Riccardo Lay sui sentieri dell’etno-jazz tra la Sardegna e il mondo

L’occasione per una chiacchierata con Riccardo Lay, sassarese, nome storico del jazz italiano, contrabbassista e compositore di livello assoluto, è data dalla uscita del suo nuovo CD, “Percorsi-live” (Tronos 2014), registrato dal vivo durante la scorsa edizione del Festival di S. Anna Arresi “Ai confini tra Sardegna e Jazz”. È lo stesso festival sulcitano, uno dei più longevi del panorama italiano, ad aver co-prodotto il disco, che si sviluppa come una lunga suite di un’ora, comprendente alcuni brani già inseriti in album precedenti (“Totem”, “Sintesi” e “Frammenti”) e un inedito, "Tormenti Metropolitani", che apre l’album. Dunque, il protagonista è il contrabbasso, un compagno di viaggio «fedele ma un po’ ingombrante», come dice Lay, scherzando col pubblico alla fine del concerto. Alternando l’arco al pizzicato, con il discreto uso di una loop-station, l’artista crea suoni a volte grezzi e acidi, ma spesso evocativi; facile, a questo proposito riconoscere richiami alle sonorità della Sardegna, che spesso hanno reso uniche le composizioni del contrabbassista, come il canto a chitarra, le launeddas e il ballo in “Galoppi nella Giara” e “Muttos”, ma anche echi scontati, e forse involontari, come quelli di “Fico d'India”, dove l’uso dell’arco rimanda al suono del morin khoor, lo strumento ad arco degli altopiani mongoli. E infine la voce: fin dai tempi dei Cadmo, Lay ha usato la propria voce come uno strumento aggiunto, creando riff, controcanti o rinforzando con essa le linee del contrabbasso. Uno dei momenti più alti del disco è la riproposizione della “Gobbura”, una canzone tradizionale di questua legata ai repertori tipicamente sassaresi della Festa dell’Epifania, in cui il pizzicato del basso e i versi della canzone danno luogo a una specie di mantra dal fascino assoluto, o nella conclusiva “Muttos”, tratta dal bellissimo disco “Totem” (Splasc’h 1989), vero caposaldo dell’etno jazz italico, dove il riff ricorrente amplifica l'approccio compositivo prettamente melodico del musicista sardo. Nella conversazione, sempre gradevole e condita da aneddoti e spigolature, viene fuori un po’ di storia del jazz italiano, dal periodo degli esordi con i Cadmo, trio apprezzato anche dai cultori del progressive, alle collaborazioni con importanti musicisti quali Don Moye e Pat Metheny, alle incursioni nella world music con Elena Ledda, Argia, etc. E, da sassarese rientrato in patria dopo quarant’anni, Lay confessa anche di aver riscoperto il vernacolo locale, tanto da aver messo su un congruo repertorio di canzoni in dialetto: «Non sono ancora pronte per essere suonate dal vivo, ma prima o poi....». 

Finalmente un disco nuovo, sono passati quasi quindici anni dal tuo ultimo CD "Frammenti" (il Manifesto, 2001)... 
Sì, sono stato un po’ di anni fuori dal giro, e ho pensato che fare uscire un disco fosse la maniera migliore per ricordare che esisto... L’ho registrato a S. Anna Arresi, festival dove ho suonato tantissime volte e in tutte le salse; avevo bisogno di un progetto che raccontasse di me e che dicesse: “Ecco, io sono questo, adesso”. Per me un disco di contrabbasso solo può sembrare una cosa nuova, ma a livello live è una formula che negli anni ho sfruttato spesso, la prima volta fu a Roma al Folkstudio, sarà stato forse il 1979: 35 anni fa... Fui io a proporlo a Gian Carlo Cesaroni, proprietario del celebre locale; lui mi disse “Ma pensi di farcela ?”, io molto spavaldamente risposi di sì, ma devo dire che forse non fu un gran concerto... 

La tua prima esperienza di un certo rilievo sono stati i Cadmo, come definiresti oggi la musica che suonavate allora ? 
Non sono abbastanza imparziale da poter valutare da “ascoltatore”. Guarda, prima dei Cadmo suonavo i generi più disparati, dalla canzone leggera, al night, al rock, ma già da ragazzo avevo una tendenza spiccata all’improvvisazione, avevo un fraseggio quasi bop anche quando improvvisavo con la chitarra. L’incontro con Antonello Salis mi ha fatto scoprire la mia anima più “libera”, la grande sfida era gestire la propria libertà, allo stesso tempo rispettando la libertà dell'altro. La musica di Cadmo era jazz, ma era soprattutto l’unione di tre spiriti liberi. Ho visto Antonello la settimana scorso, credo ci siano una gran voglia di riprendere a suonare insieme; il feeling è rimasto intatto. Cadmo nacque ad Alghero nel 1973. Inizialmente come quintetto, io subito dopo vinsi un concorso alle Ferrovie e mi trasferii a Torino, ma la mia unica aspirazione era suonare. Cantante e chitarrista hanno lasciato subito, avevano un gusto troppo pop-rock. Il primo obiettivo era andare via dalla Sardegna e Roma sembrava il posto adatto, c’erano i locali come il Music Inn, e impresari come il sardo Isio Saba, che purtroppo è scomparso lo scorso anno. Lui all’epoca organizzava concerti di nomi come Georges Moustaki e Eumir Deodato e soprattutto era il manager italiano dell’Art Ensemble of Chicago, con i cui componenti, Don Moye in primis, continuo a suonare tutt’oggi. Don è uno dei miei musicisti preferiti, tanto “free”, ma anche dotato di uno swing originale e potente. 

E dopo i Cadmo ? 
I Cadmo finiscono nel 1979/80, dopo due dischi e un tentativo di allargare la formazione con Danilo Terenzi. Finiscono per divergenze soprattutto “ideologiche”, direi... Soprattutto fra me e Mario Paliano, avevamo sulla gestione della musica idee diverse e soprattutto lui era troppo anarchico: il suo concetto di libertà, paradossalmente era troppo... rigido ! Io, arrivato a Roma, avevo bisogno di affermare una mia identità musicale. Vedevo gli americani che suonavano al Music Inn, da Dexter Gordon a Bill Evans, e notavo come la scena italiana tentasse in qualche maniera di replicare gli americani, senza una propria vera identità. A trovare la mia dimensione musicale mi ha aiutato la mia grande passione per la musica sarda, specie quella dei repertori dei “canti a chitarra”, genere che seguivo sin da ragazzino e che ascolto tuttora... Tornando indietro mi sarebbe piaciuto essere un “cantadore a chiterra”. E poi c’è il canto in Re, ma anche il ballo, le launeddas... Riprendermi la tradizione è stata la mia fortuna ! È stato a Roma che ho scoperto di essere innamorato della Sardegna. Il linguaggio che uso nella composizione, il mio credo è unire l’improvvisazione alla mia anima sarda che mi porto dentro da sempre. 

Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato? 
Metto al primo posto i musicisti con cui ho suonato agli esordi, Antonello Salis, Mario Paliano e Franco Montalbano, un chitarrista di Cagliari che suonava Hendrix meglio di Hendrix... Fra i contrabbassisti ovviamente Mingus, soprattutto dal punto di vista compositivo, poi Paul Chambers, che al tempo era il contrabbassista jazz per antonomasia. Non posso dimenticare Malachi Favors, dell’Art Ensemble. Poi, la tromba di Davis, ma anche quella di Lester Bowie, essenziale ma sempre efficace, ma anche Chet Baker con cui ho passato molto tempo insieme al Music Inn. Infine, la grande umiltà di Dexter Gordon il grande respiro della sua musica. 

So che Pat Metheny è un tuo grande fan... 
Abbiamo suonato insieme nel 2001 a S. Anna Arresi, una produzione originale con i Meta Quartet (Lay, Salis, Satta, Moye). Ha studiato giorni interi le nostre parti e si inserito alla perfezione, con grande umiltà e dedizione, alla fine ci ha detto di sentirsi orgogliosamente un membro dei Meta… Quintet ! 

A livello compositivo, hai dei riferimenti ? 
I miei temi devono essere “cantabili”, e in questo senso il riferirsi alla tradizione è di grande aiuto. Sento spesso, specie nel cosiddetto “jazz italiano” temi difficili, poco intellegibili, esercizi di stile. Il successo di Cadmo è dato dal fatto che eravamo sì sperimentali, ma mantenevamo una certa cantabilità, come i grandi gruppi dell’epoca, Perigeo, Area... È un discorso strettamente connesso al rapporto fra musicista e pubblico: chi suona deve sempre ricordarsi che davanti ha degli ascoltatori, non ci si può permettere di essere egocentrici, prolissi, distratti, di suonarsi addosso o di auto compiacersi. Devi essere comprensibile, diretto, senza troppi giri di parole, anzi di note; vediamo le conseguenze di comportanti autocelebrativi a tutti i concerti: il bambino strilla e disturba, l’adulto vorrebbe strillare anche lui, ma è più educato e magari si limita a sbadigliare o a pensare ad altro; il musicista deve costruire un ponte verso l’ascoltatore, non erigere un muro. Vero è che anche il pubblico è cambiato molto. Mi ricordo gli anni delle prime edizioni di Umbria Jazz, la musica si “sentiva”, si respirava, il jazz univa, ora non unisce più, è cambiato proprio l’approccio. Pensa al rito che si celebrava ogni volta che si acquistava un disco: aprire la copertina, toccarla, prendere in mano il disco, rigorosamente senza mette le dita sui solchi.... Ora è tutto più facile, anche troppo, ci sono gli mp3... Tutto virtuale, peccato.... 

Hai anche un disco pronto in quartetto, a quando l’uscita ? 
Spero fra qualche mese, è una formazione di cui sono entusiasta, c’è Gavino Murgia ai sassofoni, Pietro Iodice alla batteria e il nuovo innesto del trombettista Claudio Corvini. 



Gianluca Dessì