Gang - Sangue e Cenere (Rumble Beat Records, 2015)

La copertina che rimanda dritto a “The Basement Tapes” di Bob Dylan è qualcosa di più che una linea programmatica, ma piuttosto è lo specchio fedele dello spirito che ha animato “Sangue e Cenere”, come back album dei Gang che giunge a quasi quattordici anni da “Controverso”. Realizzato grazie ad una fortunatissima ed entusiasmante campagna di crowdfunding, il disco ha visto la luce quest’anno, sotto gli auspici della illuminata produzione di Jono Manson, che ha arricchito il sound dei Gang con echi roots, senza snaturare però il loro classico marchio di fabbrica, ovvero quel combat rock di cui sono interpreti magistrali. Ciò che non è mai mutato sono invece i temi affrontati nei vari brani, che ci raccontano le contraddizioni e i problemi della nostra nazione, traendo ispirazione della voce e dalle storie della gente incontrata sulla strada dei loro innumerevoli concerti. A margine della presentazione del disco, durante l’edizione romana del MEI, abbiamo intervistato Marino Severini, per farci raccontare la genesi e le ispirazioni di questo nuovo lavoro.



Come nasce “Sangue e Cenere”?
Un disco di inediti mancava da quattordici anni, quindi molto tempo. Nel frattempo però abbiamo fatto dei lavori stagionali come quello con La Macina, “Il Seme e La Speranza”, i lavori con Daniele Bianchessi per il teatro civile. Insomma ci siamo tenuti in allenamento. Le canzoni di “Sangue e Cenere” sono nate nel corso degli anni, erano nel cassetto, però non c’era mai l’occasione giusta per dire ricominciamo. Noi, come tutti i vecchi, non abbiamo più la pazienza di un tempo, e fare un disco è l’inizio di tutta una serie di mediazioni, magari si parte con grande entusiasmo e poi si ci ritrova a fare qualcosa che non era quella sperata. Questa volta non è andata così, perché dopo tanti anni è avvenuto proprio quello che speravo, e questo grazie all’incontro con Jono Manson.

Jono Manson è il produttore del disco…
L’incontro con lui ha fatto scattare la scintilla per la realizzazione dell’album. Lui è un artista completo, oltre che un eccellente chitarrista e produttore. Ha lavorato tantissimo su questo disco, ha diretto magistralmente i musicisti, ma soprattutto è stato molto rispettoso del nostro lavoro. Avevamo un obbiettivo preciso a livello sonoro, e lui ci ha portato nelle profondità del sentimento.

Quali sono i suoni che avete esplorato con “Sangue e Cenere”…
La maggior parte dei brani sono ballate, e questa è un po’ la caratteristica principale del disco. In questo senso Jono è stato l’ambasciatore verso la scena americana di Santa Fè, portando certe sonorità tex mex, ma anche con i suoi cari amici di New York, quelli che hanno un certo feeling e un certo mood che nelle ballate riesce ad imprimere quelle dinamiche basse e profonde difficilmente riscontrabili altrove. E’ un disco che mira dritto al cuore.

Dal punto di vista delle storie, cosa vi ha ispirato?
Sono ispirazioni nate nel corso degli anni, frutto di incontri diretti con la gente durante i nostri tanti concerti in giro su e giù per l’Italia. Queste storie che abbiamo ascoltato, sono diventate canzoni. In particolare ce n’è una che esce un po’ dallo schema dei Gang come gruppo combat-rock, ed è “Più forte della morte è l’amore”, dedicata a Gabriele Moreno Locatelli che era un giovanissimo beato costruttore della pace, che fu ucciso da un cecchino a Sarajevo nel 1993. Il brano è nato dall’incontro con il padre e con i suoi amici, dieci anni dopo la sua morte, perché il coordinamento per la Pace di Como ci invitò ad una iniziativa. Il padre mi regalò un libro “La Mia Strada”, che era una sorta di diario che teneva, e sono venuto in contatto con la sua umanità e la sua storia.

Di Ex Jugoslavia si parla anche ne “Gli Angeli Di Novi Sad”, il brano che ha anticipato l’uscita del disco, e nel quale ad accompagnarvi c’è l’orchestra. Un esperienza inedita per voi…
Anche quella è una cosa che non ci eravamo mai permessi. E’ un po’ un episodio a parte del disco, però anche in passato avevamo fatto qualcosa di simile con “Oltre”, dove ad accompagnarci c’era una banda. Sono soddisfazioni che uno si toglie, come nel caso dell’orchestra. Inizialmente il brano era stato arrangiato per la band, quindi con un suono rock e con qualche eco di soul, più o meno nel nostro stile, ma il testo non veniva fuori con quella intensità che avrebbe meritato.
Poi è arrivato l’incontro con l’orchestra Pergolesi, perché Gastone Pietrucci de La Macina, aveva già lavorato con loro, e mi ha presentato il direttore e nel corso di un anno siamo riusciti a dare una fisionomia al brano. L’orchestra è composta da musicisti giovanissimi in gran parte, e questa è una soddisfazione in più per questo incontro.

Al disco hanno collaborato diversi ospiti d’eccezione…
Con Jono ci siamo sempre chiesti cosa servisse ai vari brani, e lui aveva una galleria di musicisti rispetto ai quali abbiamo scelto quali fossero i più adatti, ovviamente parlando sempre prima con loro, facendogli ascoltare il brano e cercando di capire se gli piacesse o meno. Fra tutti devo citare Garth Hudson di The Band, la leggenda di tutte le leggende della musica americana. La mia educazione musicale e sentimentale mi arriva da loro e dai Creedence Clearwater Revival. Lui ci ha fatto questo grandissimo regalo. Poi c’è un altro musicista che ci ha resi orgogliosi del disco, e che è uno dei più grandi che camminano sulla pianeta terra, ovvero Jason Crosby, che suona l’hammond, le tastiere e anche la viola a cinque corde. E’ stato lui a metterci in contatto con Garth Hudson perché sono molto amici, e Jono lo ha coinvolto nel progetto, nonostante si fosse rotto le costole, lo abbiamo aspettato. Siccome le tastiere e l’hammond erano stati già incisi, lui ha suonato per noi la fisarmonica, ed è stato gentilissimo. Ci sono poi i fiati che hanno suonato anche con Bruce Springsteen, e tanti altri amici, e soprattutto c’è la pedal steel. Su questo c’è una storia lunghissima, perché non era prevista nel disco, ma quando è venuta fuori la possibilità di inserirla, mi sono ricordato che tanti anni fa, tu mi chiedesti il perché nei nostri dischi non c’era mai una pedal steel. Quando l’ho sentita nei provini dei brani, allora ho pensato che era la volta buona che accontentassimo anche te. Finalmente in un disco dei Gang c’è anche la pedal steel. 

Altra esperienza nuova di questo nuovo album è il crowdfunding. Come è andata?
Benissimo perché in Italia un budget così alto non era mai stato raggiunto. Conosco però molto bene la gente che ci segue da tanti anni, e ci vuole bene. Ci hanno sempre regalato di tutto dal cioccolato all’olio alle cose da mangiare, ma questa volta si trattava di sostenere la realizzazione del disco. La novità però è un'altra perché con questa esperienza si è rotto il sistema della produzione musicale in Italia, perché non c’è un produttore ma una schiera enorme. Questo disco è un laboratorio appena avviato, poi non so dove porterà, e certamente apre un varco importante in questo senso. Poi vedremo cosa succederà anche rispetto ad altre situazioni simili alla nostra. 

Come sarà dal vivo “Sangue e Cenere”?
Ci sarà una formazione in parte nuova, con un bassista e Marzio Del Testa alla batteria che suonano con noi già nel disco. Ci sarà un giovane ma bravissimo violinista che non è tanto conosciuto, ma me lo ha raccomandato Francesco Moneti, e quindi è una garanzia. Lui suona anche il mandolino, e strada facendo mi auguro di aggiungere al gruppo un sassofonista e un trombettista, ma questo non lo so perché dobbiamo volare bassi anche per i costi. 


Salvatore Esposito


Gang - Sangue e Cenere (Rumble Beat Records, 2015)
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Dopo una lunga attesa, i Gang, “la band dei fratelli Severini" - come specificano le varie note a riguardo -, è tornata sulla scena con “Sangue e Cenere”, il nuovo disco di brani inediti. Un album pieno di parole, di immagini, secondo una tradizione a cui forse in molti sono ormai disabituati (in “Non finisce qui” ci dicono “Quella fabbrica mio padre/ la ingoiò tutta di un fiato/ alla Breda ferro e fuoco come fosse un condannato/ ferro e fuoco, fuoco e ferro e polvere d’amianto”), di musica legata a uno stile ma anche a suggestioni personali, così come a una strumentazione differenziata, che include numerosi strumenti e “apporti” di tanti ottimi musicisti. La poetica dei Severini sembra intatta e, anzi, indurita dagli anni (“Controverso”, l’ultimo album di inediti risale al 2000), dentro una narrazione che tocca i temi più efficaci e rappresentativi della storia della band. D’altronde basta scorrere i titoli in scaletta per aggrapparci a quelle immagini e sfogliare poi il disco come fosse un libro di riflessioni. Una lista di “impegni” declinati in canzoni, un unico brano coerente e duro, organizzato in undici tracce/indici, in sezioni, in movimenti stretti dentro un linguaggio scarno, diretto e allo stesso tempo immaginifico, poetico (“Mia figlia ha le ali leggere”), politico (“Gli angeli di Novi Sad”), di cronaca e denuncia (“Alle barricate”, “Marenostro”). In termini generali la costruzione musicale – nella quale si riflette il contributo di Jono Manson, che si è occupato della produzione dell’album, registrato tra gli Stati Uniti e l’Italia – riflette gli elementi ritmici e melodici che hanno definito lo stile energico e marcato dei Gang (la chitarra interviene negli intermezzi a scardinare, con venature di distorsioni decise, l’andamento coeso dei brani). Poi c’è “Gli angeli di Novi Sad”, uno dei singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album. I Severini lo hanno offerto in free download nel sito della band, anticipando una certa “polarità” che contraddistingue questa nuova produzione. Il brano – che tratta della guerra in Kosovo, attraverso il riferimento a uno dei luoghi più colpiti dai bombardamenti della Nato – è eseguito con l’Orchestra Pergolesi diretta dal Maestro Stefano Campolucci. E ci offre un taglio profondo, per tramite del quale scrutare i vari livelli della narrazione dei Gang. L’ultimo elemento a cui accennare è la produzione, realizzata attraverso il crowdfunding che – come è stato sottolineato dagli stessi Severini e come evidentemente dimostra il successo della proposta e la straordinaria partecipazione dei “produttori/fan” – qui più che altrove assume una connotazione politico-culturale netta. I media hanno parlato molto del successo “quantitativo” dell’operazione, attraverso la quale per “Sangue e Cenere” si è raccolta una cifra di gran lunga superiore a quella minima inizialmente richiesta dalla band per sperimentare la produzione partecipata dal basso. A noi – che vogliamo anche connetterci alle considerazioni che la stessa band ha condiviso durante il periodo di preparazione del disco – interessa segnalare brevemente l’aspetto “qualitativo” (non si può, per questioni di spazio, analizzarne il processo). Il quale, come ho detto poc’anzi, inquadrato negli elementi di riferimento e nelle narrazioni della band, è un dato politico, che nel nostro paese sta assumendo sempre più rilievo, soprattutto perché definisce i nuovi margini dello scenario della musica indipendente, per tradizione marginale ai canali di produzione e comunicazione mainstream. 


Daniele Cestellini