Janet Topp Fargion – Taarab Music in Zanzibar in the Twentieth Century, Ashgate, 2014, pp. 237, £ 54

Il volume della collana SOAS Musicology, sottotitolato “A story of ‘Old is Gold’ and Flying Spirits”, affronta lo studio di uno fenomeno musicale tra i più significativi nelle culture swahili dell’Africa orientale, dalla Somalia al Mozambico. Parliamo del taarab, un genere popular di intrattenimento suonato in numerose occasioni festive, che nell’isola tanzaniana di Zanzibar trova la sua massima espressione artistica. A guidarci in questa esaustiva analisi è Janet Topp Fargion, etnomusicologa e direttrice della sezione “World and Traditional Music” della Bitish Library di Londra. Topp Fargion è un’autorità nel campo delle musiche dell’Africa orientale, considerato che nella prima metà degli anni ’90 ha svolto attività di ricerca per il dottorato proprio a Zanzibar, ed è già stata curatrice di registrazioni dedicati al taarab. Parliamo di uno stile, nato a cavallo tra XIX e XX secolo, che come molte altre espressioni presenti in territori africani affacciati sull’Oceano Indiano combina elementi musicali locali con altri di derivazione araba (qui parliamo soprattutto di Egitto e Penisola arabica), del subcontinente indiano e del mondo occidentale. La forza del volume risiede, innanzitutto, nella scrittura non rivolta esclusivamente al mondo accademico, ma accessibile al lettore interessato alle musiche del mondo. L’autrice si pone in una prospettiva di dinamica culturale, tracciando storia, sviluppo e trasformazioni di questa composita espressione musicale, tenendo in debito conto i fattori politici, economici, culturali e di genere. Nella sua forma più diffusa, il taraab è suonato da organici orchestrali, nei quali un ruolo centrale è occupato dagli strumenti di provenienza araba: la cetra trapezoidale qānūn, il liuto a manico lungo ūd, il flauto di canna ney (sostituito anche da flauti di bambù); ci sono poi percussioni a calice e a cornice, la sezione di archi (violini, violoncello, contrabbasso) e la fisarmonica, che sono il portato dell’influenza delle orchestre egiziane, delle colonne sonore dei film indiani e del contesto coloniale e post-coloniale. Non secondario il ruolo del coro nel conferire sfumature locali alla prassi vocale. Il lavoro, diviso in quattro parti, dopo aver esplicitato la cornice teoretica e fornito le opportune precisazioni terminologiche e di contestualizzazione procede ad analizzare la genesi e lo sviluppo del taraab. Così si passa dalla narrazione “leggendaria” delle origini, risalenti all’opera dell’illuminato sultano omanita Seyyid Barghash bin Said alla fondazione della prima orchestra, la Ikhwani Safaa Musical Club nel 1905, dalle prime incisioni discografiche del genere in India alle gesta della cantante diva degli anni Trenta Siti bint Saad (1880-1950). Le trasformazioni del genere sono messe in relazione ai mutamenti politici, sociali e culturali della Tanzania (dal socialismo panafricano del presidente Nyerere fino all’economia di mercato e allo sviluppo turistico degli ultimi decenni). Altro agente di cambiamento al quale è dedicato un apposito capitolo è il ruolo centrale assunto dalle donne – nonostante i musicisti del taraab siano soprattutto uomini – non soltanto fruitrici della musica, ma anche innovatrici sul piano musicale e poetico. La studiosa esplora poi anche i sottogeneri del taraab, quali il kidumbaki, orientato verso la danza, e lo sviluppo di stili più recenti, che innestano elementi della cultura hip hop. Grande spazio è riservato alla discografia: Zanzibar è entrata nel circuito della world music soprattutto a partire dalle “pioneristiche” incisioni della Globestyle di Ben Mandelson (sempre sia lodato!) negli anni Novanta, e ai protagonisti storici, come la già citata orchestra Ikhwaani Safaa e il Culture Music Club, ma anche ai nomi più attuali della scena musicale isolana. Né manca una riflessione sul festival di musica world Sauti za Busara (www.busaramusic.org), importate vetrina della musica dell’Africa, che anima Stone Town, il centro storico di Zanzibar, ogni anno a febbraio. Una lettura imprescindibile per i cultori delle musiche del continente africano. 

Ciro De Rosa