versione colta di “In su Monte Gonare”). Non sembri brusco, perché tutto iscritto nelle dinamiche popolari, il passaggio dall’austerità devozionale al repertorio lirico-licenzioso dell’erotismo popolare toscano in chiave femminile con “Stornelli mugellani”. Irresistibile la rilettura della canzone piemontese “Mia mama  veul ch’i fila”  per voci e body percussion. La successiva canzone vede una superlativa, emozionante Lucilla Galeazzi intonare l’invettiva contro la guerra di “Gorizia”, nota pietra incendiaria delle serate di Spoleto. Sul piano dell’arrangiamento, non meno indovinata è “La mamma di Rosina”, canzone molto diffusa in tutta l’Italia centrale e settentrionale, qui proposta nella versione rielaborata da Michele L. Straniero. Il brano era presente nel programma di sala di Spoleto tra le canzoni dell’osteria. In merito, scrivono gli artisti nelle note di presentazione: «Ci è parso fondamentale inserirla con un’intenzione molto meno leggera, perché vi abbiamo letto una pesante allusione alla violenza sessuale e forse a un femminicidio». Il finale è suggellato dal celeberrimo canto (e valzer) “Addio Lugano Bella”, scritto in conseguenza dell’espulsione degli anarchici dalla Svizzera, dove erano riparati molti libertari per sfuggire ad arresti e persecuzioni. Lezioni di musica, di storia dal basso e di democrazia.



Ciro De Rosa