BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

giovedì 28 agosto 2014

Numero 166 del 28 Agosto 2014

Raccontare i luoghi dove la musica nasce, si produce e si suona è uno dei temi trainanti del magazine. Non è un caso dunque che il  numero 166 di fine agosto di Blogfoolk tocchi manifestazioni italiane ed europee ad ampio spettro musicale. Festival dall'anima e dall'impatto differenti, che vanno dal mega evento mediatico che è ormai La Notte Della Taranta alle suggestioni dell'Umbria Folk Festival, dalle vie sonore che attraversano il territorio calabrese grecanico proposte dal festival Paleariza, di cui ci parla Alessio Surian, alla libera repubblica musicale di Sziget, visitata  da Valerio Corzani, musicista e firma prestigiosa di Radio 3 Rai. Prosegue poi la rubrica Memoria con la seconda parte del ricordo di Piero Sanna, curata da Paolo Mercurio. Dalla Sardegna approdiamo al Salento discografico di  “Malìe” di Rachele Andrioli e Rocco Nigro, che ci presentano il loro nuovo lavoro. Spazio alla musica di confine di "Missive Archetipe", il nuovo album di Edmondo Romano, e alle letture con l'agile volume dedicato a Francesco Guccini, curato da Mario Bonanno. Chiudiamo con il tradizionale Taglio Basso di Rigo, che ha nel mirino il nuovo disco di John Hiatt, "Terms Of My Surrender".

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


I LUOGHI DELLA MUSICA
MEMORIA
VIAGGIO IN ITALIA
CONTEMPORANEA
LETTURE
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Festival Itinerante e Concertone de La Notte della Taranta, Piazzale Ex Convento degli Agostiniani, Melpignano (Le), 5-23 Agosto 2014

Giunta alla sua diciassettesima edizione la Notte della Taranta conferma la sua unicità di mega evento mediatico nel panorama musicale italiano, un dato di fatto molto chiaro soprattutto nell’ambito della musica popolare, ma che necessita di essere analizzato nella sua chiaroscurale complessità. A guardare i numeri con le quindici tappe del festival itinerante che hanno attirato oltre trecentomila spettatori, e il record di centocinquantamila spettatori del Concertone, questi ci raccontano di un successo di palmare evidenza, ma tale risultato non è esente da una serie di riflessioni a partire dal pubblico, o da coloro che sarebbe bene definire come i “forzati del (s)ballo”, che hanno minato in più occasioni la qualità di alcuni dei progetti speciali presentati nel corso del Festival Itinerante, un esempio ne è stato quello di Riccardo Tesi, Banditaliana e Daniele Durante, con quest’ultimo che, all’ennesima richiesta di suonare brani di pizzica, si è visto costretto a precisare al pubblico che la musica tradizionale salentina non era fatta solo di brani da ballare, ma anche di canti di lavoro e canti d’amore. E’ chiaro che non è giusto nemmeno generalizzare, ma suonare di fronte ad un pubblico a volte poco rispettoso non è molto edificante per gli artisti, proprio come non lo è stato vedere alcune città del Salento assediate da un turismo finalizzato al solo divertimento e agli eccessi fine a se stessi. 
Quando gli Aramiré in “Mazzate Pesanti” mettevano alle corde certi amministratori parlando di un Salento di facciata è probabile che temessero proprio questo, che la forza propulsiva per promozionare il territorio si trasformasse in un vero e proprio boomerang. Quel boomerang quest’anno credo sia arrivato come primo segnale d’allarme, con le notti deliranti di Gallipoli, ma una traccia evidente la si poteva cogliere già qualche anno fa facendo due passi attraverso il pubblico del Concertone, con giovani e giovanissimi che armati di damigiane di vino di ordinanza affluivano verso l’area concerto, pronti a stordirsi senza alcun interesse per quello che con fatica era stato costruito sul palco. L’atmosfera da Primo Maggio che sta pervadendo da qualche anno Melpignano, mal si addice alla Notte Della Taranta, non fosse altro che per il rispetto che necessita la musica tradizionale, che non può e non deve essere confinata a semplice musica da (s)ballo. Non sarebbe affatto utopico pensare ad un pubblico di centocinquantamila persone che seguono con attenzione un concerto? Una riflessione in questo senso non sarebbe solamente una sfida, ma una reale esigenza verso quel salto di qualità di cui scriveva qualche giorno fa, Sergio Blasi, ideatore de La Notte della Taranta, pena un cupio dissolvi dai tratti tragici, che minerebbe il lavoro egregio portato avanti nell’arco di diciassette anni. 
Certo va tenuto conto dell’importanza della portata economica che la kermesse salentina genera per il territorio, ma ciò non deve andare a discapito della qualità e dell’autorevolezza di questo evento. Tornando al Festival Itinerante abbiamo avuto modo di assistere a due progetti speciali messi in piedi per l’occasione, il 19 agosto a Galatina (Le) abbiamo visto in azione i Malicanti con ospite Mike Maccarone, e il magnifico set di Officina Zoè con Hosoo e Transmongolia, accompagnati dalle figurazioni coreutiche di TarantArte, mentre il giorno successivo a Martano (Le) abbiamo avuto modo di seguire l’imperdibile concerto di Redi Hasa e Maria Mazzotta con Rita Marcotulli. A fronte dell’alta qualità di entrambe le serate, è stato chiaro lo scollamento tra parte del pubblico e quello che accadeva sul palco. La scelta di proporre dei progetti speciali per le diverse tappe ci era sembrata una svolta importante nell’economia generale del festival, qualcosa che privilegiasse la portata culturale, e alla prova dei fatti lo è stato realmente, ma il brulicare di bancarelle, fuori contesto rispetto a quelle che promuovono il territorio a livello musicale e culturale, locali che propongono cibarie più o meno sane, e un pubblico che a volte dire discutibile è poco, non hanno fatto altro che impoverire il risultato finale. 
Questa nota un po’ desolante ci ha così accompagnato anche nel corso del Concertone conclusivo, nel quale in verità non nutrivamo grandi speranze, considerato il non eccellente risultato finale dello scorso anno, ma con piacere abbiamo avuto modo di ricrederci. Ad aprire l’anteprima del Concertone è stata una delle formazioni storiche della tradizione salentina, ovvero la Famiglia Avantaggiato che con le sue quattro generazioni di musicisti ci hanno condotto nel cuore della Grecìa Salentina tra poesie recitate dell’ormai novantenne, ma ancora in gran forma, Giovanni Avantaggiato, canti alla stisa e pizziche travolgenti. Interessante è stato anche il set di Petrameridie con ospite Tony Esposito, che a causa della pioggia non erano riusciti ad esibirsi sul palco di Martano (Le) il 20 agosto, mentre piuttosto deludente è stata l’esibizione di Antonio Castrignanò, che ha proposto dal vivo i brani del nuovo album “Fomenta” senza impressionare più di tanto, complice un pizzico di irruenza in più nell’approcciare delle esecuzioni a scapito della qualità. Sale poi sul palco l’Orchestra Popolare de La Notte della Taranta, seguita dal Maestro Concertatore Giovanni Sollima, ed è già Concertone. Si parte subito alla grande con una superba versione di “Pizzica Indiavolata” di Luigi Stifani, con il violoncello elettrico e tarantato di Sollima a guidare l’orchestra, e i tamburi a cornice a sostenere la linea melodica, a cui quasi senza soluzione di continuità segue la “Pizzica di Tora Marzo”, interpretata dalla voce antica di Giancarlo Paglialunga. Enza Pagliara ci regala una trascinante “Pizzica di Ostuni”, ma la magia arriva con l’intensa “Mamma La Luna” in cui protagoniste sono Stefania Morciano, Ninfa Giannuzzi e Alessia Tondo. 
I brani scorrono piacevolmente, e anche se ad essere privilegiato è il repertorio della pizzica pizzica, l’orchestra ci sembra più coesa, così come gli arrangiamenti hanno senza dubbio più spessore e mordente rispetto a quelli dello scorso anno, segno evidente di una maggiore familiarità di Sollima con la tradizione salentina. La Pagliara è ancora protagonista con “Lu Callalaru”, ma uno dei vertici del concerto arriva con la toccante “Ferma Zitella” cantata da Alessia Tondo, la cui splendida voce negli anni ha acquisito ancor più energia e maturità. Arriva poi il momento della prima ospite della serata, ovvero Antonella Ruggiero che interpreta “Pizzicarella”, il risultato non è brillante, e ciò ci impone un ulteriore riflessione critica. In diversi anni di frequentazione de La Notte Della Taranta abbiamo avuto sempre la sensazione che gli ospiti del Concertone salissero sul quel palco spesso impreparati, non avvertendo minimamente il privilegio concesso loro, ma piuttosto pensando che fosse la loro presenza a nobilitare l’evento. E’ una questione di rispetto verso un repertorio e una tradizione, e non è pensabile potersi permettere di massacrare un testo di un canto tradizionale! Provate a pensare a cosa accadrebbe se un Bruce Springsteen o un Bob Dylan massacrasse un traditional americano? Ho ragione di credere che sia una eventualità impossibile. In invece Italia abbiamo dovuto assistere a cose agghiaccianti, e non parlo solo del palco de La Notte della Taranta, dove pure abbiamo dovuto subire Emma Marrone e Alessandra Amoroso. 
La “Pizzica Di Copertino” ci riporta dritto alla danza con il corpo di ballo che accompagna l’esecuzione con le figurazioni coreutiche della pizzica pizzica. Se buona è l’interpretazione di Mannarino di “Santu Paulu”, seguita dalla travolgente versione di “Sutt'Acqua E Sutta Ientu” di Ninfa Giannuzzi e Stefania Morciano, la stessa cosa non si può dire di Roberto Vecchioni che pasticcia con gli accenti de “La Tabaccara”, per altro anticipata da una lezioncina gonfia di retorica che ci saremmo risparmiati volentieri: “È un onore per me essere qui. In mezzo al tararatapum, ci sono delle parole. C'è un popolo che combatte, lavori perduti, amore per la propria terra. Questo è il senso della canzone popolare, in particolare di quella salentina che ha mestieri straordinari perduti nell'immaginazione e nel tempo. Io ve ne racconto uno”. Stendendo un velo pietoso sulla versione in griko di “Samarcanda” sempre cantata dal professor Vecchioni, si arriva dritti alla “Pizzica di Cutrofiano”, la pizzica degli Ucci, proposta dall’orchestra in una versione davvero travolgente, a cui segue la bella interpretazione di “Sta Strada” proposta da Antonio Castrignanò. I brividi arrivano poi con “Aspro To Chartì” proposta dai Fratelli Mancuso, così come intensa e coinvolgente è la “Pizzica di Aradeo” eseguita da Ninfa Giannuzzi in duetto con Lori Cotler, che impreziosisce il brano con il konacol indiano, magistralmente supportata dalla percussioni di Glen Velez. 
Se toccante ed intensa è “Beddha Ci Stai Luntana” cantata da Maria Mazzotta, la successiva “Pizzica Per Mandolino” in cui spicca la partecipazione del virtuoso Avi Avital, è un altro dei momenti da ricordare dell’edizione 2014 del Concertone. Non manca uno spaccato dedicato alla “Pizzica a Scherma” con i danzatori di Torrepaduli che propongono l’antica danza a scherma accompagnati dall’Orchestra, così come eccellente è “Auelì” che vede ancora protagoniste in duetto Lori Cotler e Ninfa Giannuzzi. Sempre sul versante coreutico piuttosto discutibile è stata la scelta di Michael Ángel Berna, che diretto il corpo di ballo, di contaminare la pizzica con alcuni elementi del flamenco, dando vita ad una seroie coreografie che funzionano solo dal punto di vista ideale, ma che all’atto pratico non hanno affatto entusiasmato. Il Salento incontra i ritmi del blues africano prima con la superba versione de “Lu Ruciu De Lu Mare” in cui Bombino e la sua chitarra elettrica accompagnano Alessia Tondo, e a cui segue l’inedita “Pizzica Tamashek” con la complicità di Claudio Prima all’organetto. Tornano poi sul palco i Fratelli Mancuso per il canto di lavoro “E Lu Sule Calau Calau”, a cui segue “Bium Bo” in cui ritroviamo la Cotler, la Giannuzzi e le percussioni di Glen Velez. 
La versione corale de “Il Fischio Del Vapore” apre la strada prima alla versione pizzicata, ma per nulla entusiasmante di “Scetate Uagliò” di Mannarino, e poi a “Masseria Stanese” interpretata da Giancarlo Paglialunga. L’immancabile “Pizzica Di Torchiarolo” cantata da Enza Pagliara ci porta dritto da “Damme La Manu” in cui Antonella Ruggiero prova invano a far pace con la tradizione salentina, ma subito dopo il nostro entusiasmo viene risollevato dalla strabordante “Pizzica di San Vito” con protagonista Piero Balsamo accompagnato da Avi Avital al mandolino. La “Pizzica Di Galatone” in cui spicca la voce di Alessia Tondo, il tributo a Pino Zimba di “Aria Caddhripulina” interpretata da Antonio Castrignanò, ci conducono verso il finale con la “Pizzica Pizzica” di Maria Mazzotta, e l’immancabile “Kalinifta”, che applauditissima chiude la serata. Va così agli archivi anche l’edizione 2014 de La Notte della Taranta, tra luci ed ombre, ma il primo pensiero è quello di aver assistito comunque ad un evento unico in Italia, che sarebbe utile capitalizzare bene nell’arco dell’intero anno, facendogli compiere quell’ultimo salto di qualità di cui necessita. 


Salvatore Esposito

Foto Copyright di Salvatore Esposito

Umbria Folk Festival, Orvieto (PG), 14-23 agosto

Per la quarta edizione di Umbria Folk Festival, Orvieto ha ospitato musicisti di fama internazionale, a confermare le prospettive di crescita e affermazione di un festival relativamente giovane, ma che ha grandi potenzialità (e, probabilmente, grandi ambizioni). Gli elementi giusti per raggiungere un livello qualitativo - che comprenda, ovviamente, non solo la proposta artistica, ma anche la gestione generale dell’evento - in grado di competere con le grandi kermesse nazionali e internazionali, ci sono tutti (e già sono ben calibrati sulle esigenze degli artisti e le necessità del pubblico): dinamismo, informalità, entusiasmo, una buona connessione con il territorio circostante, una buona rete di relazioni con il mondo folk e, all’interno di questo, con le iniziative più interessanti e le realtà più dinamiche, una serie di “sponde” artistiche in grado di suggellare una sorta di marchio che, in qualche modo, inizia a essere riconoscibile (vedi, ad esempio, Ambrogio Sparagna e il progetto de L’Orchestra giovanile di musica popolare), la capacità di intercettare artisti e spettacoli interessanti, anche se non esclusivi (l’anno scorso, tra gli altri, in cartellone c’era Vinicio Capossela con la sua Banda della Posta, oltre a Ginevra Di Marco e Riccardo Tesi; l’anno prima L’Orchestraccia, Francesco De Gregori, Lucilla Galeazzi e Peppe Barra; nel 2011 Almamegretta e Raiz, Peppe Servillo e il percussionista siriano Mohammad Reza Mortasavi). 
Ultimo punto a favore della manifestazione orvietana - e non da poco - è lo scenario da togliere il fiato dei vicoli e della Piazza del Popolo, dove si svolgono i concerti principali. Uno scenario che rigenera appena si arriva all’acropoli, dopo aver percorso l’incantevole strada ritorta che abbraccia la Val Teverina e il lago di Corbara. Una volta oltrepassato il varco del controllo biglietti, la piazza raccoglie un’atmosfera sospesa tra il grande evento e la festa di paese: siamo in pieno medioevo, ci sono pozzi, fontane, torri, merli e loggiati. Tra le gente che si gode lo spettacolo urbanistico, strisciando le ciabatte sul mattonato irregolare e ancora caldo, può capitare di sfiorare e incrociare i musicisti (quelli di Bombino passano meno inosservati, con gli abiti nigerini “post-tradizionali”, lucidi e verosimilmente scomodi, nonostante si tratti di casacche lunghe e pantaloni molto ampi), mentre, quasi come tessere di un puzzle, quelli che non hanno comprato il posto a sedere si guadagnano un anfratto della piazza e si sistemano in attesa dei concerti (molti si siedono ai tavoli dei bar che circondano la piazza e che offrono diverse visuali sul palco). Il programma musicale di quest’anno è abbastanza ricco (anche se ridotto rispetto ai precedenti) e alle performance del main stage si sono affiancati concerti di band emergenti (alla terza edizione del Contest nazionale Umbria Mei Folk Festival si sono esibiti i finalisti del concorso: Giuliano Gabriele, Marcabru, Isaia e L’Orchestra di Radio Clochard, Giulia Daici), musica itinerante per le vie del centro (Gruppo Folkloristico Itinerante Mariachi Tierra de Mexico), mostre ed escursioni. Tra queste ultime ricordiamo Folktrekking. 
L’anello della Rupe, una “passeggiata intorno alla Rupe di Orvieto con musica itinerante e soste animate in alcuni siti archeologici”, a cura di Sparagna e la partecipazione di alcuni musicisti dell’Orchestra Giovanile di Musica Popolare. Per quanto riguarda i concerti più attesi, quello di Asaf Avidan lascerà sicuramente un segno nella storia del festival. Non solo perché il cantante israeliano era, a furor di popolo, la star del giorno (e forse dell’intera manifestazione). Ma perché non ha deluso le aspettative, intrattenendo il pubblico per circa un’ora con una performance emozionata e molto partecipata. È inutile dire che la sua voce è straordinaria e basterebbe da sola. Però a Orvieto ci ha dimostrato un’interessante aderenza a un folk-blues inaspettato, irruvidito dallo spettacolo “one man band” (chitarra e armonica, qualche sonaglio appeso ai piedi, un pad di batteria elettronica, una percussione e una pedaliera con qualche effetto, usata soprattutto per registrare delle micro progressioni che poi, integrate con altri temi, facevano da base ai pezzi), da una competenza musicale poco tecnica ma efficace e dalla piacevole scioltezza con cui ha presentato le versioni marcatamente estemporanee dei brani del suo repertorio. Un grande entusiasmo ha accolto anche Bombino. Il quale, mantenendo un ghigno bonario e complice allo stesso tempo, si è rivolto in rare occasioni al pubblico. 
Il chitarrista nigerino - che, sulla scia del successo internazionale del suo ultimo disco Nomad, sta percorrendo l’Italia in lungo e in largo - parla in francese e guarda i ragazzi sotto il palco con uno sguardo semplice e lontanamente ipnotico, sottolineando la sua gratitudine per l’entusiasmo della piazza con un reiterato inchino della testa, “naturalizzato” in una postura “chitarristica” che lo spinge a piegare il collo verso sinistra e ad alzare gli occhi a destra. Come abbiamo già detto in queste pagine, la sua chitarra e il suo sound hanno scosso qualcosa nello scenario internazionale delle musiche “alternative”. La sua tecnica è inafferrabile ed è la diretta espressione delle sue mani lunghe e appuntite, che sfiorano la chitarra seguendo dei movimenti molto scenografici e leggiadri. Tutto lo spettacolo è stato folgorante (basso, batteria e, oltre alla sua, sempre in primo piano, altre due chitarre, tra le quali quella di Adriano Viterbini), ma una nota di entusiasmo va senz’altro al drumming: incessante, coerente, preciso e denso. Un fiume in piena che ha sorretto lo scorrere dei pezzi in un crescendo irresistibile. Tra gli artisti che hanno solcato il palco, vi sono stati Ambrogio Sparagna e L’Orchestra Giovanile di Musica Popolare, Hevia e Le Cornamuse del Drago. Con questi ultimi la piazza ha assunto la forma interessante di una casuale e antiretorica rievocazione medievale. 
Casuale perché è un’inevitabile associazione di idee: il suono ventoso, scaltro, stridente e romantico degli aerofoni non poteva che stagliarsi nel profilo della piazza, amplificandone la suggestione e cullando gli spettatori in un trasporto collettivo e condiviso. In un cartellone interessante, che ha voluto rendere omaggio a differenti espressioni popolari (integrate con il concerto di Caparezza, che ha inaugurato il main stage la sera del 20, al quale hanno assistito diverse migliaia di persone), ho trovato particolarmente interessante la performance di Raffaelo Simeoni, un veterano della nostra musica popolare, il quale, grazie al suo innegabile talento e alle sue ottime competenze musicali, ha dimostrato una non scontata capacità di rigenerarsi. Simeoni - oltre ad aver condiviso il palco con Sparagna e L’Orchestra, insieme ad Arnaldo Vacca, nella serata conclusiva del festival - ha suonato la sera di giovedì 21, accompagnato da Goffredo Degli Esposti e Gabriele Russo. Un’esibizione semplice, scarna, ma straordinaria sul piano musicale. Soprattutto perché i brani del polistrumentista reatino hanno assunto una veste nuova, rinvigorita da un’esecuzione magistrale, con pochi ma significativi strumenti e la padronanza senza eguali dei due musicisti umbri che lo hanno accompagnato (entrambi parte del gruppo di musica medievale Micrologus). Russo e Degli Esposti - con la complicità di Simeoni, il quale, alternando la sua chitarra all’organetto, è rimasto comunque l’asse centrale dello svolgimento musicale - hanno avvolto il pubblico con una sonorità perfetta, escogitata con strumenti medievali, dal suono ligneo (estremamente concreto, tangibile) e armonioso. Degli Esposti ci ha stupito soprattutto con il flauto a una mano, che ha suonato in combinazione con il “buttafuoco” o “altobasso”, un cordofono suonato con una bacchetta, che svolge la funzione di bordone ritmico. Gabrielle Russo - polistrumentista e cantante anche nei Sonidumbra - si è occupato della tessitura melodica con nichelarpa e bielle. 


Daniele Cestellini

Paleariza Festival XVII Edizione, Comuni della Calabra Greca, 1-20 agosto 2014

Il 20 agosto, ispirata dalla voce, dalla mandola e dal ngoni di Aziz Sahmaoui, l’University of Gnawa ha coinvolto il pubblico di Paleariza nel migliore dei finali possibili per la XVII edizione del festival che anche quest’anno ha saputo creare occasioni di ascolto, ballo, teatro, trekking, turismo sostenibile in undici Comuni della regione grecanica calabrese, fra Aspromonte e Mar Jonio. Nel quintetto che nel 2011 ha inciso il primo cd del gruppo continuano ad essere protagoniste le percussioni di Adhil Mirghani e la chitarra di Hervé Sambe che con i due innesti più recenti, Hilaire Penda (basso elettrico) e Smail Benhouhou (tastiere), costituisce il nucleo senegalese del gruppo. Da “Maktoube” a “Tamtamaki” i pezzi forti del repertorio di Sahmaoui servono da base per sollecitare l’abile interplay fra i musicisti e l’interazione con i cori cui partecipa tutta la piazza di Bova/Chora tu Vua. Magico il passaggio di una nuvola (siamo a quasi mille metri di altezza) che sceglie i brani di chiusura per adagiarsi sul palco e avvolgere i musicisti in un “effetto speciale” irripetibile e in perfetta sintonia con l’atmosfera lirica e sognante suscitata dall’ “università”. 
Altrettanto riuscito e ben diversificato è risultato tutto il cartellone internazionale del festival che ha portato i riflettori su alcuni dei borghi più suggestivi dell’Aspromonte grecanico: a Pentedattilo con l’afrobeat del Helsinki-Cotonou Ensemble, a Roghudi vecchia con il trio di musica persiana guidato dalla voce di Farzaneh Joorabchi (e letture di Omar Khayyam curate da Maria Pia Battaglia), a Gallicianò con il quartetto di Vanghelis Merkouris, a far battere il cuore dei greci di Calabria con un viaggio attraverso le molteplici declinazioni delle musiche dei greci nel tempo e nello spazio. Una sintonia col territorio locale che ha proposto anche l'Officina Zoè, forte di una proposta musicale che in oltre vent’anni ha saputo integrare sia il griku, sia l’attenzione per i ritmi volti alla trance sospinti dai tamburi e dalle voci di Cinzia Marzo, Silvia Gallone e Lamberto Probo. Ben diverso, ma altrettanto energico, è stato l’approccio di Claudio “Cavallo” Giagnotti e dei Mascarimirì: pizzica e sound system (nelle mani metronomiche di Alessio Amato) nel borgo di Palizzi che ha subito anche l’onda d’urto della Calabria Orchestra di Ciccio Nucera: in entrambi i casi la piazza ha risposto entusiasta dando vita a un vortice di balli che sanno resistere all’eventuale black out (prontamente risolto da un service funambolico) e riprendere per i “soni a ballu” che puntualmente il festival propone (post-concerto) con musicisti locali. 
Dalla Calabria arrivano ottimi segnali anche dalla rassegna di musicisti tradizionali del 16 agosto a Bova/Chora tu Vua, dagli arbëreshë Bashkim, dal sempreverde Pino Piromalli e dal palco condiviso dai quattro gruppi che hanno aperto il festival, a Palizzi Marina in una serata dedicata al Progetto LIFE Caretta Caretta e alla difesa della biodiversità nel Mediterraneo: Nuovo Suono Battente, Calabriamaica, Fabio Macagnino e Musicofilia. La tradizionale componente siciliana del festival è stata assicurata a Bagaladi dall’articolata proposta del sestetto I Beddi: la voce versatile di Mimì Sterrantino ben si abbina alla regia sapiente di Davide Urso e all’organetto e alla zampogna di Giampaolo Nunzio. Alla sua Messina sono giunti anche i Nemas, il progetto del chitarrista Nello Mastroeni che per l’occasione ha allargato l’organico per riproporre il repertorio dei Kunsertu con le voci di Egidio La Gioia e Faisal Taher e l’organetto di Giacomo Farina in bella evidenza. Altro spazio tradizionale è quello assegnato alla musica irlandese, brillantemente eseguita a Staiti dai Red Pack. Rimane da dire delle formazioni che sviluppano il proprio repertorio a partire da ricerche che coinvolgono musicisti popolari. 
Protagonisti di lunga esperienza in questo ambito sono l’arpa di Giuliana De Donno che ha incantato Bova/Chora tu Vua e, a Condofuri, i Musicanti del Piccolo Borgo, particolarmente attenti ai repertori di Lazio e Molise che ripropongono con un’ampia paletta strumentale (pifferi, zampogne, chitarre battenti, organetto). Ma il festival offre spazio anche a gruppi più recenti, dalle Tre Sorelle (fra Sardegna e Puglia), ai pugliesi Contraggiro, all’ottimo equilibrio raggiunto dal quartetto Lamori Vostri, centrato sulle voci e gli strumenti di Lavinia Mancusi, Monica Neri e Rita Tumminia, efficaci a San Lorenzo nel mettere al centro del concerto un’emozionante narrazione in chiave femminile. Ed ancora una donna protagonista alla Rokka tu Dràku (la Rocca del Drago), Maura Gigliotti, autrice de “L’acqua e l’oblio”, opera di teatro/canzone sull’abbandono di Africo Vecchio negli anni ’50, interpretata dall’attrice Viviana Raciti e da Francesco Stilo (voce e chitarra). Con questa edizione di Paleariza, l’”antica radice”, il direttore artistico Ettore Castagna consolida un percorso re-impostato nel 2013 di felice tensione ed equilibrio del territorio aspromontano con percorsi musicali locali ed internazionali e con generi diversi (dai repertori popolari alle fusioni world alla canzone d’autore): suoni di ieri e di oggi ad esplorare antiche vie grecaniche, ma anche a disegnarne di nuove. 


Alessio Surian

Sziget Festival, Budapest, Isola di Obuda, 11-18 Agosto 2014

Per capire quanto sia cambiata l’Ungheria in un quarto di secolo, basta fare un salto in questi giorni all’interno del bel palazzo dedicato alla fotografia in Nagymezo Utca, varcare la soglia della Mai Manò House e scorrere le immagini dei fotografi Magnum che hanno documentato dapprima il lunghissimo periodo della cortina di ferro, poi la rivoluzione dell’89 e infine le febbrili dinamiche dei decenni successivi, comprese le veloci conversioni al capitalismo occidentale e le pulsioni nazionaliste impersonate dall’attuale primo ministro Viktor Orbán e dal suo partito, votato a un liberismo che strizza l’occhio ai fascismi. Ci sono due immagini in particolare che mettono in risalto lo “sfrigolìo” di diversità tra vecchio e nuovo innescatosi a partire dagli anni ’90. Entrambe le immagini sono state scattate nella storica Piazza degli Eroi, la piazza che ha segnato anche la caduta del regime comunista e dell’influenza sovietica. La prima è di Ferdinando Scianna ed è tratta da un servizio di moda del grande fotografo italiano con lo zoom della macchina che nel 1990 ritrae modelle fasciate da vestiti vagamente “deperiani” ai piedi delle grandi statue e delle strutture maestose che fanno da florilegio alla piazza. L’altra è del 2006, è stata scattata da Stuart Franklin, e suggella nella stessa piazza gli esercizi acrobatici di un ragazzo su uno skateboard. Un ragazzo che si disimpegna abilmente utilizzando come pista proprio le stesse strutture solitamente prestate ai capi di stato, alle celebrazioni storiche e alle manifestazioni politiche.
Le immagini dicono molto più di molte parole, come spesso capita alle grandi fotografie e suggellano chiaramente le urgenze di un cambiamento ancora in fieri e insieme ancora in divenire. C’è un altro modo per tastare il polso a questi cambiamenti in Ungheria ed è quello di ripercorrere il lungo serpentone spettacolare dello Sziget Festival. Una rassegna che in una ventina d’anni ha da una parte cambiato l’immagine dei giovani europei nei confronti dell’Ungheria e dall’altra ha alzato (e non di poco) il PIL della città che lo ospita. Lo Sziget in realtà è insieme un’immagine fedele e speculare della capitale magiara. E’ lo specchio della sua gioventù, in fieri e in divenire, e allo stesso tempo è anche qualcosa d’altro, di più complesso, di affine per rifrangenza, di appartenente e di estromesso. A partire dal suo luogo fisico e geografico, un’isoletta di 2 km per 3 appoggiata sul letto del Danubio, alla periferia di Budapest… Così, anche nel 2014, la Repubblica Autonoma dello Sziget Festival si è ufficiosamente costituita. Raggiunta da tempo la maggiore età, il mastodontico appuntamento magiaro ha assunto sempre più i contorni di quella che Hakim Bay definirebbe T.A.Z. (Temporary Autonomus Zone). I numeri ci sono da tempo: con i suoi quasi cinquecentomila frequentatori l’isola di Obuda conta per poco più di una settimana all’anno più “cittadini” di San Marino e Montecarlo. L’utopia pirata dello Sziget Festival ha collocato, anno dopo anno, anche altri tasselli che rendono credibile questa definizione.
Durante i giorni del festival vengono attivate linee telefoniche autonome, non si batte moneta ma in compenso si usano card speciali per effettuare gli acquisti; da qualche anno poi sull’isola ci si può anche sposare, mentre i consigli di rabbini, Hare Krishna, mental coach, astrologi e cartomanti sono a disposizione degli astanti già dalle prime edizioni. Per non parlare infine dell’esperanto linguistico che viene adottato in questa kermesse inconfondibile: il dialetto, i dialetti universali delle arti, declinati in mille modi, con una particolare propensione per la musica, ma certo non solo per quella. Sziget Festival è da ventun anni a questa parte un coacervo di occasioni spettacolari che comprendono una trentina di palchi, ma anche un circo all’aperto e uno al chiuso, teatro, proiezioni video, librerie, la ricostruzione di un tipico villaggio ungherese, centinaia di ristoranti etnici, un labirinto, un paio di gru del bungee jumping, spettacoli di burlesque, discoteche, mostre, spazi dedicati alle ONG e alle associazioni umanitarie e una manciata di parchi tematici... In tutto questo bailamme si muove un pubblico giovane e pacifico, multietnico e tollerante, equamente diviso tra i campeggiatori e i pendolari che ogni giorno arrivano a frotte nell’isola piazzata sul Danubio nella periferia ovest di Budapest. Tutta questa lunga introduzione per certificare un fatto ineludibile: il contorno in questo festival è importante quanto la sostanza, ovvero la location, le strutture, il pubblico sono essenziali quanto il ricco cartellone degli show.
Naturalmente la kermesse è anche un’occasione ghiotta per coloro che vogliono inaugurare una lunga scorpacciata di concerti e da sempre lo spazio dedicato alla world music è un tassello importante della programmazione. Rubricata con grande dispiacere la cancellazione della tenda dedicata alla musica rom che scandiva da sempre alcuni torridi e trascinanti appezzamenti del nostro itinerario d’ascolto (e naturalmente non vogliamo neppure pensare che la mossa da parte degli organizzatori sia in qualche modo un gesto di compiacenza nei confronti del governo Orban notoriamente ostile alla cultura rom e al suo popolo…), abbiamo comunque presidiato ogni giorno il World Stage, roccaforte delle musiche etniche all’interno dello Sziget Festival. Il primo “coup de coeur” sul palco magiaro è arrivato da una musicista apolide come Yasmine Hamdan, nata in libano, trasferitasi in Francia da tempo, lanciata nel mercato internazionale dapprima da una collaborazione con le Cocorosie e poi dall’intuito di Jim Jarmush che ha scelto un brano di questa libanese dai capelli corvini per la colonna sonora del suo bellissimo film sui vampiri, “Solo gli amanti sopravvivono”. La Hamdan, sia pure ancora un po’ acerba per quanto riguarda il carisma scenico, ha messo comunque in moto un set di grande suggestione con l’elettronica, il rock e le melopee mediorientali che si rincorrevano fascinosamente.
La Hamdan ha confessato di aver iniziato a scrivere canzoni «provando molti modi diversi di usare la lingua araba, quasi come se la potessi scolpire» e in brani come “Enta fen Again” un esplicito omaggio a Oum Koulthoum (“il mio spirito è in agitazione/ io penso a te, dove sei?/ Dov’è quell’amore di cui parli?”) e come “Deny”, una preghiera rituale alla luna attraverso la quale una donna tenta di riassaporare l’odore del suo amante che si trova in un altro continente, l’alchimia di suoni e parole è rimbalzata sugli astanti dello Sziget in una sorta di speciale, specialissima, fragranza. Da una sorpresa a una conferma, quella del Canzoniere Grecanico Salentino che a Budapest guidava la folta pattuglia di artisti pugliesi selezionati grazie a una collaborazione tra lo Sziget, l’Associazione l’Alternativa e Puglia Sounds. Detto che nell’Europe Stage sono passati anche Caparezza, Diodato, Aucan e Rumatera il picco di attenzione e di audience in ottica italica, il più grande festival europeo per numero di spettatori l’ha dedicato al tecno punk dei veneti The Bloody Beetroots (esibitisi con gran clamore nell’A38 Stage) e, appunto, alla pizzica rivisitata del gruppo guidato dal violinista Mauro Durante. L’ensemble salentino è oramai una vera e propria macchina da guerra con un equilibrato mix di timbriche e ritmiche e con una sapiente alternanza di originals e pezzi tradizionali ad alternarsi in scaletta.
Il pubblico ha decisamente apprezzato il set. Un pubblico composto non solo e non tanto da italiani ed è questo il bello del World Stage, un palco dove la carta d’identità del gruppo di provenienza non corrisponde necessariamente a quella della maggioranza del pubblico. Lo stesso concetto si può naturalmente applicare allo show dei maliani Terakaft, al combo multietnico di stanza in Francia dei Fanfarai, ai canadesi con infatuazioni caraibiche dei Kobo Town e persino agli ungheresi Söndörgő. Questi ultimi, si sono già fatti apprezzare in tanti contesti internazionali (Womex e Babel Med compresi), eppure non smettono di impressionare per l’abile mix di virtuosismo e rivisitazione poetica del materiale di alcune matrici folk dell’Europa dell’est, con le corde di tamburica, chitarre, contrabbassi, una darbouka e qualche flauto a incorniciare le loro inebrianti escursioni solistiche. 


Valerio Corzani

Piero Sanna, il canto, il pastore, i dischi, la memoria (parte seconda)

Dal ricordo di Gianni e Salvatore Sanna 

Riprendiamo il contributo in memoria di Piero Sanna, “ ‘oche” storica del Tenore di Bitti “Remunnu ’e Locu”, sintetizzando in modo lineare quanto riferito sul campo dai suoi due figli. Gianni è il maggiore, dal cui racconto sono emersi diversi episodi riferiti al padre e al suo modo di concepire il canto e la vita. «Con babbo avevo iniziato a cantare a tenore. Poi ho smesso anche perché all’epoca fumavo e per il canto non andava bene, perciò ho lasciato stare. Tutti noi in famiglia siamo stati cresciuti apprezzando la cultura sarda. Per un periodo ho preso parte al gruppo di ballo di Bitti, insieme al figlio di tziu Tanielle (Cossellu). Poi ho intrapreso un’attività parallela a quella di babbo anche perché, se tutti ci fossimo messi a cantare, l’azienda chi la portava avanti? Scherzi a parte, babbo ci ha lasciato un grosso vuoto, aveva poco più di settant’anni ed era ancora una persona molto attiva. Ci consigliava sempre, a volte anche discutendo appassionatamente. Ci ha aiutato tutti a crescere, lasciandoci una cerchia di amici e di tante persone che ci stimano anche oltre la comunità di Bitti. Ci diceva sempre di “agire con umiltà, di essere noi stessi e di essere presenti con il prossimo. Voleva fossimo come lui, persone semplici. E non si vergognava delle proprie origini. Durante le interviste, rispondeva orgoglioso di essere un pastore. Proprio ieri ho parlato con dei compaesani che con fierezza mi dicevano che Piero Sanna non era “il cantante”, ma era rimasto “il pastore” di sempre. 
Il pastore dalle nostre parti era tutto. Era quello che ti apriva la porta se avevi bisogno, se uno veniva da fuori, ti dava ospitalità e ti apriva il cuore. Più di una volta ho sentito dire che lo chiamavano “sa ’oche di tutti i tenores”, perché aveva una voce molto particolare, secondo me inconfondibile, ma vi è da dire che ogni tenore ha una propria particolarità. Noi lo guardavamo più come padre che come cantante. Ricordo, però, quando venne aperta la Scuola del canto a tenore, nel 1994-’95. Era molto frequentata. Era l’anno in cui si festeggiavano i venti anni del Gruppo “Remunnu ‘e Locu”. A fine manifestazione i Tenores si domandarono:- Dopo di noi, chi? Il paese si stava spopolando, il Gruppo era già allora consolidato, ma i giovani seguivano poco quello stile di canto. Oggi si può rispondere a quella domanda, osservando che a Bitti ci sono tre o quattro Gruppi a tenore e questo, a mio parere, grazie soprattutto al lavoro svolto dalla scuola e al successo conseguito nel mondo dal Gruppo “Remunnu ’e Locu”. Come s’imparava a cantare? In passato, a tenore si cantava sempre, con le serenate (“a contonare”), cantando “addenotte” (con canti notturni). Si cantava e basta. Non c’era qualcuno che insegnava, perché tutto era libero, il gruppo non era fisso. Pure mio nonno (Giovanni Sanna) cantava a poesia, tutto secondo oralità. Sapeva improvvisare in poesia, di solito per elogiare una ragazza. Qui si dice “achimus un’ottava? a la cantamus una battorina?” (facciamo un’ottava? la cantiamo una battorina?). Da queste semplici domande partivano con il canto. Il canto a tenore era come per i giovani d’oggi andare nelle discoteche, loro, i tenores, cantavano nei bar. Non bisogna poi dimenticare tutte le feste campestri e che Bitti ha ventisette chiese. A ogni Santo c’era una ricorrenza festiva: Babbu Mannu, Santo Stefano, Santa Bonaèra (Bonaria) etc. La gente partecipava numerosa alle feste: Bitti in passato aveva più di seimila abitanti, oggi solo tremila. 
Ad esempio, giusto per far capire, la poesia improvvisata di allora era come “un facebook”, ma fatto a canto, con testi un po’ forzati circa eventi di attualità. Prima un giovane poteva mostrare le proprie capacità vocali cantando a tenore, oggi lo fa con canzoni in italiano o in inglese. Chi canta da “ ’oche” deve avere una buona memoria, lui era appassionato per i canti della nostra cultura, che, per chi vive qui, forse, non sono così difficili da imparare anche se non si canta a tenore. Alcuni testi li ho appresi anch’io, ma una cosa è sapere i testi, un’altra è cantarli come si deve a tenore». Salvatore è il figlio più giovane di Piero Sanna. «A me piacciono tanto le nostre tradizioni, ma io non ballo e non canto. Babbo parlava del canto a tenore perché era appassionato, ma a me è rimasto impresso il suo canto di quando arava. A volte, sul trattore, col canto sembrava ci volesse chiamare. A me è successo più di una volta di scendere a valle, per sentire che cosa volesse dire. E lui, allegro, rispondeva:- Niente, niente, stavo solo cantando! E che voce che aveva, quando la usava per rimproverarci si faceva sentire, eccome. Lo sentivi anche se tenevi i finestrini chiusi, da quanto rimbombava (i fratelli ridono divertiti, al ricordo). Per babbo il Gruppo del Tenore era una seconda famiglia. Raramente lo si sentiva cantare da solo, più spesso lo si vedeva leggere i testi, soprattutto quando doveva bene memorizzare i versi per le nuove incisioni. Prendeva sempre appunti su agende, per segnarsi gli eventi più importanti o le cose da fare in campagna. 
Altre volte scriveva delle strofe dei canti che doveva memorizzare. Lui viveva a Bitti, ma a “sa Calavrina” veniva sempre. A volte accudiva lui le nostre pecore. Era un gran lavoratore, con le mani in mano non sapeva stare. Usava la ruspa o il trattore. Poi gli piaceva mangiare in gran quantità quanto coltivato nell’orto, ma non era vegetariano, gli piaceva molto la carne e il pesce. Possiamo dirlo: era un vero “mangione”. Gli piaceva il cibo sano e le mele di questa zona, che sono particolari anche nel sapore, noi le chiamiamo di “Santu Juanne”, perché maturano a giugno, nel mese di San Giovanni. Adorava gli agrumi che aveva sempre in macchina. Una volta per colpa di un’arancia stava per fare un incidente, perché era andata a finire sotto il freno, la macchina non frenava più, ma per fortuna poi è andato tutto bene. Uno degli ultimi ricordi che ho di babbo è di quando era in ospedale. Era triste, ma quando un’infermiera gli diede da mangiare un’arancia, sorrise gioiosamente, sembrava in un mare di giuggiole». Entrambi i figli di Piero Sanna mi hanno riferito di ricordi concernenti Peter Gabriel che, nel 1996, era venuto a Bitti e salito scherzosamente sul loro trattore. Sanna apprezzava il produttore inglese per la semplicità dimostrata anche in ambito professionale. In proposito era solito ricordare l’aneddoto della mensa della Casa discografica, affollata di personale. Quando arrivava Gabriel in molti gli cedevano il posto, ma lui rifiutava, rispettando la fila, aspettando il proprio turno prima di farsi servire. I due pare andassero d’accordo, pur avendo gusti alimentari diversi. Sanna non rinunciava facilmente ai piatti di carne che era abituato a mangiare in famiglia. 
Riguardo alle incisioni discografiche Gabriel aveva inizialmente portato i Tenores di Bitti a incidere nello studio di registrazione, ma pare non fosse troppo soddisfatto delle sonorità, per cui chiese al Gruppo di effettuare alcune incisioni in presa diretta, sul campo: in un ovile, dentro a un nuraghe, in una chiesa, a casa dei cantori, in campagna dando risalto ai suoni dell’ambiente e dei campanacci appesi al collo degli animali in movimento. Prima del cd con Gabriel era stato prodotto “Romanzesu”, da un’etichetta svizzera (Amori, 1993). Per Roby Droli-Felmay il Tenore “Remunnu ’e Locu” ha inciso “Ammentos” (1996), “Intonos” (2000) e “Caminos de pache” (2004, con la partecipazione di Luigi Lai e Totore Chessa), prevalentemente registrato proprio nell’agro di “sa Calavrina”. Chi era Piero Sanna? Per Salvatore «… era un uomo che riusciva a stare bene con tutti, che non si dava delle arie solo perché faceva parte del Tenore più famoso. A lui piaceva cantare in compagnia, come quando era giovane. Mi ha raccontato di recente un cantore che dopo un concerto in Svizzera erano andati tutti a letto, ma non mio padre, che rimase con due giovani tenores a cantare tutta la notte, come ai vecchi tempi. Sembrava un ragazzino, era, in effetti, un uomo che non si tirava indietro, e quando c’era da far divertire e da divertirsi era il primo a farsi avanti. Gli piaceva anche scherzare. Ad esempio, al matrimonio di mia sorella è venuto con un cugino di mio cognato che si era travestito da sposa. Una situazione veramente comica. Mio padre era un tipo che stava allo scherzo, non era un “mutulone” (persona introversa, riservata, che sta sempre in silenzio)». Per Gianni Sanna la risposta è stata categorica:- Mio padre era l’amico che vorrebbero tutti, noi abbiamo la fortuna di averlo avuto come padre, gli altri come amico. 

In memoriam 
Piero Sanna cuore aperto, sguardo serio, cantore d’antico stile, cresciuto tra le valli bittesi, amante della famiglia, della natura e della vita, attaccato alle tradizioni locali. Piero Sanna Cavaliere della Repubblica, amico dei Sardi che ha contribuito a far conoscere il canto a tenore nel mondo, partecipando a renderlo Patrimonio dell’Umanità. Piero Sanna pastore, giocoso ballerino, desideroso di consigliare e insegnare ai giovani, divertendosi all’occasione in loro compagnia. Piero Sanna incline alla semplicità, cantore popolare che dai monti selvaggi, spesso, si muoveva per esibirsi in campo internazionale con i Tenores, a contatto con la gente e i discografici di successo. Sul campo, nella fiera comunità di Bitti, grazie ai parenti più stretti, abbiamo potuto conoscere Piero Sanna più da vicino, scrivendo (per una volta) solo di passaggio delle sue indiscusse doti vocali gutturali, stilisticamente ben connotate. Ricordarlo nelle ricerche è stato un onore. In conclusione, desidero brindare con i familiari e (idealmente) con tutti coloro che lo ebbero come amico, gustando il cibo della sua terra e il vino rosso, frutto del suo lavoro. Ha un aroma intenso, è biologico, corposo, forte e deciso - vero - come lo sono i pastori di queste vallate. Piero, sei stato valoroso! “In memoriam”, in alto i calici: dai posteri sarai ricordato per la tua “sarditas” e la tua “humanitas” come desideravi, con semplicità, affetto e stima. 


Paolo Mercurio

Rachele Andrioli & Rocco Nigro – Malìe (Dodicilune/I.R.D., 2014)

Nuovo progetto discografico della cantante Rachele Andrioli e del fisarmonicista Rocco Nigro, “Malìe” coniuga le fascinazioni della musica tradizionale con i tratti innovativi della world music e nuove sensibilità contemporanee. I nove brani del disco disegnano un percorso attraverso la vocalità ancestrale della tradizione orale che dal Salento arriva a toccare la musica popolare romana, fino a lambire il fado portoghese, guidati. In occasione della pubblicazione di questo prezioso album abbiamo intervistato Rocco Nigro e Rachele Andrioli, per farci raccontare la genesi e le ispirazioni di questo lavoro. 

Come nasce il progetto "Malìe"? 
Il progetto Malìe è il frutto di una collaborazione nata qualche anno fa. Dopo svariati concerti, in cui abbiamo affinato la dimensione del duo, sentivamo il bisogno di “cristallizzare” il nostro sentire musicale. Il duo, come il disco, nasce in modo spontaneo; e grazie alla nostra amicizia abbiamo trovato, senza alcun sforzo, un punto d’incontro. 

Il duo è una combinazione che mira all'essenziale, dove ognuno deve esprimersi con il giusto equilibrio. Come vi siete trovati con i vostri "strumenti"? 
Esprimersi con il giusto equilibrio, secondo noi, prescinde dalla dimensione del “duo”. I nostri due strumenti si sono sposati sin da subito, la comune ricerca dell’essenzialità e l’intesa hanno fatto il resto. Le caratteristiche della fisarmonica, poi, si prestano in maniera ottimale per l’accompagnamento di una voce. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro per gli arrangiamenti dei brani? 
Al contrario delle tendenze attuali, abbiamo cercato come punto di partenza il “nocciolo”, solo in questo modo siamo riusciti a creare intorno ad esso la “polpa” di cui avevamo bisogno. Inoltre in questo disco abbiamo avuto l'onore di collaborare con svariati musicisti come Valerio Daniele, Enza Pagliara, Redi Hasa, Mauro Semeraro, Francesco Massaro, le sorelle Gaballo e le sorelle Andrioli, Vito De Lorenzi e Paola Petrosillo, e ognuno di loro ci ha aiutato a “dipingere” le pareti delle nostre “stanze”.  

Quali sono le difficoltà che avete incontrato nella realizzazione del disco? 
Sicuramente la paura di mostrarci al pubblico in una sola dimensione. Seppure nel disco abbiamo affrontato molteplici tematiche, siamo abituati a mischiare le nostre intenzioni musicali in molti progetti differenti tra loro. Grazie alla nostra comune passione abbiamo cercato di dare a ogni brano un respiro popolare. 

Nel disco sono presenti tre brani della tradizione salentina. Come li avete scelti e quali differenze presentano rispetto agli originali? 
Abbiamo scelto i brani che ci stavano a cuore, che rappresentavano in quel periodo un affetto particolare, soprattutto perché appartengono ai nostri principali ascolti. Ascoltiamo spesso le registrazioni degli anni Cinquanta discutendo sui testi e sulle intenzioni vocali degli anziani. 

In particolare "Lettera Ca Me Desti" è uno di quei brani salentini poco praticati dalla riproposta. Nella vostra versione assume i tratti dell'overture, mescolando i tratti arcaici della tradizione orale con il vostro peculiare approccio stilistico. Qual è stato il lavoro che avete compiuto in fase di rielaborazione per questo brano? 
La scelta di questo brano è venuta dopo il nostro recente viaggio in india. Suonare con musicisti indiani, ci ha mostrato una dimensione di fare musica profondamente diversa da quella a cui siamo abituati, spesso dell’intrattenimento fine a se stesso. Eravamo emotivamente predisposti ad inserire nel disco un brano “alla stisa”. Questo particolare brano ha un non so che di mistico e l’aggiunta dell’Harmonium suggerisce qualcosa di spirituale. 

"Aria Di Salve" è cantata "alla stisa" da sole voci femminili con la partecipazione delle Sorelle Gaballo. Rachele, come si è indirizzato il tuo lavoro sulle parti vocali? 
Ho coinvolto le sorelle Gaballo e le mie sorelle perché sono state tra le persone che hanno in qualche modo influenzato enormemente la mia crescita. Musicale e non. Riguardo agli arrangiamenti delle parti vocali, non ho voluto stravolgere la linea melodica del canto. Questo perché penso, assieme a Rocco, che la musica tradizionale ha alcune peculiarità che non possono essere modificate. (tranne in piccoli accorgimenti melodici che, a mio parere, donavano un pizzico di malinconia al brano) 

Mi ha colpito la successione di "Stornelli antichi". Da un lato perché quella di inserire lo stornello romanesco nel disco è una scelta inaspettata e, dall'altro, perché la vostra interpretazione è molto originale. Cosa vi ha spinto a questa "citazione" e in che modo avete lavorato su un repertorio non tradizionale nell'area da cui provenite entrambi? 
La voce della Ferri si avvicina molto all’intenzione vocale della musica popolare salentina. Come diceva De Andrè: “Che se ne frega della decenza”, questo modo schietto e di stomaco di comunicare il quotidiano. In questo momento ci stiamo occupando della musica popolare d’autore, per creare un nuovo progetto discografico, con una chiave di lettura differente ma morbida e rispettosa, un omaggio alle ballate e ai canti di Caterina Bueno, Rosa Balistreri, Matteo Salvatore, Domenico Modugno e Gabriella Ferri. 

Una considerazione analoga si può fare con "Maria La Portoguesa", anche se qui si entra in una prospettiva internazionale. Al di là del fatto che il fado è stato espresso da una grande voce femminile, come quella della Rodriguez, quali affinità avete trovato tra questo e il repertorio popolare salentino? 
Come dice il nostro amico Renato Grilli, “Questa terra salentina, che ha il mare di qua e di là, come davanti a un oceano, ti ricorda un che di malinconico, di “atlantico”, come nel Fado portoghese, una malinconia da aria di confine”. 

Nel brano "Malìa", se escludiamo le incursioni del tamburello suonato da Rachele nella parte centrale, ci siete solo voi. La voce e la fisarmonica assumono e si scambiano ruoli differenti: prima melodici, poi ritmici e viceversa. Può essere considerato un brano rappresentativo del vostro dialogo? 
E’ sicuramente il brano rappresentativo del nostro progetto perché racchiude un po’ tutto quello che ci piace, quello che evidenzia le nostre capacità e ci fa venire voglia di misurarci con proposte originali. Musica e testo non sono stati scritti in contemporanea. Rocco aveva scritto la musica prima che Rachele scrivesse il testo, e aveva dapprima preso il nome di “Grimorio”. Successivamente, il titolo si tramutò in "Malìa" ed il testo invece, che si chiamava “Imparo da ciò che m'insegno”, successivamente ha preso il nome di "Malìa". L'idea originaria della composizione musicale era quella di usare una piccola cellula melodica, di renderla ridondante, di vestirla ogni volta in maniera diversa. Riguardo al testo, l’idea di usare una piccola cellula esistenziale, quella della consapevolezza del tempo che passa, e al contempo la proiezione verso un futuro ignoto. Il “maggiore” ed il “minore” prendono vita grazie al concetto di “infanzia” e di “vecchiaia”. La ridondanza è reciproca. Di questo brano abbiamo prodotto un video clip firmato da Gianni De Blasi che è riuscito a prendere la “sua” cellula e a svilupparla. Proprio come il brano suggerisce, ha portato il brano ad una consapevolezza ancora più prepotente. Ne siamo rimasti “ammalìati”! 

Il vostro lavoro propone un profilo internazionale, e fuori da un genere definito, anche dai brani tradizionali. Com'è stato accolto dal vostro pubblico questo disco? 
Abbiamo la fortuna di avere tanta gente che ci segue con entusiasmo ed attenzione, il disco è stato concepito anche grazie alla loro insistenza. Ulteriore conferma ne è stata la serata di presentazione al teatro Romano a Lecce lo scorso 12 Giugno, per noi indimenticabile. Riguardo al profilo internazionale si potrebbe dire che cerchiamo di “rendere contemporanea la musica popolare”, un riscontro positivo l’abbiamo avuto a Parigi nell'ambito del festival promosso da Puglia Sounds e Puglia Promozione "Les Pouilles jouent l'Italie danse". Per chi volesse essere aggiornato sui nostri concerti può visitare la nostra pagina facebook: https://www.facebook.com/RacheleAndrioliERoccoNigro 


Daniele Cestellini


Rachele Andrioli & Rocco Nigro – Malìe (Dodicilune/I.R.D., 2014) 
Rachele Andrioli e Rocco Nigro (rispettivamente voce e fisarmonica) sono due musicisti che hanno composto un disco interessante e multiforme, dal titolo Malìe. Multiforme nonostante siano, nella maggior parte dei casi, in due a suonare e cantare i nove brani di cui è composto. E nonostante anche gli arrangiamenti dei brani nei quali interviene una strumentazione più ampia - chitarra, violoncello, sax baritono, santur e mandolino - risultino piacevolmente “moderati”. Vale a dire che non eccedono, soprattutto, in sovrapposizioni né in virtuosismi (ce lo si potrebbe aspettare da un assetto di questo tipo), ma rimangono concentrati su una narrativa musicale secca e di atmosfera, anche se incisiva dove è necessario, allungata sotto la voce possente e modulare della Andrioli. Quest’ultima - come molti sanno, per diversi anni in forze nell’Officina Zoè e, anche per questo ma non solo, legata al patrimonio musicale ed espressivo della tradizione orale salentina - ha un’emissione vocale così “spontanea” (fisica, corporea, diretta) che a ogni sillaba suscita stupore. Il tono della sua voce è lineare, pieno ed equilibrato. E rappresenta un naturale sottofondo a una modulazione che cambia inaspettatamente, rendendo interessante ogni passaggio e, soprattutto, evitando soluzioni scontate. Per Rocco Nigro possono valere considerazioni simili, nella misura in cui la sua fisarmonica interpreta abilmente una narrazione differenziata, nella quale trovano spazio brani popolari (tre dei quali - “La lettera ca me desti”, “Bella ci dormi” e “Aria di Salve” - selezionati dal repertorio di tradizione orale salentino) e composizioni originali, con due virate interessanti verso gli stornelli romaneschi e il fado portoghese. Nigro, d’altronde, è elastico per formazione e la sua fisarmonica in questo disco si ritaglia (come è necessario, ma lo fa egregiamente) diversi “ruoli”: il ritmo, la melodia, l’atmosfera, la modulazione dei suoni e anche un’appena percettibile rumoristica (il rilascio dei tasti e lo spostamento del mantice) sul fondo di alcune sezioni di brano. Ha all’attivo numerosi progetti che lo spingono a investigare musiche differenti e formalmente agli antipodi. Dalla balcanica al klezmer e alla sefardita, dalla contemporanea fino alla composizione di musiche per film e cortometraggi e alla collaborazione con i nomi più importanti del panorama della musica popolare italiana e, in particolare, di quella tradizionale salentina: Vinicio Capossela, Antonio Castrignanò, Enza Pagliara e tanti altri. Premesso questo, la costruzione di Malìe non poteva che poggiare su una base piacevolmente sperimentale (sotto c’è l’ingegno, oltre al talento dei due artisti). E generare uno spazio ambiguo, alle cui estremità si situano due poli che si definiscono nella loro migliore “essenzialità”. Ogni brano dell’album riuscirebbe, da solo, a restituire questa relazione, questo confronto teso tra l’espressività cangiante della voce e la gamma sonora della fisarmonica. Ma in ogni brano è riflesso qualcosa degli altri. E questo in virtù di un progetto complessivo che è votato, più che a ogni altra cosa, a una rappresentazione caleidoscopica di un repertorio già differenziato alla base: oltre ai brani popolari salentini, infatti, la tracklist comprende “Maria la portuguesa”, brano del cantautore spagnolo Carlos Cano, quattro composizioni originali (“Malìa”, “Cristal”, “Albatro” e “Acqua te ranu") e una serie di stornelli romaneschi. Questi, raccolti sotto il titolo “Stornelli Antichi”, sebbene non siano rappresentativi delle “radici” musicali dei due musicisti, riflettono un approccio libero da formalismi e rappresentano, in termini generali, un “vocalismo” che, ricordando la famosa versione di Gabriella Ferri, trova nell’interpretazione femminile l’espressione più compiuta. Nella restituzione del duo, su un fraseggio di fisarmonica che accenna solo a tratti alla cadenza costante tipica del sostegno ritmico delle musiche degli stornelli, la voce esplode nel primo endecasillabo, lasciandone momentaneamente sospesa la conclusione con un prolungamento della sesta sillaba (“Voglio cantar così…”). Qui si compie la magia, a pochi secondi dall’inizio del brano. E si apre finalmente una nuova forma - meno contratta, più melodica e, soprattutto, fuori da uno stereotipo melodico sedimentato nelle riproposte revivalistiche - di uno dei repertori più tradizionali e interpretati dello scenario musicale popolare italiano. L’effetto rende l’ascolto più disteso, perché questo piccolo escamotage libera la narrazione da un andamento serrato, rivelando, allo stesso tempo, la potenza melodica della tradizione canora estemporanea romanesca. La melodia del secondo endecasillabo che completa il distico si sviluppa su un andamento discendente (“L’amore nun è fatto pe’ li vecchi”). Mentre la ripetizione di questo libera la voce in un crescendo straordinario. La formula viene ripetuta nel secondo distico, che introduce l’inserto “narrativo” (sorretto dal tamburello, da una seconda voce e da una fisarmonica più ritmata), posizionato come una sorta di ritornello tra le quattro serie degli stornelli. Questo esempio ci dimostra “come” Andrioli e Nigro siano riusciti a leggere le strutture musicali tradizionali e a riorganizzarle in un racconto mai scontato, che si compie e rilascia il forte equilibrio che sorregge gli elementi eterogenei di cui è composto solo alla fine dell’ultimo brano. Il “metodo” del duo orienta evidentemente la selezione dei brani, caratterizzandone lo stile sicuro, fluido, la freschezza del suono. E determinando l’elasticità delle interpretazioni, la fluidità del dialogo e l’armonia degli incastri tra voce e fisarmonica. 


Daniele Cestellini

Un grazie a Renato Grilli per la collaborazione

Edmondo Romano – Missive Archetipe (Felmay, 2014)

Non sarà stato certo facile per Edmondo Romano dare un seguito a “Sonno Eliso”, il suo album del 2012 che ha ricevuto critiche lusinghiere a tutto campo. Questa nuova incisione è il secondo capitolo della trilogia sul tema della comunicazione del polistrumentista genovese (sax soprano e contralto sax, clarinetto, clarinetto basso, low whistle, chalumeau, flauto, tastiere, loop, composizione e arrangiamenti). « “Sonno Eliso” è la comunicazione tra il Maschile ed il Femminile, “Missive Archetipe” tramite la parola, è il Verbo parlato e scritto. Il terzo capitolo, che s’intitolerà “Relìgio”, affronterà la tematica attraverso la religione nelle sue diverse forme. Considero queste espressioni di contatto tra gli esseri le tre fondamentali componenti per l’evoluzione spirituale e culturale umana. Come il primo lavoro, anche “Missive Archetipe” è un disco composto da ‘musica per immagini’, molto della scrittura è scaturito dallo stretto rapporto che da anni conduco con il Teatro, terreno che considero fertile per poter lavorare in grande libertà espressiva. Invece, altri brani sono stati composti appositamente per completarne il discorso. “Missive Archetipe” rappresenta la storia immaginaria dell’essere umano, dalla sua creazione fino all’aberrazione dei giorni moderni (l’Olocausto del penultimo brano); è un lavoro che vuole guidare l’ascoltatore in un viaggio dentro il proprio essere, attraverso i suoni e le parole che esprime, le metafore che ognuno può liberamente interpretare. Un percorso che non ti lasci indifferente, perché il ricordo, la memoria, sono sicuramente i beni più preziosi che possediamo, ma anche la capacità di viaggiare dentro noi stessi è consapevolezza che mai dovremmo perdere, anzi accrescere. Il mio umile consiglio per immergersi in questo mondo è quello di ascoltarlo quando si riesce a trovare il giusto momento, il tempo sufficiente, in silenzio, forse al buio… un rituale a cui forse ci siamo disabituati troppo velocemente». Con questa parole Edmondo Romano presenta ai lettori di “Blogfoolk” il suo nuovo CD, che offre nuovi sviluppi sul tracciato creativo del musicista e ne rappresenta un allargamento di prospettive. Il disco si dipana in dodici composizioni dal profilo orchestrale, che si susseguono senza soluzione di continuità. Temi composti da Romano, eccetto un canto tradizionale e due brani cofirmati (“Carme” con il fiatista Gianfranco Di Carlo e “Dato al Mondo” con Fabio Vernizzi), ora stratificati ora rarefatti, che esprimono differenti stati d’animo, pur nella compattezza del disco, sintetizzando la cifra musicale del compositore: dal classicismo al minimalismo, dagli sbocchi prog (come in “Vestire la tua pelle” – di cui il CD contiene anche la traccia video – dove affiora la memoria del Banco) alla matrice etnico-popolare, fino all’improvvisazione di impronta jazzistica. In tal senso, “Il giardino degli animali eterni” – a nostro avviso, tra i brani di punta del disco – incarna la fitta trama sonora messa a punto dal musicista. Ascoltiamo ancora la voce di Romano: «Il primo brano s’intitola “Petali di carne” e vuole rappresentare la caduta sulla terra e quindi la nascita, “Parabola” è la nascita della Parola e della prima consapevolezza, “Ahava” è l’innamoramento tra creature, “Dato al mondo” rappresenta la procreazione, “Il giardino degli animali eterni” il rapporto con la Natura, “Questa terra” il raggiungimento dell’equilibrio, il conclusivo “Missive archetipe” la speranza di tornare a vivere con ritmi più consoni all’essere umano, ritmi che potrebbero riportare l’uomo al punto di partenza, cioè creare nuovi “Petali di carne”, esseri capaci dello stesso percorso». La libertà compositiva del musicista ligure non intende rivolgersi ad un pubblico specifico: «La musica nasce in totale libertà, non viene pensata per qualche specificità. Credo che il compositore sia solo un mezzo per amplificare a vantaggio degli altri ciò che già esiste, solo un essere capace di cogliere e trasformare un messaggio che in qualche modo doveva comunque nascere», chiosa Edmondo. Un lavoro di ispirazione colta, che ospita all’interno del flusso sonoro reading nei quali risuonano versi di Catullo, Rumi, una ninna nanna popolare e le parole di Charlotte Delbo, testimone delle atrocità dei campi di concentramento. «Sono porzioni volutamente mancanti in “Sonno Eliso”, poesie indispensabili per completare il lavoro, poesie che amo particolarmente: “A Lesbia”, di Catullo, per me rappresenta la passione amorosa; “Morite, morite” di Jalal al-Din Rumi l’eterno dilemma dell’essere umano; “Vestire la tua pelle” di Charlotte Delbo al tempo stesso denuncia una modernità violenta ed è un inno alla vita che sorge dalle macerie del Male; “Ninna nanna sette e venti”, è tra le più belle della nostra tradizione popolare, canta la protezione verso un figlio». Cinque voci di pregio danno pieno senso ai recitati: «Marco Beasley per le sue peculiari caratteristiche della sua voce antica, Simona Fasano per il suo suono etereo, Alessandra Ravizza per la sua grande musicalità capace di esprimersi anche nel solo recitare in antico persiano, la voce di Lina Sastri per la sua capacità di rendere duri e sofferti i versi di Catullo, Laura Curino che in poche parole riesce a materializzare la madre che racconta una ninna nanna)». La scelta di tre pianisti è dettata dalla volontà di combinare le diverse partiture con differenti sensibilità musicali: così troviamo il classicismo accademico di Elena Carrara, il pianismo dinamico ed eclettico di Fabio Vernizzi, quello obliquo di Arturo Stalteri, che da sempre spazia liberamente nei territori musicali. Completano l’organico Kim Schiffo (violoncello), Redouane Amir (fagotto), Elias Nardi (‘ûd), Max Di Carlo (tromba), Gianfranco Di Franco (flauto, clarinetto), Vittoria Palumbo (oboe), Roberto Piga, Alessandra Dalla Barba, Gabriele Imparato (violino), Riccardo Barbera (contrabbasso), Marco Fadda (percussioni). 


Ciro De Rosa

Mario Bonanno, Il Cantautore Delle Domande Consuete. Francesco Guccini In 100 Pagine”, Aerostella, pp. 104, Euro 12,00

Parallelamente alla pubblicazione dell’interessantissimo saggio “È Sempre Musica. Una Guida Alle Canzoni Di Angelo Branduardi”, pubblicato dai tipi di Edizioni Il Foglio, Mario Bonanno ha dato alle stampe per Aerostella “Il Cantautore Delle Domande Consuete. Francesco Guccini In 100 Pagine”, agile quanto illuminante volume dedicato al cantautore di Pàvana, del quale viene ripercorsa l’intera discografia, soffermandosi con dovizia di particolari su ogni album pubblicato. Se a prima vista questo nuovo lavoro del saggista e critico siciliano, potrebbe sembrare una semplice opera didascalica adatta a quanti per la prima volta approcciano l’approfondimento della discografia di Francesco Guccini, nella sostanza si tratta invece di un prezioso contributo critico che ci svela sfumature poco note del suo approccio cantautorale. Innanzitutto emerge con chiarezza come la definizione di cantautore politico stia molto stretta a Guccini del quale viene esaltato viceversa l’approccio colto, poetico e letterario, ma soprattutto Bonanno riesce nell’impresa di svelarci il crescendo rossiniano che ne ha caratterizzato la carriera artistica, contestualizzando in modo eccellente ogni sua canzone e ogni suo disco. Piace la scelta di accompagnare ogni disco da una serie di cronoannotazioni che contribuiscono ad inserire l’opera di Francesco Guccini nell’affresco articolato della storia della nostra nazione, restituendogli il posto d’onore che merita come voce tra le più originali della canzone d’autore italiana. Scorrono così il bruciante quanto sfortunato esordio di “Folk Beat n.1”, i gustosi “Due Anni Dopo” e “L’Isola Non Trovata”, l’epocale e bellissimo “Radici”, ma anche il divertissement “Opera Buffa”, il peculiare “Stanze di Vita Quotidiana”, e il capolavoro “Via Paolo Fabbri, 43”, e poi ancora “Amerigo”, lo storico “Album Concerto” con i Nomadi del 1979, “Metropolis”, “Guccini”, e l’emozionante live “Fra La Via Emilia e Il West”. Alla Fine degli anni ottanta Guccini entra in una nuova fase della sua carriera con lavori pregevoli come “Signora Bovary”, “Quello Che Non…”, e il live “Quasi Come Dumas”, ma la sua vena poetica, a differenza di tanti altri cantautori italiani non si arresta di fronte all’alba del nuovo secolo e così lo ritroviamo con il poetico “Parnassius Guccini” e “D’Amore, Di Morte E Di Altre Sciocchezze”, il sofferto “Stagioni” e poi ancora “Ritratti” e l’ultimo e bellissimo “L’Ultima Thule”. Di ogni disco Mario Bonanno ne coglie i tratti essenziali, ma allo stesso tempo ne fa emergere a pieno la profondità poetica che lo caratterizza, il tutto condito dalla sua scrittura affabulativa e sempre efficacissima nell’incuriosire il lettore, e nello stimolare a quanti ben conoscono l’opera di Guccini la voglia di riascoltare qua e là qualche disco dimenticato da troppo tempo. 

Salvatore Esposito

John Hiatt - Terms Of My Surrender (New West Records, 2014)

Sono passati quarant’anni dal suo primo album, e John Hiatt ha attraversato in lungo ed in largo la tradizione musicale americana, senza seguire facili mode o stili legati ad un particolare momento storico, ma piuttosto ha proseguito con determinazione nel suo percorso di ricerca sonoro, anche quando le vendite non sembravano più sorridergli. A sessantuno anni lo ritroviamo con “Terms Of My Surrender”, disco che mette in fila undici brani di ottima fattura, prodotti dal chitarrista Dough Lancio, figura importante negli ultimi anni a riavvicinare Hiatt alla chitarra acustica, e che nel loro insieme ci svelano una visione cinica da “termini della resa”, come recita il titolo, declinata in un linguaggio blues allargato ma, senza dubbio, affascinante. Durante l’ascolto a spiccare sono brani come l’iniziale “Long Time Comin’”, e “Marlene” col suo validissimo mood tex mex, ma la sorpresa arriva con “Wind Don’t Have To Hurry” nella quale la vocalità di Hiatt si avvicina moltissimo a quella del beniamino della indie music Mark Lanegan, provare per credere. Cosa chiedere di più a un autore capace di dare vita assieme a Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner ad un disco fondamentale come “Bring The Family” e l’esperimento inimitabile e brillante con i Little Village? Questo John potrebbe tranquillamente sedersi davanti all’ipotetico caminetto e raccontare ai nipotini la storia di quella volta che... Insomma, onore al merito se non lo fa ancora, e se malgrado la inanità delle giovani generazioni e in parte anche delle vecchie, John si mette in ballo e fa ballare la sua penna su un foglio. Da songwriter come lui c’è tanto, tantissimo da imparare prima di poter dire che è abbastanza.


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 20 agosto 2014

Numero 165 del 20 Agosto 2014

Sono davvero tanti gli universi musicali nei quali Blogfoolk vi conduce ogni settimana. Non fa eccezione questo numero 165 che parte dalla Sardegna con  il ricordo di Piero Sanna, storica voce dei Tenores di Bitti Remunnu ' e locu (Nu), tratteggiato da Paolo Mercurio, per la rubrica Memoria. Il luogo della musica questa volta è Ariano Irpino, dove ha appena chiuso i battenti la XIX edizione dell'Ariano Folk Festival, con protagonisti, tra gli altri, Seun Kuti e Bombino, e che naturalmente vi raccontiamo, introducendo in un certo senso il tema delle musiche del mondo: piatto forte della nostra emissione. Iniziamo da "Karal-ja", nuovo sfavillante album dei funambolici armonicisti finnici Sväng, ai quali abbiamo dato la parola per conoscerli più da vicino, per proseguire con la musica maura dall'attitudine rock della nuova stella del firmamento sahariano che è la cantante Noura Mint Seymali, autrice dello splendido "Tzenni". Sono i nostri due Consigliati Blogfoolk della settimana! Non manca uno sguardo rivolto alla scena blues, spaziando dalla nostra penisola agli States. Il nostro viaggio in Italia ci porta, innanzitutto, a conoscere il combo etno-rock Joe Petrosino & Rockammorra, che abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del loro nuovo disco “Sud. Tutto Comincia da Te”. Vi presentiamo poi l’interessante progetto di Filippo Gatti “Maremma Orchestra”. L'alfiere della border music, Girolamo De Simone, ritorna con  l'opera multi-espressiva “Jommelli Granular” e celebra, al contempo, le venti primavere della factory culturale Konsequenz, pubblicando due rarità di Piero Grossi e Antonello Neri. Anche in questo caso, abbiamo raccolto i commenti dell'autore sulla costruzione del suo progetto discografico. A chiudere il numero ci pensa, come di consueto, il Taglio Basso di Rigo, che per l’occasione ha selezionato un altro interessante libro dalla sua bilioteca, “Perchè Non Lo Facciamo Per La Strada” di Blue Bottazzi.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)