La Banda di Piazza Caricamento – Il Sesto Continente (Felmay, 2014)

Al terzo giro discografico, il collettivo in viaggio dal 2007 ma rinnovato nell’organico, simbolo della Genova plurale, privilegia un suono multilingue dal composito tessuto strumentale, non privo di impronta percussiva (afrocubana, mediorientale e del subcontinente indiano), con virate verso il pop e la forma canzone. Il motivo è presto detto: quattro bravi vocalist in primo piano a intrecciare le ugole (la tagika Yana Oder, l’irlandese Lorraine McCauley, la rajasthana Parveen Sabrina Khan, il beninese Medard Sossa), in più interventi vocali degli ospiti tra i quali svetta Antonella Ruggiero, che abbellisce “Ninna Nanna per Yanuska”. «È un disco più elaborato dal punto di visita degli arrangiamenti. Con Daniele Adrianopoli abbiamo concepito un lavoro pensato più a tavolino che in passato, quando eravamo animati dall’idea del “buona la prima”» – mi dice Davide Ferrari, musicista, produttore artistico e direttore della Banda, che firma con il musicista, autore e fonico Adrianopoli gli arrangiamenti e otto degli undici brani del disco. Prosegue Davide: «Sin dal primo disco, i principi di composizione della Banda restano l’improvvisazione e la sistematizzazione dell’improvvisazione. Il lavoro di arrangiamento più meditato ci ha portati, inevitabilmente, a una forma un po’ più pop, più verso la canzone, ma in senso molto ampio. Nel disco non c’è omogeneità perché questo gruppo è insieme da poco tempo: i brani sono nati in momenti diversi, non nascono pensati stilisticamente, ma nascono dall’incontro spontaneo, seguendo la procedura che ci anima da sempre: improvvisazione, composizione, arrangiamento e registrazione. Dalla prima canzone della Banda, ormai otto anni fa, il denominatore comune è fare incontrare musicalmente le persone e far nascere una sorta terza dimensione: da due poli ne nasce un terzo... Con la Banda continuo a lavorare a una musica non catalogata, non strutturata a monte». Dunque, niente défilé esotico di culture, che resta il rischio costante delle orchestre cosiddette multietniche. Diversamente, la Banda di Piazza Caricamento mette in scena l’utopia sonora del sesto continente, concretizzata nella terra ideale dell’accoglienza, della conoscenza, della creatività. In questo progetto genovese, fin dalle origini caratterizzato dai chiari contenuti sociali ed estetici, ci sono i suoni della metropoli crocevia, le musiche che si “generano nelle città popolate dall’incontro tra genti straniere residenti e/o in transito, musica senza stili e origini dominanti, dove il meticciato è il terreno di fondo su cui si coltivano le arti contemporanee”, scrive Ferrari nella presentazione. La Banda è composta da dodici musicisti, giovani immigrati e di seconda generazione, provenienti da Messico, Sri Lanka, Senegal, Iran, Capo Verde, Brasile, Marocco, oltre a numerosi collaboratori del passato e del presente che portano a venticinque i musicisti impegnati nel disco. È un album che non manca d’immediatezza, forte di una variegata sezione ritmica e dell’accostamento di strumenti acustici ed elettrici. Se l’iniziale “Jarada”, la morbida “Anima Bella” e “Final Call” (con echi Irish à la Cranberries) fanno prevalere il profilo melodico e levigato, le trame si infittiscono in “Infinity”, nel cui tessuto funky-pop si instilla il tratto vocale indiano, che è condiviso con l’ottima “Bird Song”. Altrove – parliamo di “Anawabode” – l’appeal è generato dal groove afro sposato alle impennate vocali. La clashiana “Rock the Casbah” è un disinvolto spasso elettro-disco-soul-funky-rock. Di tutt’altro tenore è l’improvvisazione sulla musicalità gnawa del tradizionale “Gnawa Genes”, dove spinge il guimbri del mallem marocchino Abdenbi El Gadari e si incastrano le digressioni della tromba di Michele Ferrari. Si procede poi con le belle combinazioni vocali di “Steppa” e con la morbidezza della ninna-nanna di origine russa, featuring la Ruggiero. Nei tempi danzanti di “El Pepe”, tra percussioni, mandolino, chitarre e voci, tra le quali c’è quella del presidente uruguagio Pepe Mujica, raccolta durante un discorso all’ ONU, è racchiuso l’epilogo di questo viaggio tra sensazioni, memorie, ideali e visioni del futuro. 


Ciro De Rosa