Roberto Ottaviano – Forgotten Matches: The World Of Steve Lacy (1934-2004) (Dodicilune/I.R.D., 2014)

Sassofonista e compositore tra i più apprezzati in Italia, Roberto Ottaviano non ha bisogno di presentazioni per il pubblico degli appassionati di jazz, in quanto a parlare per lui è la sua carriera spesa tra il suo percorso come solista e le tante collaborazioni prestigiose messe in fila negl’anni da Giorgio Gaslini ad Enrico Rava, dalla ICP Orchestra di Misha Mengelberg a Keith Tippett, fino all’esperienza con Canto General. A due anni di distanza dallo splendido “Arcthetics, Soffio Primitivo”, il musicista barese torna con “Forgotten Matches: The World Of Steve Lacy”,  doppio album,  che a dieci anni dalla scomparsa del sopranista newyorkese, esplora alcune delle sue composizioni più significative, con due dei suoi organici privilegiati, il quartetto e il duo. Abbiamo intervistato Roberto Ottaviano per farci raccontare questo suo nuovo progetto discografico, senza dimendicare uno sguardo alle produzioni precedenti, e alla sua attività didattica.

Come nasce il progetto “Forgotten Matches - The World Of Steve Lacy”, che hai presentato dal vivo in anteprima durante l’ultima edizione del Talos Festival?
Dal buon pretesto di rendere omaggio a questo straordinario artista e maestro a dieci anni dalla sua scomparsa, ma in realtà sotto sotto c’è qualcosa in più. Il mio desiderio di partire dalla lettura delle pagine e dai moods Lacyani per fare il punto della situazione sulla mia identità di musicista. Durante il mio percorso mi sono trovato in tantissimi contesti con i quali, mi sembra, il Jazz ha fatto i conti inglobandone le possibilità tecniche ed estetiche, ed ho cercato di pormi domande ed affrontare da strumentista e compositore l’evoluzione di questo linguaggio. Spesso mi sono infilato in strade cieche e prive di grande stimolo, ed è allora che ascoltare la musica di Steve, studiarla ancora una volta, mi ha portato beneficio e mi  ha indicato delle vie d’uscita, semplici ed elementari, rivolte alla contemporaneità ma al tempo stesso intrise di tradizione.

Non hai mai nascosto la tua passione per la musica di Steve Lacy, quanto ha influenzato il tuo stile?
Francamente non saprei dire quanto ha influenzato il mio stile, perché se parliamo di sax soprano, debbo dire che ho cercato negli anni di assimilare anche altre lezioni, come quelle ad esempio di Coltrane, Shorter, Liebman, come pure di alcuni artisti europei come Surman ed Evan Parker. Però debbo ammettere che le idee ed il suono di Lacy, oltre che racchiudere i tratti caratteristici di questi solisti, ne ha assommati tantissimi altri, e questo per uno strumento dal ruolo un po’ negletto e considerato riduttivo (per colpa anche di eserciti di saxofonisti che lo hanno usato un po’ tutti allo stesso modo), è stato di straordinaria importanza. Ecco, questo è stato per me l’insegnamento di Steve, non pensare al sax soprano in sé, ma pensare al sax soprano in me, cioè all’amplificatore di suoni che provenissero da uno strumento più ampio che è la mia voce interiore. 

Quali sono, a tuo parere, gli elementi di innovazione che ha apportato Steve Lacy al linguaggio jazz?
Non so se Lacy possa essere considerato un “innovatore”.  Posso affermare di sicuro che è uno fra i pochi musicisti moderni a non aver avuto paura di contestualizzare, e quindi anche a dare una forma attuale ed in sintonia con i tempi  in cui ha vissuto, ad un qualcosa che già alcune figure molto importanti avevano introdotto in passato nel mondo del Jazz.  Steve era perfettamente inserito in un solco che molti forse hanno perso di vista subito dopo la grande rivoluzione del bop.  Molto Jazz infatti, da quel momento in poi,  diventato  “maniera”, “stile”, “repertorio” , emarginando una idea anche piuttosto ampia delle sue potenzialità legate alla ricerca ed alla commistione con altre discipline. Per non parlare del portato sociale e l’impatto provocatorio che molti musicisti hanno espresso grazie ai suoni ed ai riferimenti letterari utilizzati. Ecco trovo che Steve sia stato uno tra gli ultimi musicisti riconducibili a Ellington, Roach, Mingus, ….

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di scelta del materiale da reinterpretare?
Lo Steve Lacy Book è sterminato e mia intenzione è stata quella di lavorare su un arco temporale di circa vent’anni, cioè dalle composizioni più ‘giovanili’ (Trickles, The Crust, i tre Blues), fino a quelle più recenti (The Rent, Bookioni) passando attraverso alcuni brani da lui registrati anche solo una volta (Agenda, Hemline). Inoltre sentivo di dovermi collegare anche a sentieri a lui paralleli come quello di Waldron e dei Sud Africani.

Come hai approcciato la rilettura del repertorio di Steve Lacy?
C’è poco da ‘interpretare’… I brani di Steve non funzionano come le canzoni di Gershwin e neanche come gli originals di Monk. A volte sono scatole cinesi, altre volte sono impulsi ritmico-modali non dissimili dalle filastrocche Griòts, spesso sembrano pièces  tratte dal teatro musicale di Brecht-Eisler o Weill.  Devi entrarci dentro e farti uno spazio ecologico, senza forzature. Se pensi di affrontare questi brani con l’approccio del clichè bop, sei fuori strada. Tutta la scuola del pattern va a farsi benedire. O suoni e se hai qualcosa da dire sopravvivi, se invece vai alla ricerca del chorus e delle formule cadenzali, allora distorci il tutto e lo riduci, per l’appunto a “repertorio”.  Spesso Ornette è stato ridotto a questo, invece io penso all’arte di improvvisare cui spesso ha fatto riferimento Lee Konitz.

Per “Forgotten Matches” hai voluto al tuo fianco Glen Ferris al trombone, Giovanni Maier al contrabbasso, Cristiano Calcagnile alla batteria nel primo disco e Alexander Hawkins al pianoforte nel secondo. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a scegliere questi musicisti e non altri?
Familiarità con il mondo di Steve Lacy (anche diretta come nel caso di Glenn), rispetto della tradizione come anche la volontà di spingersi oltre, competenza musicale e intuizione creativa. Certo il mondo è pieno di straordinari musicisti con alcune tra queste caratteristiche ma il mio fiuto del momento mi ha portato verso la formulazione di questo organico. Oltretutto è stata una splendida occasione per cominciare un rapporto di collaborazione con Alexander ‘Hawk’ Hawkins col quale abbiamo diverse cose in comune. Devo naturalmente ringraziare Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti che hanno creduto nel progetto e mi stanno sostenendo in questi anni offrendomi alcune opportunità. E’ stato davvero un bel complimento sentirsi dire da Ferris, a fine registrazione, che gli ho fatto riscoprire la musica di Lacy, e mi ringraziava tantissimo di averlo coinvolto in un mondo da una prospettiva a lui sconosciuta.

Quali sono le differenze sostanziali tra il primo ed il secondo disco?
Nel quartetto l’atmosfera è più segnata dall’impatto del groove, della locuzione di swing  comunque contenuta nei brani scelti, mentre nel secondo regna maggiormente un interesse per l’astrazione e la riflessività. Trovo che comunque in entrambi ci sia uno sforzo di interplay che si gioca a vari livelli.

Ci puoi raccontare delle tue sensazioni e delle tue emozioni nel trovarti a rileggere le composizioni di Steve Lacy?
A distanza di tanti anni c’è sempre un piacere sottile e rinnovato nell’affrontare questo materiale. Giorno per giorno scopro cose nuove. Penso alla sensazione che Steve deve aver provato quando negli anni ’50 lavorava sui brani di Monk. Piccola differenza, la musica di Thelonious era lì ben presente, in un qualche modo all’interno di forme chiuse e più “convenzionali”. La musica di Lacy, al contrario, non solo non esiste praticamente che nei dischi (chi suona la sua musica oggi ?), ma proprio fisicamente è latitante. A parte qualche ridottissima raccolta (“Prospectus” per la Margun Music di Schuller e “Findings” per la Senators), i suoi famigerati notebooks sono custoditi dalla Newyorchese Archive for Contemporary Music che ho cercato di contattare più volte, ma senza successo. Tra oltre 500 composizioni, oltre il 50% ho dovuto trascriverlo da me, ma  tutto sommato è un lavoro che mi permette di crescere ogni volta.

Facendo un passo indietro al tuo disco precedente “Arcthetics - Soffio Primitivo”. Puoi raccontarci la genesi di questo disco, che personalmente ritengo tra le tue produzioni più suggestive…
Effettivamente anche io ritengo “Soffio Primitivo”, come uno tra i miei lavori più compiuti e che meglio mi rappresentano. Al suo interno ci sono quasi tutte le coordinate che mi contraddistinguono come artista. Una ricerca timbrica data dall’organico inusuale, una tipologia varia nell’uso delle forme, una perfetta integrazione tra scrittura e improvvisazione, un valido interplay tra i musicisti, una buona sintesi tra elemento colto ed elemento popolare. E’ stato un lavoro con il quale non ho avuto alcuna difficoltà di elaborazione, e venuto fuori con molta naturalezza ed era già abbastanza chiaro nella mia testa. Dopo una occasione live offertami dal Padova Jazz Festival, siamo andati in studio e lo abbiamo realizzato. 
Purtroppo ha dovuto attendere molto tempo prima di vedere la luce perché questo è un paese in cui non c’è più spazio per queste avventure, oppure devi lanciarti in operazioni di autogestione che francamente per uno che non ha più vent’anni cominciano a diventare pesanti. Il gusto ed il mercato ormai premiano sempre più gli omaggi alla canzone italiana (Mina, con stima ed affetto, quanti danni hai fatto…), il binomio Italia-Brazil (siamo forse la maggiore colonia brasiliana del jazz) ed “abbiamo tutti un blues da piangere” nel senso che ce n’è sempre meno.  Per noi c’erano le nicchie e continuano ad esserci quelle… finchè ci restano.

Parallelamente alla tua attività concertistica, nel tuo percorso artistico ha avuto un grande peso anche la didattica, essendo tu titolare della cattedra di musica jazz al conservatorio di Bari. Cosa cerchi di trasmettere agli allievi del tuo corso dal punto di vista musicale?
Da che mi occupo di didattica a tempo pieno in Conservatorio, più di venticinque anni ormai, ho attraversato varie fasi  in cui ho cercato di mettere sempre più a fuoco quale potesse e dovesse essere la presenza del Jazz ed il mio contributo in questa Istituzione che, sebbene rappresenti il fulcro secolare della formazione musicale del vecchio continente, oggi è sempre più allo sbando come del resto tutta la scuola pubblica italiana. Ad ogni modo questa Istituzione resta ancora l’unica seria opportunità di articolare una serie di studi in modo programmatico e completo, l’alternativa, fatta eccezione per pochissime realtà sparse sul territorio, è costituita da una serie di Alberghi ad ore in cui ogni docente in fondo fa quello che farebbe nelle lezioni private ma sotto un tetto comune, e senza alcuna interfaccia con un sapere globale. 
Dal canto mio ho preso coscienza, col tempo, che prima ancora di lavorare su regole e regolette, schemi e diagrammi dettati da una editoria commerciale e da una pratica manualistica, è necessario che chiunque si avvicini a questo mondo abbia davvero cognizione e consapevolezza delle sue radici, dell’humus che lo ha generato e dello spirito che ne ha dettato espressioni  e pratiche nel corso della sua storia. Forse oggi ancor di più che nel passato, e mi riferisco proprio agli anni in cui il Jazz è entrato in Conservatorio. Difatti  se all’inizio il mondo accademico ne guardava con una certa positiva curiosità il suo ingresso, oggi da una parte cerca di fagocitarlo ponendo ancora una volta al centro di tutto la cosiddetta Grande Musica (e quindi legittimando solo un certo tipo di operazioni musicali il cui primato resta ancora l’orpello della formazione europea tardo romantica), e dall’altra lo ha ghettizzato come un “genere” da telefilm, da Night Club fuori tempo massimo, oppure da evento natalizio con la paccottiglia Gospel che manco più ad Harlem è sentita ed è autentica. Bene, io cerco di smontare sistematicamente questi ingranaggi e aspiro a fidelizzare chi autenticamente vuole rapportarsi alla tradizione afroamericana e lavorare sulla creatività sfruttando anche le proprie radici.

Concludendo, dopo questo doppio album dedicato a Steve Lacy, quali sono i tuoi progetti futuri?
Ci sono alcune cose su cui sto già lavorando, composizioni per un nuovo organico modulare, tra cui la realizzazione di una vera e propria opera con libretto, e un paio di situazioni condivise delle quali si parla da un po’ di tempo e che spero riescano a vedere la luce presto, tra queste la riproposizione del gruppo Ovary Lodge, con Keith e Julie Tippetts insieme a Giovanni Maier e Michele Rabbia.



Roberto Ottaviano – Forgotten Matches: The World Of Steve Lacy (1934-2004) (Dodicilune/I.R.D., 2014)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Sassofonista e compositore tra i più innovativi della storia del jazz, Steve Lacy in vita non ha ricevuto l’attenzione della critica e il successo che avrebbe meritato, pagando non solo la scelta coraggiosa di dedicarsi al sax soprano, ma anche di averne innovato l’approccio esecutivo attraverso ricerche timbriche e melodiche particolari, forse troppo lontane da ciò che avrebbe richiesto il mercato. A dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 4 giugno del 2004, Roberto Ottaviano, che di Lacy fu allievo e del quale ha condiviso la predilezione per il sax soprano, ha deciso di omaggiarne con “Forgotten Matches: The World Of Steve Lacy”, un doppio album, registrato nell’agosto del 2014 presso gli studi ArteSuono di Cavalicco (Ud) ed in cui ha raccolto ventitré brani tratti dal repertorio del musicista newyorkese. Rispetto alle diverse collaborazioni con Mal Waldron, Oliver Johnson, Jean Jacques Avenel e John Betsch, e soprattutto al precedente “Arcthetics - Soffio Primitivo”, Roberto Ottaviano ha approcciato questo nuovo lavoro da una prospettiva nuova, che lascia da parte l’idea di distinguersi per scelte timbriche e stilistiche dal suo maestro, per dedicarsi alle composizioni di quest’ultimo, lavorando in studio con alcuni dei musicisti che hanno collaborato con lui in tempi recenti. A riguardo il musicista barese scrive nelle note di copertina: “Più cerco di distaccarmi dal suo potere musicale, artistico, e più mi rendo conto di quanto Lacy sia davvero un gigante ancora misconosciuto. Tutte le volte che da musicista, da pensatore, da esteta e da ricercatore, mi pongo dei quesiti esplorando in direzioni diverse, inevitabilmente trovo nella sua produzione e nel suo modus operandi, le risposte che cerco”. In questo senso anche il titolo del disco non è casuale rimandando non tanto al concetto di sfida, ma piuttosto all’esigenza di portare alla luce ed esaltare quello che ha rappresentato Steve Lacy per la storia del jazz moderno, e quanto ancora le sue composizioni possano rappresentare la base di partenza per le future ricerche. Alla luce di ciò è facile comprendere anche la precisa scelta di incidere con il quartetto pianoless le composizioni di Lacy, mentre riservare al duo quelle provenienti dalle collaborazioni con Mel Waldron, e Harry Miller, tre improvvisazioni, e un omaggio Gilles Laheurte. Accompagnato da Glenn Ferris al trombone e la brillante sezione ritmica composta da Giovanni Maier (contrabbasso) e Cristiano Calcagnile (batteria), Roberto Ottaviano ci conduce alla scoperta di alcuni delle composizioni più interessanti di Steve Lacy come nel caso delle magnifiche “Gay Paree Bop” e “We Don’t”, o delle due perle “The Rent” e “Bookioni” tratte da “Early and Late” realizzato con Roswell Rudd. Il quartetto rilegge in modo brillante le composizioni del sassofonista americano, facendo emergere come i temi si aprano in modo quasi naturale al gioco dialogico tra i quattro strumentisti, quasi fossero il pentagramma diventasse la scintilla ispirativa  per dar vita a spaccati sonori sorprendenti come nel caso della conclusiva “That's For JJ (Dedicated to the late Jean Jacques Avenel)”. Ancor più interessante è poi il secondo disco inciso da Ottaviano in duo con Alexander Hawkins al pianoforte che mette in luce la passione del sassofonista americano per il duo, e non è un caso che il suo fulcro sia rappresentato da due composizioni di Mal Waldron ovvero “What It Is” e “The Seagulls of Kristiansund”, dal cui ascolto riemerge intatta tutta l’urgenza creativa degli originali. Di grande pregio sono poi le riletture di “Wicket”, “Agenda” e “Orage Groove” di Harry Miller, ma il vero vertice del disco lo si tocca con la straordinaria versione di “Hamline”, nella quale emerge tutta la capacità di Ottaviano ed Hawkins di riuscire a fondere una profonda conoscenza del repertorio di Lacy con la sperimentazione creativa. Insomma dopo l’ottimo “Arcthetics – Soffio Primitivo”, il sassofonista pugliese ci ha regalato un altro disco di grande pregio, al cui ascolto si appassioneranno certamente coloro che conoscono l’opera di Steve Lacy; per quanti, invece, vi entreranno in contatto per la prima volta, sarà l’occasione per lasciarsi incuriosire da questo incredibile corpus di composizioni.


Salvatore Esposito