Intervista con Fabrizio Salvatore. Alla scoperta dell’etichetta romana Alfa Music

Nata come centro di produzione, e successivamente evolutasi in etichetta discografica, Alfa Music è una delle realtà più interessanti della scena musica italiana, non solo per il suo impegno ormai ventennale nell’ambito jazz, ma anche per la sua particolare attenzione per la musica popolare. Abbiamo incontrato Fabrizio Salvatore, socio fondatore dell’etichetta romana, e con lui abbiamo ripercorso le loro vicende artistiche, lo sviluppo e la caratterizzazione del sound, senza dimenticare uno sguardo verso la commercializzazione dei loro dischi e le produzioni più recenti. 

Come nasce Alfa Music? 
Alfa Music è diventata maggiorenne da qualche anno, avendo ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. La nostra etichetta nasce nel 1990 per volontà mia e di Alessandro Guardia, che siamo stati i soci fondatori. All’inizio sono sapevamo nemmeno che nome dare a questo progetto, ma poi un giorno ci venne l’idea del nome Alfa Music, che è l’unione delle iniziali dei rispettivi nomi, ovvero Al come Alessandro e Fa come Fabrizio. Inizialmente siamo partiti come studio di registrazione focalizzando il nostro target verso il circuito romano, spaziando dal jazz al rock fino a toccare la musica popolare. Entrambi avevamo alle spalle una decina di anni da musicisti autodidatti nel giro delle cover band, a cui era seguito un periodo di studio più serio presso la Scuola Popolare del Testaccio, che era all’epoca il primo esempio di scuola di musica nato in maniera autogestita da un occupazione di una zona popolare di Roma. 
Lì abbiamo avuto modo di venire in contatto con docenti che hanno fatto la storia della scena musicale cittadina, e lì cominciò il nostro percorso di avvicinamento spontaneo alla scena jazz. Alla Scuola del Testaccio abbiamo incontrato diversi musicisti che poi sono diventati nostri clienti, e pian piano sono nate varie proposte di produzione. Saltando le varie vicende dei primi anni, arriviamo a metà degli anni Novanta quando cominciammo a collaborare con Il Manifesto, una testata storica del giornalismo in Italia e che all’epoca produceva e distribuiva dischi di musica popolare e jazz nelle edicole. Fu un periodo molto fortunato quello, e nello specifico facemmo tre dischi per gli Indaco, supergruppo che vedeva protagonisti alcuni membri di Banco Del Mutuo Soccorso e PFM, nonché molti ospiti. Ci ritrovammo in studio con Lester Bowie che era approdato a Roma, i fratelli Nocenzi e l'indimenticato Francesco Di Giacomo del Banco, Mauro Pagani, Andrea Parodi, Enzo Gragnaniello, Mario Rivera degli Agricantus, e diversi musicisti romani come Rodolfo Maltese, Carlo Mezzanotte, Mario Pio Mancini, che fu l’ideatore di questa formazione. Era uno dei primi esempi di ethno-rock in Italia, dove la musica popolare incontrava il rock progressive. Nacquero così “Vento Del Deserto”, “Amorgos”, e il live “Spezie”, che rappresentarono la base per costruire un catalogo impostato su quelli che erano i nostri interessi musicali principali ovvero la musica tradizionale e la world music, e il jazz. 

Quali sono stati i dischi che hanno aperto questa nuova fase? 
Ad aprire questa nuova fase furono due album, “Vaffaticà” di Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio nel quale comparivano tanti ospiti come Lucilla Galeazzi, e Riccardo Tesi, e che rappresentava un po’ l’anima etnica, e il primo disco jazz ovvero “New Steps” del trio composto da Pino Iodice al pianoforte, Dario Rosciglione al contrabbaso, e Pietro Iodice alla batteria, a cui si aggiunse come ospite Richard Galliano. 

In questi anni si è sviluppato un sound dell’etichetta? 
Certamente, in quanto noi abbiamo cominciato con un approccio tecnico, costruendo fisicamente uno studio, su progetto di Livio Argentini, e che ancora oggi esiste ed è stato migliorato negli anni. Il nostro studio si trova a Roma nella zona Est tra Cinecittà e Via Casilina, e dove c’è la possibilità di incontrare diversi musicisti che arrivano dalle zone popolari di Roma, ma da noi sono passati quasi tutti i principali esponenti della scena jazz cittadina, così come non sono mai mancati strumentisti ed ospiti stranieri. La creazione di un suono fu una nostra prerogativa dall’inizio. 

Come lo descriveresti il sound di Alfa Music? 
Il nostro sound mira alla massima semplicità possibile ed ottenibile con una dotazione tecnica di alto livello, e questo grazie anche alle competenze del tecnico del suono, e ad una particolare attenzione che riponiamo nei vari step dalla ripresa audio al mastering, che curiamo fin nei dettagli. A noi è sempre interessata la ripresa del suono in acustico, più che la manipolazione dei suoni attraverso le sovraincisioni e questo tanto nel jazz, quanto nella musica popolare. Certo si corregge qualcosa o si sovraincide qua e là, ma non siamo assolutamente per l’editing esasperato. Ci sono dischi di musica classica, che vengono costruiti nota per nota, ma quello non è più musica, è solo un esercizio di stile impossibile da ripetere dal vivo. Prediligiamo, quindi, l’approccio emotivo alla registrazione, e ci interessa imprimere su disco un suono che sia quanto più vicino possibile a quello della fonte originale. Una registrazione ben riuscita è quella dove non senti la differenza tra il disco e gli strumenti suonati dal vivo. Se sul supporto disco senti la stessa cosa che percepisci stando a tre metri dal vivo, allora vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ascoltare un prodotto molto elaborato, pieno di reverberi, sia pure curato nella sua realizzazione, non rende bene l’idea di quello che può essere il fascino di uno strumento suonato a due passi da te dal vivo. Portiamo avanti un idea di verità musicale sia dal punto di vista artistico che da quello tecnico. 

Quali sono difficoltà e le sfide di un etichetta come Alfa Music? 
E’ un discorso molto articolato, ma paradossalmente incontriamo molte meno difficoltà adesso dopo ventiquattro anni di attività che all’inizio, quando non avevamo problemi di commercializzazione, di catalogo, o ancora di distribuzione e promozione. All’epoca portavamo avanti un discorso finalizzato allo studio di registrazione dal quale volevamo che uscissero prodotti di qualità. Oggi le problematiche sono diverse e si intrecciano tra loro, si veda il discorso della distribuzione e quello della diffusione su supporti digitali. Noi continuiamo a credere nel disco, tanto è vero che stiamo pensando di tornare a pubblicare alcune cose anche in vinile, oltre che su cd. Non sottovalutiamo però il discorso della musica liquida intesa come strumento di valorizzazione ed esaltazione della qualità, e parlo di brani in alta definizione con frequenza molto alta a 192 kHz, o 96 kHz/24 bit che non possono essere fissati su supporto, se non su un hard disk. Brani in questo tipo di formato si possono scaricare da internet a pagamento su siti che vendono musica in alta definizione e basta un semplice impianto audio per sentire la differenza con un comune standard del cd audio in 16bit. Insomma c’è molta differenza quanto a dinamica e pulizia del suono. Come etichetta stiamo sviluppando e sperimentando questo formato in alta definizione con siti giapponesi ed americani specializzati nel settore. Il cd continua e continuerà ancora ad essere uno strumento buono non tanto di vendita ma di promozione, essendosi ribaltata la prospettiva rispetto a quello che accadeva negli anni Ottanta e Novanta quando i tour si facevano per promozionare un disco. Oggi il disco è considerato un demo raffinato e ben confezionato per spingere i concerti che rappresentano una delle poche opportunità di guadagno per l’industria discografica.

Come si inserisce Alfa Music nella scena musicale romana? 
Senza voler essere presuntuosi, possiamo dire che Alfa Music è una delle etichette indipendenti di riferimento della scena romana, ma anche a livello nazionale. Inizialmente, anche per questioni logistiche, i nostri riferimenti artistici erano i musicisti romani e del Lazio, negli ultimi anni nel nostro catalogo ci sono degli artisti che arrivano da ogni angolo d’Italia, dalla Sicilia che è una terra fertilissima, alla Puglia che è un crogiolo di eccellenze, ma fino a toccare il Nord Italia con musicisti bravissimi che arrivano dai confini dell’Italia verso l’Est Europeo. Non abbiamo confini, e grazie ad internet possiamo dialogare con musicisti anche lontani geograficamente. Abbiamo sviluppato un ottimo rapporto con musicisti italiani residenti all’estero, e grazie alle “ospitate” non mancano anche gli strumentisti stranieri. 

Una nota di speranza insomma per la musica italiana… 
E’ una realtà. Sentire musicisti come Dave Liebman, che ha registrato per noi un disco con Enrico Intra, affermare che l’America sta qui, è sorprendente. Negli Stati Uniti i musicisti hanno un approccio meno artistico e più lavorativo. Nei jazz club di New York le session cominciano molto presto e non c’è l’abitudine di offrire la cena a chi suona nel locale. Magari i musicisti arrivano da mattinate molto piene con lezioni e showcase, sempre in giro con lo strumento tra treni e metropolitane, e poi dalle sette si suona fino a tarda notte, magari con vari gruppi che si avvicendano sul palco. Qui da noi ci sono tempi più dilatati, nonostante ci sia questa aria di crisi, si tende sempre a salvaguardare l’artista in qualche modo. Questo è senza dubbio ottimo per favorire la creatività ma forse non è la soluzione per risolvere i problemi della scena musicale italiana dove si suona e si guadagna poco. Molti americani insomma preferiscono la nostra gestione più rilassata. 

Di recente avete inaugurato una collana dedicata ai materiali di archivio di Enrico Pieranunzi… 
La collana “The Early Years” prende in esame i primi anni di carriera di Enrico Pieranunzi, e ad inaugurarla è stato “The Day After The Silence” del 1976, il suo primo album per piano solo, che all’epoca fu prodotto da Edi-Pan, casa discografica eccezionale nata per volere del Maestro Nicolai, grande musicista e compositore di colonne sonore. Fu Nicolai a chiamare Pieranunzi come direttore artistico di questa etichetta, per la quale realizzò alcuni dischi tanto a suo nome quanto di altri artisti. Nel 2015 pubblicheremo certamente “From Always To Now” del 1978 inciso da Pieranunzi con Bruno Tommaso al contrabbasso, un giovanissimo Roberto Gatto alla batteria, e Maurizio Giammarco al sax. A questo disco seguiranno ancora altri album, ma per il momento non abbiamo ancora finalizzato alcune idee in cantiere. L’unica cosa che posso anticipare è che pubblicheremo un disco nato dalla collaborazione con un grandissimo musicista americano, e parallelamente stiamo lavorando a materiali inediti in larga parte provenienti da performance live, dalla fine degli anni Settata alla fine degli anni Ottanta. E’ quello il ventennio d’oro di Enrico Pieranunzi dove sono nate le sue principali innovazioni musicali, che contribuirono in modo determinante a portare sulla scena internazionale il jazz made in Italy. 

Sul versante dei progetti futuri, so che è in cantiere il nuovo disco dei Re Niliu… 
Quella dei Re Niliu è una bellissima produzione, siamo già in fase di mastering, e prevediamo di pubblicarlo ad inizio 2015. E’ il disco della reunion della formazione di “Pucambù” che nel 1993 si segnalò come uno dei dischi più belli della world music mondiale. Ettore Castagna, che negli anni ha dato vita anche ad altre formazioni come Nistanimèra e Antiche Ferrovie Calabro-Lucane, insieme ai componenti storici del gruppo hanno deciso di ritornare in campo con “In A Cosmic Ear”, che è un incontro tra la musica popolare calabrese con l’elettronica e strumenti rock. 
E’ stato bello rivedere Ettore Castagna imbracciare di nuovo la sua Stratocaster, e il risultato è stato davvero entusiasmante. Sul versante jazz stiamo per pubblicare “Traditori”, il nuovo disco di Ettore Fioravanti, in cui figurano come ospiti Enrico Zanisi giovane pianista romano, Marcello Allulli, Marco Bonini e Francesco Ponticelli, e che si caratterizza per la ricerca di nuove sonorità jazz-rock. Abbiamo in uscita anche i dischi del pianista siciliano Fabrizio Mocata in cui suonano Marco Panascia (contrabbasso) e George Garzone (sassofono), quello del vibrafonista Marco Pacassoni nel quale è ospite il pianista dominicano Michel Camillo. La nostra attenzione è incentrata anche verso le voci jazz con il nuovo album della cantante siciliana Daniela Spalletta, che per l’occasione ospita Max Ionata. Ultimo ma non meno importante è il nuovo disco di Dino e Franco Piana, che segue  il primo Album "Seven" vincitore del Jazzit Award del 2012; in questo secondo album, che probabilmente si chiamerà "Seasons", pensando alle varie generazioni di musicisti che hanno partecipato al disco, hanno partecipato Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Ferruccio Corsi, Fabrizio Bosso, Max Ionata, Giuseppe Bassi, ed il giovanissimo Lorenzo Corsi. Abbiamo in uscita anche il disco del chitarrista napoletano Enzo Amazio nel quale spicca come special guest Gabriele Mirabassi. 

Concludendo, qual è attualmente il target di Alfa Music? 
Il nostro pubblico negli ultimi vent’anni ha mostrato molta attenzione tanto per il jazz quanto per la musica popolare. Dal mio osservatorio posso dirti che nonostante l’oscurantismo culturale di questi anni, lo vedo in crescita se non numerica, ma senza dubbio qualitativa, e questo grazie anche a programmi radio, o televisivi curati da registi ed autori coraggiosi. 
Aggiungerei una nota di merito anche al Festival di Sanremo, che pur continuando a diffondere musica leggera, in alcune edizioni si è mostrato attento alla scena jazz, come nel 2005 quando presentammo Nicola Arigliano, il quale vinse il premio della critica, e nell'occasione era accompagnato dal trio composto da Ascolese, Tatti e Vannucchi, a cui si aggiunsero gli ospiti Franco Cerri, Gianni Basso,  e Bruno De Filippis. Vedere su quel palco questi artisti ha contribuito a far capire al pubblico che esiste una musica diversa da quella pop. Insomma, una speranza c’è ancora, e bisogna crederci, impegnarsi, e sostenere con molto orgoglio la musica made in Italy laddove c’è qualità. In Italia produciamo ottimo jazz, ottima musica popolare ma spiace vedere che è gli ascoltatori più attenti sono all’estero, e parlo sia di coloro che acquistano i dischi, sia per quanti affollano i concerti dei nostri musicisti. Spesso qui in Italia si considera di nicchia certa musica, mentre in Europa si viene educati sin da piccoli all’ascolto del jazz o della musica popolare.

Salvatore Esposito