Tony Allen - Film of life (Jazz Village, 2014)

È interessante osservare come nello stesso album si possa convogliare una sorta di beat primigenio e una timbrica e uno sviluppo estremamente moderni, avveniristici. Tony Allen – nigeriano, padre dell’afrobeat insieme a Fela Kuti, pietra miliare delle musiche canalizzate nello scenario world, sperimentatore fino in fondo, attraverso collaborazioni ad ampio raggio, da Damon Albarn a Charlotte Gainsburg, da Zap Mama a Ray Lama – c’è riuscito e lo ha fatto oggi che ha settantaquattro anni suonati. Ha messo tutto dentro “Film of life” (e non poteva fare altro, come ci dice a partire dal titolo), il suo ultimo lavoro pubblicato con Jazz Village. Lo ha fatto comprimendo dieci tracce (tredici con i bonus) dentro un percorso elegante e serio, cadenzato e puntellato da una batteria straniante. Con la quale è riuscito a ribadire l’andamento di una melodia percossa con decisione ed essenzialità, che ci avvolge in un vortice di timbri incredibilmente alieni. Estranei ma liberatori, sintetici, sintetizzati e (appunto) primitivi. Ascoltando il flusso delle tracce – non lo si può fare in rilassatezza, almeno non le prime volte, perché a ogni passo c’è una frustata, un suono, un’aggiunta inaspettata, una voce rarefatta – si viene letteralmente percossi da immagini e non da ritmi e parole. La trasfigurazione più convincente di questo disco potrebbe essere un documentario video costruito sulla successione di immagini: quasi delle clip che scorrono velocemente e lasciano alla nostra comprensione una scia (nei primi ascolti) e, man mano che si riesce a prendere il ritmo e a trovare le coincidenze con il flusso, un grande patchwork. Come a dire, non è sulle immagini in sé, cioè sui singoli elementi, che ci si può concentrare: troppo basilari, troppo inintelligibili. Dobbiamo individuare le connessioni tra gli elementi e concentrarsi su quelle. Si inizia con “Moving on” – un manifesto dello stile composito di Allen, dove i fiati ci restituiscono gli echi di uno sperimentalismo di lungo corso, con richiami all’Ethio jazz di Mulatu Astake, puntellato da incursioni polivocali reiterate dentro un incedere sincopato – e si arriva diretti a “Go back”, il brano cantato da Damon Albarn (che a sua volta aveva chiamato Allen, insieme a Paul Salomon e Simon Tong, a far parte del suo progetto The Good, the Bad & the Queen, con cui ha prodotto l’album omonimo nel 2007). Qui si apre una fessura definitiva (non a caso il brano si trova a metà della scaletta): si riconosce la cadenza di Albarn (soprattutto delle sue ultime produzioni) nella melodia vocale ma anche nella costruzione armonica, sorretta da accordi di pianoforte pesati, lunghi e immobili. Sotto c’è la “melodia” della batteria, che introduce e orienta lo sviluppo di tutto il brano: dalla linea di basso, che la segue elaborandone i battiti in una notazione ipnotica, alle tastiere e i rumori di fondo. Queste ultime – che definiscono un quadro dai tratti tesi e cupi – traducono la complessità del tema del brano, che riflette sulla migrazione degli africani verso l’Europa, richiamando evidentemente le scene tragiche che conosciamo e che interessano le coste meridionali del nostro paese. Tra i collaboratori più determinanti per il sound e la struttura generale di “Film of life” dobbiamo ricordare i Jazzbastards – trio francese che ha suonato come backing band e prodotto l’album –, Manu Dibango (“Mojo”) e la band femminile Adunni & Nefretiti (“Ire Omo”).


Daniele Cestellini