Matthew Ryan – Boxers (Blue Rose Recors/I.R.D.)

Prima di addentrarmi nel raccontarvi “Boxers”, il nuovo album del graffiante e dotato Matthew Ryan, è bene premettervi che il suo ascolto ha suscitato in me una riflessione profonda e di conseguenza un giudizio caustico e, nei limiti della decenza, anche piuttosto cattivello. So bene che non è un bel momento per essere cattivi, proprio quando il mondo intero ha quanto mai bisogno di vibrazioni positive, ma la scelta era non scriverne – opzione che ho esercitato spesso, o scriverne sperando che queste mie parole possano avere una loro utilità. “Boxers” è un disco bello, non c’è che dire, e lo si capisce sin da subito con le coordinate ben definite dalla voce di Ryan che graffia e carezza, e da una band che suona ottimamente, sorretta da un groove dritto e potente del bravissimo Joe Magistro, già in area Black Crowes, e dal basso di Brian Bequette, già da tempo al fianco del cantautore americano, con l’aggiunta della chitarra infuocata di Brian Fallon dei Gaslight Anthem. L’impostazione del sound riflette la volontà di dare alle stampe un disco denso di rock distorto e sapido, come racconta lo stesso Ryan: “In my mind, the record sounds like Crazy Horse meets early Replacements with nods to more recent bands I love like the National”. L’album si dipana attraverso testi profondi, che descrivono la bellezza e la difficoltà della vita in anni come questi. Insomma tematiche che conosciamo fin troppo bene, ma che abbiamo bisogno sempre più di sentire descrivere in momenti e modi diversi, e con ottiche differenti. Insomma “Boxers” è un disco ispirato, importante, e ha tutti i crismi per poter essere definito come un lavoro riuscito. Purtroppo, però qui finisce la parte positiva. Infatti, se lo stesso registra cantautorale lo usasse un italiano, non avrebbe mai la stessa eco che ha Matthew Ryan, perché il nostro è un paese colonizzato, e lo dico essendo cosciente di essermi fatto colonizzare io stesso, e per di più in modo consapevole da un certo punto in avanti. Personalmente conosco almeno una decina di songwriters bravi tanto quanto Matthew Ryan, ma che purtroppo non otterranno mai lo stesso tipo di stima solo perché non sono nati a Newark, Delawere. La carriera (termine che considereo deprecabile) di un musicista va giudicata sulla base delle vibrazioni che suscita ascoltando i suoi dischi, e sulla continuità, e in questo senso Matthew Ryan è certamente dalla parte giusta, essendo un cantautore in grado di suscitare emozioni, tuttavia mi chiedo perché, allora, Edward Abbiati, Luca Milani, Lorenzo Semprini o Daniele Tenca non ricevono in Italia la stessa attenzione che viene riposta nei cantautori stranieri? E’ colpa loro? O dolo da parte nostra? Perché non succede che questi musicisti che romanticamente e contro ogni convenienza si sbattono per fare dischi e concerti non possono ottenere la stessa eco che ha il nuovo disco di Matthew Ryan? Sono domande spinose che mi hanno fatto riflettere per molto tempo. Ho avuto e continuo ad avere la possibilità di suonare con personalità enormi dell’ambiente musicale, diciamo da Mick Taylor a Luciano Pavarotti, da Richie Kotzen a Steve Wynn, da Willie Nile a Robert Gordon, da Edoardo Bennato a Luciano Ligabue, ma da sempre mi sono posto nei loro confronti da musicista a musicista, non da fan ad essere eletto. Ciò che emerge leggendo buona parte della stampa sopravvissuta, ed in particolare il volantino di un noto negozio di dischi per talebani della musica del Nord Italia, è l’idea che la musica appartenga a chi arriva per primo, e di conseguenza è costui che fa da regista ed assegna i ruoli. Il grande batterista Danny Montgomery un giorno mi ha chiesto : “Rigo ma come mai Johnny Cash è così famoso in Italia?” Io ho sorriso, poi lentamente il sorriso mi si è spento quando ho capito che era una cosa triste. Johnny Cash lo ascolto da venticinque anni, e questo non mi dà il diritto di sentire un diritto superiore a chi lo ha scoperto grazie alla maglietta di H&M, ma è chiaro che siamo delle pecore. La risposta a Danny non seppi darla, ma dentro di me era piuttosto chiara: “il motivo, caro Danny, è che qui in Italia ci facciamo dire sempre cosa dobbiamo ascoltare da qualcuno che crede di saperne più di noi nello stabilire le coordinate del gusto”. Ad ogni modo, “Boxers” è un bel disco e merita, senza dubbio, un ascolto.


Antonio "Rigo" Righetti