Ninfa Giannuzzi & Valerio Daniele – Àspro (Kurumuny, 2014)

Accomunati dal desiderio di riappropiarsi della lingua grìka e della tradizione orale della Grecìa Salentina, la cantante Ninfa Giannuzzi ed il chitarrista e produttore Valerio Daniele, hanno unito le forze per dar vita ad “Àspro”, nuovo progetto musicale sbocciato in quella sorprendente realtà che è il collettivo desuonatori. Ne è nata una pregevole raccolta di nove brani, caratterizzati da arrangiamenti eleganti che percorrono lo stretto confine che lega la tradizione in movimento e la sperimentazione, sospesi tra timbri lievi e complesse tessiture melodiche. In occasione della pubblicazione di questo nuovo lavoro, abbiamo intervistato Ninfa Giannuzzi per ripercorre con lei la sua lunga carriera artistica, passando in rassegna i suoi precedenti lavori discografici, per soffermarci in fine sulla gestazione e la realizzazione di questo nuovo progetto. 

Hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica agli inizi degli anni novanta nella scena rock salentina, com'è nata poi la passione per la musica tradizionale della tua terra?
Avevo cinque anni e sognavo già di cantare e scrivere canzoni. La musica tradizionale ha sempre fatto parte della mia cultura. Le ragioni sono ataviche, è un discorso di appartenenza, di difesa, di riconoscimento di sé.  Poi, è arrivato il tempo in cui ha prevalso il bisogno di imparare a riconoscersi prendendo le distanze dalla genetica e dall’antropologia, il tempo in cui c’è bisogno di rifiutare l’obbligo di appartenere  a un gruppo e ad una terra.  L’amore per la buona musica mi ha sempre restituito la più forte appartenenza: la legittima proprietà di me stessa con tutto ciò che mi ha formata e che mi spetta.

Quanto è stato importante il tuo background rock nell'approcciare la musica tradizionale?
L’ascolto di buona musica mi ha insegnato cos’è un arrangiamento, la magia di ciò che si potuto e si può fare con un multitraccia analogico prima e con il digitale poi, la differenza tra live e studio. Oggi anche la musica tradizionale si arrangia in modo articolato e si registra in studio: è impensabile costruire uno spettacolo o un disco senza avvalersi dei mezzi che la modernità ci mette a disposizione.  E’ meraviglioso sposare suoni diversi, tradirli al punto di riconoscerli al di sopra delle parti,  mettere in una composizione tutta la conoscenza, l’incoscienza e la coscienza musicale. Per sapere dove si vuole andare è fondamentale sapere da dove veniamo perché la materia di cui siamo fatti è sempre la stessa.  I grandi musicisti hanno imparato prima la tradizione e poi l’hanno messa a servizio del loro genio. Studiando le registrazioni di musicologi e ricercatori come Alan Lomax, Ernesto De Martino e di chi ha lavorato nello specifico del nostro territorio come Luigi Chiriatti, Roberto Licci e Daniele Durante si possono trovare ispirazioni per fare grande la musica. 

Ci puoi raccontare la tua esperienza con Kaus Meridionalis, gruppo nel quale militavano Egidio Marullo, Emanuele Licci e Antonio Castrignanò?
Penso sempre con molta nostalgia ai Kaus Meridionalis e abbiamo pensato molte volte a riunire il gruppo, ho desiderato intensamente di ritornare a quei giorni per la spensieratezza e il fervore con cui suonavamo, la musica era il nostro credo e le stelle ci hanno guidati (Kaus Meridionalis è una stella della costellazione del Sagittario) in un viaggio meraviglioso.  Ma ogni cosa ha il suo tempo, Umberto Conversano, (chitarrista del gruppo e appassionato di Astronomia) non c’è più da due anni e manca tanto, tutto è restato fermo a quei momenti, ricordi indelebili e fragili. I Kaus sono stati IL momento di svolta della mia formazione musicale, in quel periodo ho iniziato ad appassionarmi alle tradizioni del Mondo e non ho più smesso di cercarle e cantarle.

Nel 2001 sei entrata nell'Orchestra de La Notte della Taranta di cui sei una ormai storica voce, a quasi quindici anni di distanza come giudichi questo evento e soprattutto quanto ti ha arricchito lavorare con maestri concertatori come Piero Milesi, Stewart Copeland, Ambrogio Sparagna, Mauro Pagani, Ludovico Einaudi?
L’idea di lavorare con maestri concertatori di cotanto splendore mi ha accarezzata e continua ancora ad essere una carezza, un sogno che potenzialmente si realizza o si realizzerà.
Ogni maestro mi ha lasciato l’odore del suo amore per la musica, l’illusione di aver condiviso la pelle per un momento. Ogni maestro mi ha lasciato il suo dolore e l’amaro in bocca per ciò che significa in questo momento far parte di un “mercato”: l’arte non è oggetto da vendere. 
L’arte può descrivere magnificamente le debolezze della carne ma non dovrebbe mai entrare in contenzioso con esse: sarebbe stato bellissimo uscire davvero allo scoperto! 

Ci puoi parlare della tua esperienza con l'Ensemble Notte della Taranta, progetto artistico che nasce come memoria storica del Concertone, proponendo gli arrangiamenti dei brani tradizionali firmati dai vari maestri concertatori che si sono succeduti in questi anni?
Davvero speciali i musicisti con cui mi sono accompagnata; tra i membri dell’ Ensemble Notte della Taranta c’è un rapporto che va oltre la professione, un rapporto che rende ancora più speciale la condivisione delle esperienze meravigliose che abbiamo vissuto, sopra tutte voglio citare le prime, quelle che ci hanno trovati increduli a chiederci se davvero stava succedendo a noi: l’incontro con Piero Milesi, i tour interminabili con Stewart Copeland e Vittorio Cosma, l’apertura del concerto dei Police a Torino e tutti gli altri incontri e tutti gli altri bellissimi palchi.  La maturità e l’esperienza ci hanno fatto credere nel progetto e in una sua evoluzione. 
Volevamo essere, la memoria storica, un archivio in movimento. Una lezione di tradizione in tradimento.

Nel 2007 hai debuttato come solista con “Tis Kléi”, disco nel quale esploravi sonorità world spaziando dalla Grecia Salentina all'Albania fino a toccare il Libano, la Grecia ed in fine il Sudamerica...
Il disco è stato l’evoluzione delle passioni condivise con i Kaus Meridionalis, “Tis Klèi” (chi piange) è un viaggio per le tradizioni del Mondo. Il pesce migrante era l’immaginario dei Kaus Meridionalis. Io immaginavo e immagino che le lacrime cadute nel tempo formano il mare e il mare unisce le tradizioni del mondo, la voce delle donne; la loro vocalità urla ovunque lo stesso dolore e culla lo stesso amore. “Tis Klèi” è un elogio alle lacrime, gocce d’acqua salata, calda, viva come il mare.

Il 2011 è stato segnato dal tuo ritorno alla tua passione originaria per il rock con lo splendido “Funzione preparatrice di un regno”, disco di grande spessore poetico, imbevuto nei suoni di quel rock italiano degli anni novanta che nei C.S.I. ha trovato i suoi massimi interpreti. Ci puoi parlare di questo progetto?
“Funzione Preparatrice di Un Regno” è un progetto pensato e realizzato insieme ad Egidio Marullo e che ha avuto una gestazione lunga e meditata. La prima stesura, in forma di abbozzo è del 2009, le prime composizioni addirittura risalgono al 2008. Nel 2011 possiamo dire che abbiamo "fissato" quello che per noi è stato un periodo artisticamente e umanamente molto denso. Posso dire infatti che questo è un album molto complesso. Racchiude, come del resto enuncia il titolo, una sorta di percorso, di ascesa personalissima verso una condizione dell'anima (regno) dove, sotto il segno dell'esperienza artistica, tutto assume una logica che allontana da me la spicciola razionalità conducendomi invece un una condizione che consente di giustificare e convivere con contraddizioni e paradossi insiti nella figura dell'artista. Una Funzione che mi avvicina al mio sentire più profondo. Dal punto di vista sonoro e della scrittura non abbiamo seguito schemi precisi. Non abbiamo avuto dei riferimenti specifici o forse ne abbiamo avuti molti che hanno agito simultaneamente. Non solo gli anni Novanta, non solo i C.S.I., che pure, io ed Egidio abbiamo ascoltato. Direi, meglio che, soprattutto dal punto di vista della scrittura il riferimento più preciso è al Rock anni Settanta con incursioni sonore che arrivano dai mondi musicali che abbiamo frequentato in questi venti anni di musica, dal cantautorato alla musica tradizionale e popolare al punk-rock ecc. In definitiva “Funzione Preparatrice di Un Regno” è un canto personalissimo che racconta il mio universo musicale con tutti i suoi “controsensi” raccontati con la gioia del disincanto e soprattutto senza velleità e senza speranza.  

Ormai consolidata è anche la tua collaborazione con Antonio Castrignanò con il quale ti sei spesso esibita in concerto. Ci puoi parlare del vostro rapporto artistico? 
La sapienza è figlia dell’esperienza e in Antonio v’è grande sapienza, una sapienza che lo approccia alla musica con la naturalezza con cui un bambino emette il primo vagito, con lo stesso dolore e la stessa aspettativa. Antonio canta e suona ogni volta al miracolo della vita e della terra. E’ molto bello poter condividere tutto questo con lui, il nostro rapporto professionale è un privilegio come è un privilegio il rapporto umano che ci lega da anni. Antonio è un uomo di talento che ha saputo coltivare e nutrire il suo genio.

Arriviamo a quest'anno con il nuovo progetto “Àspro”, disco dedicato alla lingua grika e della tradizione orale della Grecìa Salentina, e nato dalla collaborazione con Valerio Daniele e i suoi Desuonatori. Come nasce questo disco?
La parola Àspro in Griko significa Bianco. “Àspro” è un progetto di riappropriazione della lingua grìka e della tradizione orale della Grecìa. Il disco è una danza propiziatoria al ritorno della passione popolare collettiva; un ritorno che apra la strada verso una “rinascita comunitaria” non ancorata al passato ma rivolta al futuro. “Àspro” è bianco ma anche ruvido, puro ma non sempre limpido, semplice ma non facile. Così è la musica che proponiamo. Pochi timbri, primari ma avvolti in disegni complessi, in bilico fra la semplicità della tradizione e il pensiero e la sensibilità delle musiche nuove, di frontiera. La ricerca testuale si innesta sugli arrangiamenti di Valerio per dar vita a un disco non previsto e non prevedibile, tessuto nelle trame dell'essenzialità. L’idea di fare un disco in Griko è nata insieme a Fabio Chiriatti e alle edizioni Kurumuny; soprattutto devo a Fabio l’idea di confrontarmi con l’elettronica, argomento che mi ha dato nuovi spunti e che mi ha entusiasmata, anche in prospettiva, per il futuro di “Àspro”. La collaborazione e la stima che nutro per Valerio esistono dal mio primo disco, dal 2007 quando abbiamo registrato “Tis Klèi”. Ho proposto a Valerio di far uscire un disco a due nomi perché ritengo che ci sia unicità in ogni progetto e l’unicità rende il progetto “individuo”, diverso da Ninfa e da Valerio, ma Valerio e Ninfa che “fanno un individuo”. Ho raccontato a Valerio ciò che avevo bisogno di cantare nel mio primo disco di riproposta di musica della Grecìa, e così ci siamo confrontati, ci siamo fidati l’uno dell’altra, ci siamo spiati, francamente orgogliosi di questo nostro lavoro. Abbiamo poi coinvolto due suoi amici desuonatori con cui condivide musica e dischi da ormai moltissimi anni: Giorgio Distante (tromba ed elettronica) e Vito De Lorenzi (percussioni).

Valerio, arriviamo alla realizzazione del disco, quali sono stati i vostri riferimenti stilistici per la scelta degli arrangiamenti? Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di rielaborazione dei materiali tradizionali?
Valerio Daniele: L’idea da cui sono partito è stata di rendere la potenza dei testi e l’asperità della lingua grika con altrettanta forza nella musica e nel suono; cercando soluzioni nuove, utilizzando timbri e strumenti non necessariamente coerenti con la grammatica tradizionale. Il tutto mantenendo sempre un’assoluta essenzialità…con una sorta di atteggiamento minimalista ma non per questo troppo strutturato, anzi, spesso estemporaneo ed improvvisativo.   Mi piace l’idea del contrasto, della tensione dinamica che sgorga dalla discontinuità, dall’incoerenza, dalla non sovrapponibilità fra i contenuti e le forme con cui vengono espressi; Aspro ha un suono a volte ruvido, a volte dolce. Rispecchia il modo in cui oggi io e Ninfa sentiamo, interpretiamo e viviamo i testi, i temi e le melodie che il passato ci ha tramandato.  Credo che la musica tradizionale possa ancora vivere solo attraverso una sua reinvenzione continua. Non basta tradurre, occorre reinventare, riconcettualizzare, sentirla nell’oggi, non immaginare come potesse essere ieri.

Come hai scelto i brani da reinterpretare? Quanto è stata importante la presenza di Franco Corlianò?
La scelta dei brani è stata solo una risposta al piacere che avrei provato, che provo e proverò ogni volta che canto. In “Àspro” ci sono brani con testi riadattati, brani di cui ho creato la melodia come “Tis Klèi”, e canzoni di cui alcune strofe erano andate dimenticate vittime dei minutaggi radiofonici o peggio, della paura che il pubblico si annoiasse. Una volta in possesso dei provini li ho girati a Franco, perché li ascoltasse e mi desse una sua opinione, e lui, che conosce profondamente i dolori e i piaceri dell’ essere artista, ha sposato le mie proposte con entusiasmo. Franco Corlianò mi ha sempre tenuto per mano, è indispensabile nella mia ricerca linguistica. Lui e sua moglie Maria mi accolgono sempre e mi accompagnano da sempre nella crescita artistica, sono un punto di riferimento preziosissimo, hanno una conoscenza delle storie, della cultura del territorio e dei mali che lo consumano e lo rendono forte allo stesso tempo. L’amore per il Griko che mi trasmettono restituisce a questa lingua la ragione per cui è ancora degna di essere pensata viva.

Ci puoi parlare del tuo approccio vocale e della tua ricerca personale sulle timbriche relative alla musica tradizionale?
La forza della voce si accompagna alla forza delle storie e delle singole parole, può diventare espressione della profondità dell’essere solo se non è costretta dentro confini. Il mio rapporto con la voce è sempre stato viscerale: ho imitato le voci che mi son venute a cercare e mi hanno lasciata scombussolata, ho imparato a cantare per imitazione, sono riuscita a tradurre le emozioni accostandole alle mie, fino a farle diventare un unico mare, la stessa acqua, le stesse vibrazioni. Ho ricercato con avidità i diversi mondi del respiro e dell’emissione fino a dimenticare da dove ero partita, dimenticando chi e dove sono, rifiorendo e morendo ogni volta. Da qui a lì ho sentito l’esigenza di confrontarmi con ogni voce che ho incontrato per poterne imparare le esperienze e le fioriture, ho tentato di applicarmi nello studio delle tecniche vocali e questo mi ha aiutato molto a crescere e a migliorare.  Da qui a lì nonostante tutto, il mio canto resta un gioco bellissimo…

Ad aprire il disco è una versione del tutto nuova di “Ndò Ndò Ndò” della quale scopriamo una tensione melodica molto più intensa rispetto agli arrangiamenti quasi rock della Notte della Taranta a cui hai prestato la voce negli anni scorsi...
“Ndò Ndò Ndò” è una ninna nanna e noi abbiamo voluto conservarla tale. La dolcezza della melodia e la pacatezza dell’andamento sono in contrasto con le immagini del testo che descrivono riti propiziatori, vite al limite, vissute da amanti e da giullari che sembra non si accorgano che a guardare siano infanti, madri che proprio all’innocenza che andrà perduta si rivolgono, impertinenti, per iniziare alla malizia. La meraviglia dell’arrangiamento è solo merito di Valerio che ha composto magistralmente anche l’aria del coro che abbiamo avuto la fortuna di affidare alle magiche voci di Rachele Andrioli e Oh Petroleum; coro che non smetterei mai di ascoltare. 

Splendide sono poi anche le versioni di “Aremu”, “Ta Itela” realizzata con Vito De Lorenzi, e “Bium-bò” con l’elettronica di Giorgio Distante. Puoi raccontarci come sono nati questi arrangiamenti?
La nostra “Aremu” è nata con un mio spunto al pianoforte; sarebbe stato difficile registrare l’ennesima versione di un canto così conosciuto e l’idea del suono di pianoforte ha convinto Valerio che c’era un modo per dare a quella melodia un nuovo respiro. Abbiamo coinvolto William Greco lasciandolo libero di interpretare la melodia col suo stile armonico e la sua straordinaria poetica. Ci siamo chiusi in studio e nel giro di due ore il brano era fatto; ci siamo lasciati andare alla chimica di questo nuovo incontro lasciando parlare la musica. Volevo ad ogni costo registrare “Ta ìtela”, è una canzone che conosco da bambina e ho sempre pensato che fosse meravigliosa e volevo ad ogni costo registrare un brano con i tabla di Vito. Ho spiato Vito De Lorenzi studiare i tabla in anni di tournée, di viaggi in furgone per tutta l’Europa dell’est; ero impaziente di poter condividere la sua musica con la mia e non avevo dubbi sul fatto che sarebbe stato un riuscitissimo matrimonio. Alla voce e ai tabla, Valerio ha pensato di aggiungere una chitarra elettrica piuttosto eterea, concettualmente e sonoramente molto distante dall’ancestralità dei tabla, proprio per questo spiazzante ed evocativa. Caratteristica fondamentale di “Ta ìtela” è poi la polifonia, e la polifonia è un aspetto molto caratterizzante della musica di tradizione salentina. Ho sperato di realizzare un sogno accostandomi alla voce di Alessia Tondo; è stato l’elemento che ha completato la pozione magica. Con Giorgio Distante, invece, la collaborazione è iniziata nel 2007 con “Tis klèi” e negli anni, nei girotondi della vita, ho sempre trovato con lui una comunione di intenti, di gusti e di emotività. “Bium-bo” è un esperimento a 360° perché arriva dalla mia incosciente passione per l’elettronica ma che elettronica doveva essere… solo Giorgio poteva dargli un senso, stravolgendo e reinterpretando le registrazione che gli ho inviato: la mia voce e il mio piano, il bouzouki di Emanuele Licci, registrati come provini a casa mia; ecco perché la scelta di inserirla nel disco come “ghost track”.

Ad accompagnare il disco è lo splendido packaging che riflette la forza ancestrale della voce nel suo rapporto con la terra madre...
Con Egidio Marullo, l’autore dei dipinti che corredano il packaging, abbiamo pensato immediatamente ad una veste grafica che si giocasse su figure sintetiche che si stagliassero su diversi toni di bianco. Il bianco, come la luce riflette e fa cantare tutti i colori. Il bianco è cangiante, primo e ultimo canto dell'anima. Una donna, madre, sposa, figlia, forza millenaria vola, come sole, come stella su un paesaggio appena accennato fatto di colori tenui e minimali. Paesaggi dell'anima che attendono il volo di una madre che li renda vivi, abili, concreti. Veri. Naturalmente il packaging, dal punto di vista della progettazione e impaginazione è opera del grafico Alessandro Rebel che da tempo collabora con Kurumuny e che ha seguito e valorizzato questa suggestione visiva.



Ninfa Giannuzzi & Valerio Daniele – Àspro (Kurumuny, 2014)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Lo splendido artwork realizzato dall’artista Egidio Marullo, e un curatissimo packaging che rimanda ai longplaying degli anni settanta, sono il biglietto da visita perfetto di “Àspro” album che nasce dalla collaborazione tra la cantante Ninfa Giannuzzi e il produttore e chitarrista Valerio Daniele, i quali hanno inteso incrociare i rispettivi percorsi artistici per dare vita ad un progetto che coniugasse la riscoperta della cultura orale della Grecìa Salentina, con un esperimento di ricontestualizzazione sonora dei materiali tradizionali. Edito da Kurumuny e promosso con il sostegno di Puglia Sounds, il disco raccoglie nove brani tradizionali in grìko, incisi con la produzione artistica del collettivo desuonatori, e con la partecipazione di Giorgio Distante (tromba ed elettronica) e Vito De Lorenzi (tabla e tamburi a cornice), nonché di alcuni ospiti come Rachele Andrioli (voce in “Ndo ndo ndo”), Oh Petroleum (voci in “Ndo ndo ndo”), Alessia Tondo (voce in “Ta itela”), William Greco (pianoforte), Giuseppe Spedicato (basso acustico), Emanuele Licci (bouzouki). Sin dalle prime note si percepisce come in “Àspro” sia un opera a tutto tondo in cui musica ed arte dialogano in modo sorprendente con la copertina di Egidio Marullo che riflette perfettamente il gioco di contrasti tra il bianco, evocato dal significato in grìko del titolo, e le increspature in cui si leggiamo quasi il timore di tradire la tradizione. Negli arrangiamenti curati da Valerio Daniele non c’è però nulla di dissacrante, ma piuttosto è tradizione in movimento, che con il suo tratto minimale, mira ad esaltare l’essenza melodica di ogni brano, ed al contempo guarda al futuro quando sposa l’elettronica. Che dire poi del timbro intenso ed affascinante di Ninfa Gianuzzi, voce di grande esperienza in grado di attraversare in lungo ed in largo l’orizzonte musicale, e che si esalta nell’interpretare le radici musicali della sua terra. Ad aprire il disco è la dolcissima ninnananna “Ndò Ndò Ndò”, alla cui splendida tessitura melodica tracciata dalla chitarra acustica di Valerio Daniele si accompagnano il dialogo tra la voce di Ninfa Giannuzzi e quelle Oh Petroleum e Rachele Andrioli. Di grande lirismo è poi la versione pianistica di “Àremu Rindinèddha” la cui struttura tradizionale viene colorata di atmosfere jazzy in un crescendo che abbraccia magnificamente la vocalità della cantante salentina. Se il canto d’amore “O Cerò Mas Pai” si giova di un arrangiamento tutto giocato sulla chitarra di Valerio Daniele e i fiati di Giorgio Distante, la successiva “Ta Itela” esplora l’aspetto polifonico della tradizione salentina con la complicità della voce di Alessia Tondo, e si sviluppa attraverso il suono della tabla di Vito De Lorenzi a cui si unisce chitarra di Valerio Daniele che fende la tessitura ritmica con alcuni licks di grande suggestione. Si prosegue con la ninnananna “Kalò Bombinùddhi” nella quale apprezziamo tutta la grazia con cui Ninfa Giannuzzi approccia la vocalità tradizionale, e il canto d’amore “Ti En Oria” in cui il ritmo percussivo del tamburo a cornice si mescola ad un panorama sonoro quasi orientale. La struggente “Tis Klèi” in cui brilla il dialogo tra la tromba di Giorgio Distante e la chitarra di Valerio Daniele, ci conduce verso il finale in cui spiccano la splendida versione di “Tonni-Toni” e l’immancabile “Kalì Nìtta”, tradizionale simbolo della Grecìa Salentina, ma qui interpretata da Ninfa Giannuzzi esaltando la poesia di cui è intriso il testo. C’è ancora tempo, però, per una sorpresa ovvero “Bium-bo”, originariamente incisa come demo casalingo con la partecipazione di Emanuele Licci al bouzouki, e che Giorgio Distante ha colorato con l’elettronica trasformandola in una piccola chicca tutta da ascoltare. Insomma “Àspro” è un esempio di come la tradizione possa diventare la base per una ricerca sonora intrigante e ricca di slanci sperimentali.


Salvatore Esposito