Cesare Carta, gli aerofoni popolari e le attività musicali

A metà degli anni Sessanta, appena dodicenne, Cesare Carta ha iniziato ad appassionarsi agli strumenti musicali popolari osservando un pastore intento a realizzare un “pipiolu” (flauto di canna). Tre anni dopo, durante una festa, ha potuto ascoltare Aurelio Porcu, suonatore di Villaputzu. Da allora non ha più smesso di costruire e suonare le launeddas e, in generale, gli aerofoni popolari, di cui è divenuto collezionista. «Io vivo giorno per giorno, facendo le cose che mi piacciono fare. È il durante che conta. Non ho mai avuto progettualità a lunga distanza, vivo e gusto il presente, vado a periodi. In questo momento sono intento a costruire alcuni flauti popolari che poi utilizzerò durante le attività didattiche o nei concerti. Nel laboratorio mi esprimo e ricerco di continuo: il fare è la sostanza della vita, progetto facendo»

L’infanzia e le prime esperienze musicali 
Cesare Carta risiede a Nuoro nell’antico rione di “Santu Predu”, ma è nato a Cagliari dove, negli anni Cinquanta, il padre (originario di Illorai, nel Goceano) lavorava come medico. In questa città conobbe la moglie, crocerossina, originaria di Ghilarza, paese di Antonio Gramsci. Alcuni figli (sono otto fratelli) nacquero a Cagliari altri a Nuoro, dove la famiglia si trasferì quando Cesare aveva un anno e mezzo. «Mi àna pesàu inòche in Nùgoro (mi hanno cresciuto qui a Nùoro) dove artigianalmente mi sono formato da autodidatta, tranne che per la realizzazione dei coltelli». Ha studiato al liceo classico. Poi si è iscritto a biologia, facoltà che, dopo alcuni esami, ha abbandonato: «Era tutta teoria, a me piacevano i laboratori, ma lì ho trovato un muro, solo libri, per cui ho preferito non continuare gli studi e proseguire con la mia passione giovanile»
Sin da piccolino Carta ha mostrato abilità manuali. «Costruivo o riparavo quello che mi piaceva. La mia stanza era un laboratorio, mia mamma era preoccupata per tutto quello che conteneva. Così, appena ho potuto, mi sono organizzato un vero laboratorio che, negli anni, ho allargato, ma sempre qui nel rione antico di Nuoro». Da ragazzino, con i genitori, si recava a Urzulei da uno zio materno. In questo paese un giorno ha visto un pastore costruire un flauto di canna, apprendendone la tecnica costruttiva. Qualche anno dopo, nello stesso paese, ha avuto modo di ascoltare dal vivo Aurelio Porcu, rimanendo (come dice lui) “folgorato” dal suono e dall’abilità strumentale del suonatore. Aveva all’epoca quindici anni. Decise di costruire le launeddas da autodidatta. «Dopo aver ascoltato Porcu, mi sono detto “eh no, ci devo riuscire a costruire questo strumento”, ma non avendo riferimenti, maestri e tradizione nella mia città, ho dovuto procedere per tentativi, distruggendo tonnellate di canne. Alla fine, però, siccome sono testardo, sono riuscito a costruire uno strumento degno di questo nome, ma a quel punto avevo già venti anni». Negli anni ha approfondito la conoscenza delle canne, scoprendo il periodo giusto della raccolta, a fine febbraio. Parallelamente, Cesare Carta ha imparato la tecnica del “fiato continuo” e a suonare le launeddas, specializzandosi nell’esecuzione dei balli del Nuorese. «La mia particolarità come suonatore è sempre stata quella di associare lo strumento ai balli barbaricini e non a quelli campidanesi tradizionali, che sono stupendi, ma io sentivo dentro di me quello che ascoltavo e mi è venuto spontaneo proporlo con gli strumenti che costruivo. A ventidue anni iniziavo già a viaggiare con i Gruppi. Parecchie uscite con “Gli Amici del Folklore (coordinati da Paolo Verachi), ma i gruppi che ho frequentato di più sono quelli di “Santu Predu (guidati da Armando Piras) e del “Coro di Nuoro”, diretto da Giampaolo Mele. Uomo creativo che ha dato valore alla coralità nuorese, insieme con Tonino Puddu, Bobore Nuvoli, Banneddu Ruju». Carta è noto come il “suonatore dei nuoresi”. Nel suo laboratorio non riesce a parlare di musica senza mostrare o tenere al suo fianco gli strumenti musicali che ha costruito o che ha collezionato nei decenni. Tra un argomento e l’altro, suona, spiegando le differenze delle varie armonie. «Ecco, quello che ho appena suonato è un tipico “ballu tundhu” che però ho arrangiato, perché a me piace rispettare la tradizione, ma ogni suonatore deve poter personalizzare con qualcosa di suo. Io almeno la penso così. Poi nel mio caso è stato naturale. Non c’era una tradizione locale, per cui ho dovuto trasferire secondo la mia sensibilità il repertorio locale sullo strumento tricalamo»

Le launeddas, materiali e repertorio 
Per la scelta delle canne, Carta è solito recarsi in luoghi prestabiliti. In passato andava a “Badde manna”, una vasta area sulla strada per Oliena, dove riusciva a trovare le cosiddette “cannas mascu”, con internodi molto lunghi o senza nodi. Ha comunque girato molto, raccogliendo sperimentalmente canne in diverse aree della Sardegna. Ormai, dopo decenni di pratica, sa bene dove raccogliere quelle più adatte. Per la “mancosa” e la “mancosedda” è solito recarsi nella Marmilla, “dove si trovano canne eccezionali”. Per i bassi, invece, utilizza canne di qualità ma di varia provenienza. Le ance «… le prendo in Baronia, ma un periodo andavo con Beppe Cuga sino a Villamar, poi hanno distrutto il canneto. Beppe Cuga l’ho conosciuto più di trent’anni fa, proprio a Ovodda, abbiamo suonato tante volte assieme, nei concerti, nelle chiese, nelle processioni, ma non siamo mai entrati in competizione, pur essendo gli unici suonatori di launeddas della Barbagia. Per realizzare delle buone ance è importante recuperare dei materiali cresciuti dove il terreno è argilloso, non so per quale motivo, ma vedo i buoni risultati e per chi costruisce sono quelli che contano. Ovunque prendo campioni e provo, dove mi danno il risultato allora torno. Per il taglio delle ance ho sviluppato una tecnica tutta mia che non sto ora a specificare». Carta è stato un pioniere, poiché primo suonatore di launeddas ad accompagnare stabilmente i balli nuoresi. Rispetto al repertorio, ha specificato quelli tradizionali. «Tipici di queste zone sono su “ballu tundhu” (ballo tondo, qui detto proprio “su nugoresu”), su “passu torrau”, su “dillu” e poi sa “dantza”, che a Nuoro è stato introdotto più di recente. Poi io suono a “mutos” (testi poetici profani) o le melodie dei “gosos” (testi poetici religiosi) durante le processioni o le funzioni religiose. Nel sud dell’isola per le processioni ci sono due distinte suonate, ma qui si usano soprattutto le laudi per il santo, dette appunto “gosos”. Tante cose le ho imparate ascoltando musica tradizionale con lo stereo, all’inizio è stato difficile non avendo maestri, ma ciò che conta è il risultato. Io sono “tusturrudu” (“testa dura”), finché non riesco a fare una cosa che mi piace non mollo»
Come il carattere, barbaricino è il suo stile musicale, tuttavia ha sempre avuto un occhio di riguardo per le scuole di launeddas e, in particolare, per quella del Sarrabus. «Quando ho iniziato a costruire e a suonare questi strumenti popolari venivo definito “unu peddone” (un buzzurro) o “unu caprarju” (un capraro), adesso mi definiscono un “suonatore etnico”. Capito come è cambiata la mentalità in questi decenni? Quando ho iniziato a suonare, le launeddas stavano rischiando l’estinzione. La musica popolare veniva considerata d’infimo grado, invece oggi suonano un sacco di giovani, grazie a Porcu, Lai e ad altri maestri. Il Sarrabus è per me il regno delle launeddas. Aurelio Porcu l’ho conosciuto sul palco, durante i concerti comuni organizzati da Dante Olianas. Porcu mi aveva dato delle belle dritte. Per esempio come accordare in corso d’opera, mentre si sta suonando. Lui ce la faceva, era incredibile. Da grande gli ho raccontato la mia storia. Gli ho detto “ … lo sapete che è grazie a voi che ho iniziato a suonare?”. Mi aveva ascoltato con interesse,sorridendo amabilmente. Era un gran suonatore». Interessante è ascoltare Carta quando parla della costruzione degli strumenti e del suo metodo di lavoro. «Mi baso sulla mia esperienza. Nel periodo giusto vado e taglio. La canna prima di otto anni (minimo) non la uso. Dopo gli anni di stagionatura quelle che vanno a male finiscono nel fuoco, le altre in strumenti musicali, ma solo una piccola parte viene scartata. Questo strumento, ad esempio, ha più di trenta anni e suona benissimo. Quest’altra canna ha più di novanta anni. L’avevo trovata in un pagliaio a Villanovafranca, me l’hanno regalata. La uso solo per strumenti doc, ma anche le altre mie canne suonano molto bene, ma queste sono eccezionali. Quando ho un po’ di tempo, mi costruisco le ance in serie. Questa parte dello strumento viene chiamata (in genere) “cabitzina”, ma nel nuorese si costruiva il cosiddetto “venapu”, uno strumentino vegetale con un taglio per ancia, e questo taglio lo chiamavamo “su limbeddu” (il linguettino). In alcune custodie conservo tutte le ance già pronte, divise in base alla lunghezza e all’età»

Non solo launeddas 
Cesare Carta costruisce artigianalmente a vari livelli e non solo con materiali lignei e vegetali. «Come artigiano mi sono formato da autodidatta, ma un vero maestro l’ho avuto, si chiamava Luigi Salvietti, un coltellinaio locale di antiche origini toscane. Dopo aver osservato la mia manualità si era offerto di insegnarmi, così l’ho seguito nella sua bottega che aveva vicino alla cattedrale di Santa Maria, ma adesso quella bottega non c’è più». La formazione di Carta è stata varia e non metodica.«Sin da quando ero giovane sceglievo di fare tutto quello che mi capitava. Non avevo un orientamento preciso e questo modo di lavorare l’ho ancora, il mio motto è “fare e inventare” ». Da uno dei tanti ripostigli del laboratorio, estrae un oggetto metallico, che, a prima vista, potrebbe sembrare un inconsueto aerofono. «Questo l’ho progettato io. Serve per “taccare” le olive, a Nuoro diciamo “fittare”. Dentro il tubo ho posto tre lamette, è comodo perché con i tagli si accelera la dolcificazione delle olive, semplificando di molto l’operazione manuale che in passato veniva fatta con il coltello. Ai giornalisti torna comodo raccontare solo dei miei strumenti musicali, ma a me piace lavorare tanto altro, tra cui i materiali ferrosi, i corni di animale, la pelle o alcuni giocattoli tradizionali, come “sas bardofulas” (un tipo di trottola), che ho imparato a costruire da Bastiano Murgia. Inoltre, mi piace fare caricature, ma non ho seguito scuole specifiche, è un dono di natura come quello musicale»

L’insegnamento e la collezione di strumenti 
Carta ha spiegato che negli anni Settanta, a Nuoro, ascoltavano stupiti il suono delle launeddas ed erano ancora più meravigliati che un nuorese le suonasse. Ormai in città è un’istituzione, essendo il suonatore più conosciuto. Negli anni Novanta, ha avuto modo di insegnare presso la Scuola Civica di Musica cittadina, la stessa nella quale insegnava l’organettista Totore Chessa. Poi sono stati tagliati i fondi, tuttavia ha continuato a essere chiamato per attività didattiche e per laboratori musicali sperimentali nelle Scuole pubbliche (dalle Primarie alle Superiori). Attività che svolge con piacere, soprattutto (mi è parso di capire) con i più piccoli, perché «… hanno una curiosità viva, comprendono bene e in fretta, quando vogliono sono capaci di prendere anche Tele Montecarlo (dice scherzando), ma durante le fasi più difficoltose vanno tenuti sotto controllo». Alcune lezioni è solito dedicarle al confronto comparativo tra gli aerofoni popolari. Possiede una collezione di tali strumenti, alcuni da lui stesso realizzati e suonati. 
Ha mostrato, ad esempio, diversi tipi di flauti americani a “siringa” (i “vientos” o i “sikus”) che ha messo a confronto con quello lombardo regalatogli da un costruttore di nome Pierino (ritengo si trattasse di Pierino Sala), conosciuto tanti anni or sono durante un concerto in continente, il quale si era innamorato del suono delle launeddas. Ha evidenziato che «fare le legature dei flauti di pan non è facile, ma studiandole attentamente ci si arriva per logica. Ogni tanto costruisco qualche esemplare». In seguito, ha mostrato flauti occitani e irlandesi, trovando analogie con quello che, in passato, era in uso a Cabras. «Si suona con gli armonici. Senza muovere le dita è possibile ricavare tanti suoni». Come detto, tra una spiegazione e l’altra, Carta ha continuato a eseguire estemporaneamente melodie popolari tipiche, ma anche altre internazionali o classiche, come la “bourrée” di Bach e quella arrangiata da Ian Anderson dei Jethro Tull. Inoltre, ha eseguito “El condor pasa” con un flauto andino privo di zeppa, per suonare il quale è indispensabile saper appoggiare in modo particolare le labbra sull’imboccatura. In merito ai flauti, Carta ha voluto evidenziare la qualità dei legni che è solito usare, alcuni di non facile reperibilità, come ad esempio il sambuco o il “tassus bacata”, durissimo, che utilizza soprattutto quando vuole costruire gli aerofoni in stile irlandese antico. Il liutaio nuorese è solito firmare elegantementei propri strumenti, con un’incisione a caldo. Culturalmente si è definito “ingordo”, nel senso che gli piace allargare le conoscenze senza limiti. Oltre che di musica popolare sarda è appassionato di blues e di country, soprattutto in stile “finger picking”. Possiede una Fender semiacustica che suona da autodidatta, impugnandola da seduto con una postura decisamente personale. All’occasione, ma solo tra amici, accompagna anche secondo lo stile sardo, accordandola chitarra una quinta in basso, usando il plettro vicino al ponticello per ottenere il caratteristico suono metallico. Da alcuni anni, Carta fa parte del “Trio Etnos”e, più saltuariamente, del quintetto “Azura”, specializzato in musica folk e instile “Anni Sessanta”. 

A spasso nel laboratorio 
In un angolo del laboratorio vedo un bronzetto raffigurante un suonatore. Chiedo spiegazioni. «Mi è stato regalato dalla “Casa Soddu” dove, da alcuni anni, si svolge un festival dedicato alle launeddas. Questo bronzetto prende spunto da quello nuragico conservato nel Museo Archeologico di Cagliari». A questo punto, va alla ricerca della sua “bibbia”, “Gli strumenti musicali della musica popolare della Sardegna”, scritta nei primi anni Settanta da don Giovanni Dore, ancora oggi, il testo più rappresentativo dell’organologia sarda. «Nel suo libro si trovano tantissime informazioni preziose. Dore era un vero cultore. Aveva una passione pura, la musica sarda l’aveva nel cuore. Lo conoscevo bene e per il suo “Museo degli Strumenti della Musica Popolare Sarda” di Tadasuni gli avevo donato anche alcuni miei strumenti. Come me non era solito andare a elemosinare dai politici e questo può costare in termini di visibilità». Andando alle pagine del libroriguardanti le launeddas, lo sguardo è caduto su l’ “istracasciu”, ovvero il contenitore cilindrico nel quale i suonatori conservano gli strumenti tricalami. «Ora non lavoro più il cuoio, ma negli anni passati ne avevo costruiti due. Sono così solidi che reggono ancora bene:uno ha circa quarant’anni, l’altro circa venticinque. In Sardegna,la pelle animale è usata per costruire i tamburi, come quelli di Gavoi (NU), dove vive Gavino Sedda, il quale è un rinomato suonatore di “pipiolu”. A lui piacciono i miei strumenti e gliene devoportare un paio prossimamente». In seguito, Carta passa in rassegna i coltelli, altra sua vera passione, appresa dal maestro Luigi Salvietti, prima citato. «Questi sono coltelli con il manico di corno di montone. In media servono due giorni di lavoro, ma dipende dalla lavorazione e dalle dimensioni. A volte i piccolini, se lavorati ad arte, richiedono più tempo. Il corno bisogna saperlo lavorare a caldo, si usa solo la parte buona. Il corno di muflone non si può usare, perché è specie protetta. La parte del corno buona è quella frontale, viene tagliato lungo la cresta, scaldato e poi messo in pressa e raddrizzato»
Infine parla dei corni di altri animali, come quelli di capra che non sono adatti per i coltelli, ma solo per strumenti musicali a fiato, come pure quelli di bue. Le ore sono trascorse e il tempo a disposizione scaduto. Sapendo che a Nuoro ha sede l’ISRE (Istituto Superiore Regionale Etnografico”), gli chiedo se l’Ente, negli anni, ha valorizzato le sue competenze di suonatore locale. Sorridendo, chiede di passare a un’altra domanda. Subito dopo imbocca le launeddas e suona nuovamente “a ballo”. Gli chiedo, infine, quali progetti ha per il futuro. Ride. «Ho sempre tante idee per la testa, ma faccio prima a dire quello che non faccio o che non farò, però che non si dica che so solo costruire le launeddas. Mi piace fare e inventare, perché mi fanno sentire vivo e utile. Per chi ha passione per le attività da laboratorio, c’è sempre da imparare, ma sul che cosa fare mi piace decidere al momento senza vincoli troppo stretti». Cesare Carta è un costruttore di strumenti musicali che fuoriesce dai percorsi di formazione tradizionali, ma ècertamente da valorizzare poiché ha capitalizzato una solida esperienza organologica sulla musica popolare. Dato il contesto cittadino e della Provincia, ritengo che la comunità nuorese e l’ISRE potrebbero a lui garantire numerose opportunità operative, facendolo interagire in modo sistematico con i giovani della città. La sua quarantennale esperienza artigianale e le sue competenze musicali, a mio avviso,potrebbero essere beneficamente impiegate soprattutto in sistematiche attività culturali a favore del territorio e del turismo locale. Come primo passo, ritengo sarebbe utile fargli registrare (con urgenza) un cd monografico patrocinato dal Comune, di preferenza mettendo a confronto le sue suonate con quelle di Beppe Cuga, carismatico e verace barbaricino di Ovodda (NU), discendente da una (rara) famiglia di suonatori di “bidulas”, del quale avremo prossimamente modo di scrivere su questa stessa Rubrica. 

Paolo Mercurio

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