Bandadriatica - Babilonia (Finisterre/Felmay, 2015)

Guidato dall’organettista e cantante Claudio Prima, Bandadriatica è una delle realtà più interessanti della scena musicale salentina, non solo perché vede protagonisti alcuni tra i più brillanti strumentisti locali, ma anche per il peculiare percorso di ricerca sonoro che li ha visti partire dalla loro terra per fare rotta prima verso i Balcani e più di recente verso Oriente. A distanza di tre anni dal pregevole “Arriva la banda!”, li ritroviamo con “Babilonia”, disco nato con il sostegno di Puglia Sounds Recording e prodotto da Finisterre, nel quale hanno raccolto dodici brani, che mescola echi della tradizione musicale salentina con sonorità world, sfidando confini naturali e di genere. Abbiamo intervistato Claudio Prima per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro, la sua gestazione e le ispirazioni che lo hanno caratterizzato.

Come nasce “Babilonia” il quarto disco di BandAdriatica?
Babilonia è la naturale evoluzione del percorso di ricerca condotto in questi ultimi anni dalla BandAdriatica. Dopo i primi tre album abbiamo spostato il nostro raggio d'azione più a Oriente e lì abbiamo incontrato altre musiche tradizionali che hanno confermato un'ipotesi poetica: le musiche del Mediterraneo sono state, un tempo, un'unica musica che si è poi frammentata per mezzo delle onde del mare, sulle coste dei paesi che vi si affacciano.

Quali sono state le ispirazioni e le suggestioni sonore che ne hanno stimolato la composizione?
Dal punto di vista musicale le fonti di ispirazione, come spesso ci è accaduto, sono le musiche tradizionali. Le radici culturali sedimentate nelle melodie dei diversi paesi del Mediterraneo conservano un'energia ancestrale. Ci siamo lasciati suggestionare da questi richiami antichi e li abbiamo ritradotti col nostro stile, frutto della nostra esperienza personale, dei viaggi che abbiamo fatto insieme, dei musicisti che abbiamo incontrato. Per quanto riguarda la scrittura dei testi, l'intento è quello di trasmettere i racconti di cui ci siamo nutriti in viaggio, le storie che nascono per strada o per mare, ponendo l'accento su quello che abbiamo imparato viaggiando e incontrando culture diverse: la Babilonia confusa e disorientata nella quale viviamo ha la chance di essere trasformata. Nei testi delle canzoni abbiamo scritto dell'importanza  di ascoltare quello che l'altro ha da raccontare, di rivalutare la possibilità di sentirsi vicini anche se proveniamo da paesi diversi.

Come si è evoluto il sound di Bandadriatica dal disco di esordio a Babilonia?
Il sound ha dei tratti che si sono conservati in questi anni: il drive ritmico, la pressione dei fiati, l'utilizzo dell'organetto in maniera non convenzionale, la forma canzone di ispirazione world, ma nell'ultimo cd la presenza delle corde (saz, chitarre, kamalè ngonì) hanno spostato l'ambientazione più ad Oriente. L'inserimento in organico di Morris Pellizzari e la presenza degli ospiti turchi, armeni e libanesi, dà un taglio nuovo e permette l'indagine di un rapporto che sembra molto fecondo: quello tra la musica mediorientale e la musica adriatica. Alcune melodie suonate dal saz o dal violino e poi sottolineate dalla sezione fiati danno il segno che queste tradizioni si sono spesso incrociate e che condividono storie e origini comuni.

Quali sono state le esperienze, e gli incontri che maggiormente hanno inciso nella vostra maturazione artistica?
La banda ha incontrato negli ultimi anni Boban e Marko Markovic, la Kocani Orkestra, le voci bulgare di Eva Quartet e più di recente il percussionista turco Burhan Ocal. In più nel passato si è nutrita dell'apporto fondamentale di Redi Hasa che ci ha portato dall'Albania le musiche che avrebbero permesso di costruire una sorta di ponte sull'Adriatico. Ogni incontro ha permesso al sound un'evoluzione, ogni volta la banda ha acquisito familiarità con un nuovo stile e ne ha condensato le influenze in nuove composizioni e nuovi testi. 

Dal punto di vista degli arrangiamenti come si è indirizzato il vostro lavoro?
Gli arrangiamenti di solito constano di due fasi: c'è un primo lavoro fatto da chi compone il brano e poi un lavoro d'insieme nel quale ognuno propone delle idee in sala prove. In questo modo il brano si sviluppa e si nutre dell'esperienza di tutti i musicisti. Abbiamo rispettato questo canovaccio anche per Babilonia, nel quale è ancora più accentuata la tendenza da parte di ognuno a condividere le scelte musicali e a mettere a disposizione del gruppo le proprie capacità.

Dalla Turchia al Libano fino a toccare l’Armenia, “Babilonia” vira il vostro viaggio attraverso le musiche del mondo verso l’Oriente. Ci potete raccontare i vostri incontri con musicisti come Rony Barrak (percussioni), Deniz Koseoglu (saz), e Nure Dlovani (violino)...
Abbiamo incontrato Rony Barrak a Beirut con l'Ensemble Sule e abbiamo avuto modo di suonare con lui. E' nata subito una grande intesa e ci ha parlato di due musicisti armeni e turchi con cui collaborava. Ci è sembrato perfetto poterli incontrare e lavorare insieme a loro sulla ricerca delle origini comuni delle nostre tradizioni. Li abbiamo quindi invitati in Italia a Dicembre scorso per il progetto Floating Art. Siamo stati insieme per tre giorni e abbiamo preparato un concerto. E' stato un incontro meraviglioso che ha gettato le basi per il completamento del repertorio di Babilonia. Floating art è anche un documentario che racconta in immagini questa straordinaria esperienza ed è visibile gratuitamente on line. E' girato da Gianni De Blasi, autore anche del videoclip di Babilonia il primo singolo estratto che dà il nome all'album.

Al disco partecipano anche due voci tra le più intense voci della scena salentina, Enza Pagliara e Rachele Andrioli (voce), nonchè Roberto Chiga al tamburo a cornice. Quanto è stato importante il loro apporto?
Enza, Rachele e Roberto sono musicisti con cui collaboriamo da anni in diversi. Enza ha cantato per la prima volta con la BandAdriatica qualche anno fa portando con lei un brano tradizionale che aveva reperito a Salignano, un piccolo paese nei pressi di Santa Maria di Leuca. Noi l'abbiamo riarrangiato e un pò stravolto con un piglio rumeno. L'incontro con lei, con Rachele e con Roberto da forza al legame che ha il nostro sound con il Salento e con la tradizione popolare.

“Babilonia” non perde di vista la tradizione e il dialetto salentino. Penso a brani come “Me perdu”, “La capu” e “Pizzica Balkan”. Quanto è importante il vostro contatto diretto con la musica la tradizione musicale della vostra terra?
E' un rapporto di profondo amore e rispetto. C'è un filo rosso che unisce le tradizioni musicali del mediterraneo e restare legati alla tradizione salentina è come tenere nella mani un capo di questo filo. La nostra relazione è anche molto dinamica, in quanto abbiamo il gusto di sperimentare le nuove vie della tradizione e la scommessa è quella di rendere la tradizione viva e attuale in questo modo, donandole quotidianamente un contatto col presente. In questo cd perdipiù io ho scritto 3 brani inediti in dialetto salentino. Trovo che questa lingua abbia una forza ancestrale, i suoi fonemi mi fanno cantare in modo diverso e mi guidano nella scrittura rendendo le parole più asciutte, più dirette. Sto scoprendo in questo modo la potenza di questa lingua, che ha l'ardire di unire passato e presente in un fiato.

Nelle trame di vari brani la matrice balkan è ancora molto viva. Quanto c’è ancora da scoprire e da dire su questo genere?
Noi abbiamo da sempre indagato un balkan meno noto al grande pubblico, quasi edulcorato dagli interventi originali e dalle influenze dei paesi più a ovest dei balcani in senso stretto (Albania, Croazia, Slovenia), ma è chiaro che il richiamo rimane forte e la banda salentina si esprime con una certa scioltezza quando incontra il sound delle fanfare d'oltremare, soprattutto a seguito degli incontri con i Markovic e con la Kocani. Il genere in Italia è diffuso ma ancora poco noto nella sua completezza. C'è ancora tanto da scoprire e spero che possiamo continuare a contribuire in questa ulteriore indagine.

Il disco nasce con il sostegno di Puglia Sound, come giudichi questo progetto a sostegno della scena musicale salentina?
Mi sembra un'ottima opportunità per gli artisti pugliesi. Il sostegno alle produzioni discografiche, in un periodo come questo, dà linfa preziosa ai musicisti. L'accento è posto giustamente anche sulla promozione del proprio lavoro, il che aiuta le band a pensare di esportarsi e di farsi conoscere in maniera più organizzata e non solo a produrre un disco che contenga le proprie creazioni. In questa direzione c'è tanto da fare, la Puglia ha numerosi artisti e il livello medio delle proposte musicali in circolazione è ottimo. A mio parere si potrebbe fare qualche passo avanti nei settori della produzione, del management e della direzione artistica. Settori per i quali spesso siamo costretti a rivolgerci all'esterno. 

Il 17 aprile “Babilonia” ha avuto la sua premiere live all’Auditorium Parco della Musica con ospiti d’eccezione come il sassofonista Javier Girotto e il percussionista Massimo Carrano. Com’è stata la risposta del pubblico rispetto ai nuovi brani?
Entusiasta devo dire. Abbiamo ricevuto ottimi feedback. Al pubblico è piaciuto molto l'incontro (l'ennesimo!) con Javier e Massimo che sono entrati da subito nello spirito della band, divertendosi e partecipando totalmente all'energia del live. Le nuove sonorità hanno suggestionato bene gli ascoltatori e i nuovi brani sembrano piacere. Speriamo bene!

Come saranno i concerti del tour con cui promozionerete “Babilonia”?
C'è un cambio sostanziale del concerto.: nuove idee, nuovi brani e nuove performance. E' sempre un live per partecipare, che dà la possibilità  al pubblico di ascoltare o di ballare. A tratti più respirato e a tratti turbolento e travolgente. Ci saranno, come nel disco, delle virate mediorientali e afro, dei momenti lirici e numerosi cambi repentini di rotta. E' un viaggio che auguriamo di fare anche dal vivo, salendo a bordo insieme alla ciurma.




Bandadriatica - Babilonia (Finisterre/Felmay, 2015)
#everythingispossibile è questo l’hashtag che ha accompagnato il lancio di “Babilonia”, quarto album di Bandadriatica, disco nel quale l’ensemble salentino, attraverso dodici brani testimonia come la musica possa rendere tutto possibile, dall’incontro tra tradizioni e musiche differenti, al superamento di ogni confine di lingue razze e religioni. Dopo aver esplorato le musiche del Mare Adriatico con “Contagio”, “Maremoto” ed “Arriva La Banda”, Bandadriatica ha esteso il proprio raggio d’azione veleggiando verso le coste più estreme del Mediterraneo. Complice l’incontro con il percussionista libanese Rony Barrak, Bandadriatica ha dato così vita ad un progetto musicale di grande spessore che accompagna la musica salentina alla riscoperta dell’origine primigenia della musica del Mare Adriatico, percorrendo i sentieri dell’Est Europa fino ad arrivare in Turchia che schiude la porta verso l’Oriente, dal Libano fino a toccare l’Armenia. Confrontandosi con tradizioni, lingue e musicisti libanesi, turchi, armeni l’ensemble salentino ha percorso le rotte dell’incomunicabilità per riscoprire come culture solo in apparenza differenti possano ritrovare una comune radice nell’identità di tradizioni e ritualità. La forza propulsiva che spinge l’ensemble salentino ad esplorare nuovi mondi sonori, scoprire strumenti e nuove melodie non è semplicemente la curiosità, ma è anche la convinzione di poter scoprire nuovi sentieri musicali, ritrovando la radice comune che lega le varie culture del mediterraneo. Ascoltando ogni brano si può percepire chiaramente l’ispirazione che lo ha animato, sia essa un incontro, un momento di confronto tra tradizioni differenti, o ancora un viaggio, ma ciò che colpisce davvero è come tutto ciò si traduca in invenzioni sonore originali dove la banalità è messa al bando. “Babilonia” è dunque la dimostrazione di come linguaggi, culture e tradizioni possano riconoscersi nel linguaggio universale della musica che annulla confini, distanze, e differenze. Dal punto di vista prettamente musicale i brani si reggono sulle trame sonore intessute dall’organetto di Claudio Prima e le corde di Morris Pellizzari (chitarre, kamalè ngonì, saz) su cui si innesta la straordinaria sezione di fiati composta da Emanuele Coluccia (sax contralto), Vincenzo Grasso (clarinetto, sax tenore), Andrea Perrone (tromba), e Gaetano Carrozzo (trombone), il tutto supportato magistralmente dalla sezione ritmica composta da Giuseppe Spedicato (basso elettrico, tuba), Ovidio Venturoso (batteria, cajon). Per l’occasione non mancano anche alcuni ospiti speciali come le due voci salentine di Enza Pagliara e Rachele Andrioli, i tamburi a cornice di Roberto Chiga, e i vari musicisti incontrati in questo nuovo viaggio attraverso il Mediterraneo ovvero Rony Barrak (percussioni), Deniz Koseoglu (saz), e Nure Dlovani (violino). Durante l’ascolto si spazia dai brani cantati in salentino ovvero l’iniziale “Me Perdu”, la trascinante “La Capu” e gli echi della tradizione di “Salignano” con i fiati in grande spolvero a supportare la linea melodica, agli incroci sonori delle splendide “Turkayak”, “Bint el Shalabiya” e “Pizzica Balkan” fino a toccare le gustose “Mania DLG” e “Giga” che rimandano alle sonorità balcaniche dei primi dischi. Tutto insomma funziona magnificamente anche quando Bandadriatica incontra la canzone d’autore con la title track e quel gioiellino che è “Terra”, tuttavia il vertice del disco lo si incontra nel finale con la lunga suite “Tre balli in maschera”, che sintetizza magistralmente tutte le istanze sonore del disco. Insomma “Babilonia” è il disco dove tutto è possibile perché la musica è tra le poche cose che hanno il potere di unire e non di dividere.



Salvatore Esposito