Blick Bassy – Akö (No Format, 2015)

Un brano più bello dell’altro si succede nel nuovo disco di Blick Bassy, musicista, cantante e compositore camerunense di base a Parigi. Il titolo dell’album è “Akö” ed è suonato con una formazione essenziale e originale: chitarra, banjo, violoncello (suonato da Clément Petit), trombone (Fidel Fourneyron), con alcune aggiunte di armonica (Olivier Ker Ourio) ed elettronica (Nicolas Repac). Si tratta di un disco sussurrato – strutturato sul soffio della voce di Bassy – nel quale si sviluppano pochi ma determinanti elementi. Innanzitutto l’eco della tradizione espressiva dell’area di provenienza di Blick Bassy (tradizione riconducibile al linguaggio “bassa”), dalla quale questi si è spostato a Parigi nel 2005, per perseguire una carriera solista che sta dando buoni risultati (nel 2009 Bassy ha pubblicato “Léman” e nel 2011 “Hongo Calling”). Ma anche un orizzonte sonoro che copre generi più destrutturati e trasversali, come blues e jazz, declinati in una forma semplice ma efficacemente presenti sul piano strutturale ed esecutivo (dall’utilizzo del finger-picking all’elaborazione di modelli melodici più cantautorali e intimistici). Attraverso le undici tracce di cui è composto l’album si definisce la volontà dell’autore di rimanere in bilico tra questi riferimenti. E la soluzione di affidare il racconto di questa ambiguità a una strumentazione inconsueta – che si apre alle influenze più etniche solo attraverso la voce di Bassy – appare quantomai apprezzabile. Sopratutto perchè (sembra ci voglia suggerire il racconto di “Akö”) se di world music si tratta (e se così la vogliamo chiamare) è perchè è caratterizzata prima di tutto da una grande libertà strutturale. Che si riverbera sugli arrangiamenti, sui temi abbracciati dalla strumentazione (che anche nei brani di impianto più tradizionale, come “Kiki”, scivola, con interessante irriverenza e ironia, in sonorità inaspettate: provare, in questa prospettiva, a godere in pieno del prologo fluido e degli assoli più strutturati di trombone e violoncello), sul ritmo costante ma sempre accennato dai cordofoni. Nel brano “Wo do wap”, ad esempio, il ritmo è sostenuto dall’incedere dell’arpeggio del banjo che si incastra nel tema del violoncello pizzicato, sostenuto, nella seconda parte del brano, da una spennata più decisa ma morbida e appena percepibile. È qui, più che in altri pezzi, che emerge la sperimentazione, insieme a una tensione ricercata e agita in quello spazio (dove può succedere tutto) tra l’idea e la sua rappresentazione libera, informale: mettete insieme una voce sussurrata che si aggrappa alla reiterazione (rockabilly) delle tre sillabe del titolo del brano, qualche voce secondaria sguaiata a volume bassissimo, un incedere di violoncello che simula (senza trasfigurarsi in) un contrabbasso e una trama di fiati sovrapposti e acutizzatti dalla sordina. Il risultato è sorprendente, perchè fa godere del ritmo incessante, presente, concreto e, nello stesso tempo, della sensazione rassicurante che irradia un brano morbido, avvolto in un’atmosfera intima, di racconto. Allora, se vogliamo trovare gli elementi più rappresentativi di questo terzo disco della carriera da solista di Bassy (in Camerun ha militato per anni nella band jazz-fusion Macase), dobbiamo cercarli proprio nella trama dei brani e, possibilmente, nell’idea che ne ha organizzato la forma. Perchè questa forma (quasi per nulla retorica) è nuova e vecchia allo stesso tempo. È scomposta ma ricorda un ordine che siamo in grado di condividere. È un punto estremo della commistione tra i generi musicali. E per comprenderla non serve conoscere l’artista (la sua storia, la sua visione) ma riconoscere gli elementi che ha mischiato. 


Daniele Cestellini