Gomidas Vartabedin – Yerkaran (Kalan Müzik, 2014)

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Queste righe sono dedicate a un album straordinario, costruito sulla convergenza tra brani storici – scritti dal compositore, musicista e musicologo di origini armene Gomidas Vartabedin, conosciuto come Komitas (1869-1935) – e arrangiamenti nuovi. Si tratta di una selezione di musiche appartenenti a un panorama sonoro sconosciuto ai più (come recita il sottotitolo “A collection of Armenian, Kurdish and Turkish folk songs”) e che coincide con una vasta area geografica e culturale che possiamo riconoscere nell’Anatolia. L’attività di Komitas – un talento nel campo musicale, considerato il fondatore della musica moderna armena, morto in un ospedale psichiatrico a Parigi, dove era stato rinchiuso in seguito al genocidio armeno, che aveva avuto come riflesso anche la perdita di buona parte delle musiche e dei testi che aveva composto – può essere ricondotta sia alla composizione che alla ricerca. In entrambi i casi i brani selezionati per questa compilation rimandano a temi di carattere religioso – facendo riferimento spesso alla chiamata alla preghiera (ezan) – e storico-sociale, definendo il profilo di una serie di espressioni musicali strettamente connesse al contesto culturale entro il quale sono state prodotte. Un contesto ampio e differenziato, al cui interno si può riconoscere il profilo di varie tradizioni espressive e varie lingue (armeno, curdo, turco), accomunate dalla tensione che rimanda a temi quali il dolore, la malinconia, la separazione, la migrazione. Temi che – come si può immaginare – orientano l’andamento dei brani anche sul piano musicale, nonostante l’ascolto del disco (di cui solo chi acquisterà la copia fisica potrà comprendere i contenuti testuali, perché il libretto è molto dettagliato e ricco di informazioni) sia generalmente piacevole, oltre che di grande trasporto. 
Ora, la componente fluida, rarefatta, morbida dei suoni può senz’altro costituire la cifra stilistica di “Yerkaran”. Questo è senz’altro vero, perché il flusso che si sviluppa attraverso i dodici brani che compongono l’album è molto denso ed equilibrato, così come la strumentazione (soprattutto cordofoni) riesce a sospendere le voci (che intonano sempre melodie molto distese, alle quali fanno da contrappunto solo alcune note più ritmate di pochi strumenti) in un grande soffio, che si diffonde dall’inizio alla fine della scaletta. Uno degli scopi principali dell’album, però, va ricondotto anche a una volontà (che è evidentemente anche una progettazione) politica. Al fatto cioè che attraverso la musica si definiscono i contorni di un’area sospesa sopra la politica e la storia delle contrapposizioni sociali che l’anno imperversata. Come si può leggere in un passo delle note introduttive del libretto, alla luce della varietà delle esecuzioni e degli stili che sono stati selezionati (e che sono tutti riconducibili a Komitas, il quale ha ricevuto una formazione composita, attraverso lo studio della musica classica occidentale e della musica religiosa armena), questo disco getta una luce non solo sulla storia musicale dell’area in questione, ma soprattutto su alcune delle pagine più significative della sua storia politica. 


Daniele Cestellini