Ben Miller Band - Any Way, Shape Or Form (New West Records, 2014)

Secondo album della Ben Miller Band, “Any Way, Shape Or Form”, segna il loro debutto per la New West Recors, e non ci sarebbe stato un modo migliore per cominciare questa nuova avventura se non con tredici brani intensi, che compongono una fiaba blues, un racconto spiritato ed allo stesso tempo divertente in cui si mescono rock, blues del Delta, e bluegrass degli Appalachi dando vita ad una originale ricetta che hanno denominato “Ozark Stomp”. Barbe, washtub, washboard elettrificato e microfoni distorti, sono gli ingredienti di questo disco, il cui ascolto riconcilia con la vita, ci rimette in carreggiata, e il fatto che gli ZZ Top li abbiano voluti come opener dei concerti del loro tour americano ci restituisce la fiducia nel rock ‘n’ roll. Per comprendere però a fondo la filosofia della Ben Miller Band è bene analizzare il titolo di questo disco che fa riferimento alla loro attitudine al “fai da te”, ovvero alla predisposizione ad utilizzare qualsiasi mezzo per realizzare una canzone, arrivando ad inventare e costruirsi in proprio gli strumenti che utilizzano dal vivo ed in studio. Questi strumenti sia elettrici che acustici imprimono al sound una bella dose di originalità, aggiungendo ad ogni brano una sensibilità assolutamente moderna, quasi luccicante. Inciso presso gli Sputnik Studios di Nashville, e prodotto da un musicofilo come Vance Powell, già al fianco di White Stripes, Kings of Leon e Wanda Jackson, il disco abbraccia diverse influenze legate a quel genere che per semplicità viene chiamato Americana, e presenta tanto brani originali, quanto alcune riletture interessanti come “The Cuckoo”, che arriva direttamente dall’ “Anthology of American Folk Music” di Harry Smith, la vera bibbia della musica tradizionale americana, e nella quale spiccano gli effetti creati dai cucchiai elettrici di Doug Dicharry. Durante l’ascolto colpiscono l’incendiaria “The Outsider”, il blues rurale “You Don’t Know”, la gustosa ballata country “I Feel For You”, ma è con la tagliente “Burning Building”, e l’eclettica “23 Skidoo” che si tocca il vertice del disco. La produzione illuminata di Powell ha fatto si che il disco suonasse classico nei riff chitarristici, ma allo stesso tempo moderno ed originale grazie all’uso della strumentazione non convenzionale della Ben Miller Band, il tutto evitando di dar vita ad un sound troppo compatto. Piacciono le trovate legate all’uso della distorsione sulla voce, così come interessanti sono le soluzioni ritmiche, l’unico cruccio è quello di non averli visti crescere dal vivo, ma sembra che presto arriveranno in Europa per un tour. Il consiglio è, insomma, quello di procurarsi questo disco, e godere di questo fiume di musica ben progettata, che si fa beffe di tutti quelli che hanno come unica formula per rifiutare un progetto l’aggettivo “strano”.


Antonio "Rigo" Righetti