The Roads Of Roots Rock: Andrea Schroeder, Spain, Blue Rodeo, John Gorka, Bobby Bare Jr's Young Criminals' Starvation League, Michael McDermott & The Westies, Phil Cody

Andrea Schroeder - Where The Wild Oceans End (Glitterhouse, 2014) 
Voce intensa e profonda, fascino magnetico da dark lady, la cantante e poetessa berlinese Andrea Schroeder è una di quelle artiste che non passano inosservate. Sin dal suo esordio “Blackbird”, pubblicato due anni fa, si era capito che aveva tutti i numeri per poter avere un futuro di successo, e la conferma di tutto il suo talento composito non si è fatta attendere a lungo. Il suo secondo disco “Where The Wild Oceans End”, infatti, è semplicemente un gioiello non solo perché si avvale della produzione illuminata di Chris Eckman, ma anche perché ci svela la piena maturazione del songwriting della Schroeder e dal chitarrista Jesper Lehmkuhl. Laddove il disco di debutto presentava testi ed atmosfere più intimistiche e romantiche, questo nuovo album ci regala un tuffo nel passato in cui ritroviamo gli echi creativi della Factory di Warhol, e una voce che ricorda da vicino quella indimenticabile di Nico, il tutto avvolto da immagini che rimandano ad una Berlino decadente e poetica. Dal punto di vista sonoro la sensazione è che il maggior spazio lasciato ai componenti della band abbia ripagato molto in termini di solidità. Registrato completamente in analogico presso i gloriosi Hansa Studios, laddove videro la luce capolavori come “Low” e “Heroes” di David Bowie, “Where The Wild Oceans End” raccoglie dieci brani di eccezionale fattura, che nel loro insieme compongono un piccolo capolavoro di arte sonora allo stato puro. Il fascinoso timbro vocale della Schroeder si sposa magnificamente ora alle crepuscolari trame sonore tessute dagli arpeggi chitarristici, ora alle distorsioni elettriche più estreme, il tutto impreziosito dal violino che cesella le linee melodiche, imprimendo grande forza lirica ad ogni brano. Aperto dalla sofferta e poetica “Dead Man’s Eyes”, il disco ci regala momenti di grande poesia rock come nel caso di “Ghot Of Berlin” o della superba “Until The End”, ma a colpire in modo particolare sono le atmosfere berlinesi di “The Spider”, e il blues in crescendo elettrico della title track, Non mancano divagazioni ora nelle sonorità roots (“Fireland”), ora nelle ballata più pura di “Summer Came To Say Goodbye”, ora ancora nel rock più puro della strabordante “Rattlesnake”. Il vertice del disco è però la superba versione in tedesco di “Heroes” di David Bowie, il quale a suo tempo la incise per omaggiare l’amata Berlin, e che la Schroeder interpreta magistralmente mettendo in luce tutta la sua personalità. Insomma “Where The Wild Oceans End” è uno di quei dischi da ascoltare con grande attenzione non solo per la loro qualità musicale, ma anche per la poeticità che racchiudono. Assolutamente consigliato! 

Spain – Sargent Place (Glitterhouse, 2014) 
Quando nel 2012 arrivò “The Soul Of Spain”, dopo ben dieci anni di silenzio degli Spain, fu subito chiaro che nelle intenzioni di Josh Haden non c’era quella di sfruttare lo storico marchio, che aveva rappresentato la sua principale fortuna artistica, come specchietto per le allodole per far soldi, ma piuttosto era la necessaria prosecuzione di un discorso interrotto, di una ricerca musicale e poetica lascia in sospeso. In questo senso vanno letti anche il successo riscosso dal tour seguito al come-back album, e il bel live del 2013 registrato negli studi di Radio California KCRW “The Morning Becomes Eclectic Session”, tuttavia mancava ancora un tassello, ovvero un disco che rappresentasse il completamento della nuova fase degli Spain. Josh Haden non si è lasciato attendere a lungo e così eccoci alle prese con “Sargent Place”, album il cui titolo rimanda all’indirizzo degli studi di registrazione del produttore Gus Seyffert, e nel quale ha raccolto dieci brani incisi con la sorella Petra (violino) e il compianto papà Charlie, scomparso di recente, ospite al contrabbasso, Daniel Brummel (chitarre), Randy Kirk (tastiere), Matt Mayhall (batteria), il tutto impreziosito dal mixaggio di Darrell Thorp. L’ascolto svela un disco dal sound curato ed elegante, su cui si innesta l’originale timbro vocale di Handen, che si muove con agilità attraverso atmosfere che spaziano dal rock al minimalismo folkie di alcuni episodi. Ad aprire il disco è la sinuosa “Love At First Sight”, in cui brilla il fraseggio ipnotico di Handen, ma già con il secondo brano la struggente ballata “The Fighter”, incontriamo uno dei vertici del disco con la chitarra di Brummel e il violino di Petra Handen in grande evidenza. Se la minimalista “It Could Be Heaven” colpisce per il testo denso di poesia, le successive “From The Dust” e “Sunday Morning” ci regalano un accattivante sound rock-blues che funge da perfetto apripista per un’altra eccellente ballata, “Let Your Angel”. Di pregevole fattura è anche “To Be A Man”, così come particolarmente riuscita ci sembra la romantica “In My Soul”, che ci conduce verso il finale in cui spicca “You And I” in cui spicca il basso dell’indimenticato Charlie Handen, e la psichedelica “Walking Song” che chiude il disco. “Sargent Place” è insomma la dimostrazione di come la nuova fase degli Spain possa regalarci ancora tanti ottimi dischi, nei quali immergersi lasciandosi catturare dalla poesia e dalla profondità dei brani di Josh Handen. 

Blue Rodeo - In Our Nature (Continental Song City/I.R.D., 2014) 
Terra sempre fertilissima dal punto di vista musicale il Canada, ci ha regalato negli anni diverse sorprese non solo in ambito puramente folk, ma anche nella scena alt-country. In particolare tra le band più interessanti nate a metà degli anni ottanta vanno segnalati i Blue Rodeo, band formatasi e sviluppatasi intorno al nucleo composto dai cantanti e chitarristi Greg Keelor e Jim Cuddy e dal bassista Bazil Donovan, e considerati tra i pionieri della scena alt-country canadese, e ben noti per aver messo in fila autentici capolavori come “Lost Together”. Nonostante un affievolimento della vena compositiva negli ultimi anni, i Blue Rodeo avevano portato avanti con convinzione il loro percorso artistico, finché a far temere un loro repentino addio alle scene, non erano arrivati i problemi all’udito di Keelor, che gli hanno reso praticamente impossibile suonare la chitarra. La forza della passione e l’amore per la musica hanno però fatto il miracolo, e se il precedente “The Things We Left Behind” ci aveva lasciato ben sperare nel prosieguo della loro avventura, il loro nuovo album “In Our Nature”, lo mette definitivamente in chiaro. Insomma i Blue Rodeo sono alive and kicking, pronti a regalarci ancora il loro sorprendente intreccio tra country, rock e folk, il tutto condito da pregevoli armonie vocali. Forti dell’ingresso stabile in formazione del chitarrista Colin Cripps, i Blue Rodeo hanno messo in fila ben quattordici brani, composti nella fattoria di Keelor, e tra cui spiccano l’iniziale “New Morning Sun”, la splendida “Never Too Late”, con un refrain di grande impatto radiofonico, e la beatlesiana “When The Truth Comes Out”. Se di ottima fattura sono anche il country di “Tell Me Again”, “Over Me” e “In the Darkness”, il vertice del disco arriva con la superba “Wondering” che brilla per il suo arrangiamento jazzy svettando come uno dei momenti più alti della loro produzione discografica. Certo il disco non si mantiene sempre sullo stesso livello, e soprattutto verso il finale sembra perdere un po’ il bandolo della matassa, come nel caso della title track o della incolore “Tara’s Blues”, tuttavia a risollevare le sorti c’è la bella cover di Out Of The Blue” di The Band che chiude il disco. Sebbene infarcito di qualche riempitivo di troppo, “In Our Nature” è un album da non perdere non fosse altro che per ascoltare ancora i grandi Blue Rodeo. 

John Gorka - Bright Side Of Down (Red House/I.R.D. 2014) 
“Il mio approccio è stato sempre di basso profilo, guidato dalle canzoni, basato soprattutto sui concerti e con una lenta e costante crescita”, così John Gorka si raccontava a Marco Denti in Alias Bob Dylan, libro definitivo sui cantautori nati sotto la stella del Menestrello di Duluth, e che ne dipingeva in modo molto chiaro tutta la loro vicenda artistica. Rispetto a tanti suoi colleghi, John Gorka ha goduto di una fortuna diversa, innanzitutto quella di trovarsi alle spalle un etichetta come la Red House, che negli ultimi anni lo ha sostenuto, ma soprattutto quella di poter godere di uno zoccolo duro di fan, i quali non mancano di affollare i circa centocinquanta concerti l’anno che fa. Sebbene in molti ricordino ancora la bellezza del suo disco di esordio datato 1987, e quella di diversi dischi successivi, negli ultimi anni la sua vena cantautorale sembra essere irrimediabilmente ripiegata su sé stessa, compressa in una ripetizione incolore di melodie e temi. Se non conoscessimo alcuni suoi album precedenti come “Writing In The Margins” o “So Dark You See”, è probabile che non resteremmo indifferenti di fronte al suo nuovo disco “Bright Side Of Down”, ma ci duole costatare come John Gorka tenda a indugiare troppo in costruzioni musicali sempre simili a loro stesse, nonostante il pregio indubbio di certe composizioni. La sua scrittura diretta, caratterizzata da una sottile ironia, e dal gusto dolceamaro di raccontare la vita, è rimata ferma al palo, cambiano le storie, ma manca quella zampata che darebbe nuova linfa al new folk movement della East Coast del quale nel disco troviamo alcuni dei suoi principali esponenti da Cliff Eberhardt, allo scomparso Bill Morrisey del quale viene riproposta “She's That Kind of Mystery”, fino a toccare Eliza Gilkyson, e Lucy Kaplansky. Qualche buon segnale ci arriva da ballate gustose dai toni country folk come “Holed Up Mason City”, e “High Horse”, ma è davvero troppo poco in un disco che sa di già sentito da un chilometro di distanza. Forse quella “Procrastination Blues” che pure è tra i brani più interessanti del disco, non è altro che un modo per dirci che il prossimo disco buon è procrastinato. 


Bobby Bare Jr's Young Criminals' Starvation League – Undefeated (Bloodshot/I.R.D. 2014) 
Figlio dell’omonimo e senza dubbio più famoso genitore, già stella del country tra gli anni sessanta e settanta, Bobby Bare Jr. da qualche anno porta avanti il progetto Young Criminals' Starvation League, una sorta di laboratorio di idee e creatività musicale, un collettivo aperto al quale hanno collaborato anche Mark Nevers dei Lambchop, e alcuni membri dei My Morning Jacket, e che negli anni ha messo in fila ben quattro dischi, non tutti del medesimo livello, e spesso di qualità altalenante, ma comunque ricchi di spunti e zampate interessanti. Il loro nuovo lavoro “Undefeated”, si pone sulla stessa scia, tante, forse troppe idee, e spesso un po’ confuse, come del resto ci aveva abituato Bobby Bare Jr. nei dischi usciti solo a suo nome, e nei quali si apprezzava il suo originale approccio pop al roots rock, ma che spesso finivano per perdere il bandolo della matassa. I dieci brani in scaletta si caratterizzano per una sostanziale disomogeneità qualitativa, e laddove i testi piacciono per le strampalate storie che raccontano, di tanto in tanto finiscono per affondare in arrangiamenti spesso deludenti ed altalenanti. Certo va sottolineato come siano presenti alcuni brani di ottima fattura come il country vaudeville di “My Baby Took My Baby Away” o il travolgente rhytm'n'blues della title-track, o ancora il southern rock di “North Of Alabama By Morning”, ma in altri casi come la stucchevole “Blame Everybody (But Yourself)” o lo sberleffo pop orchestrale “The Elengant Imposter”, avremmo realmente fatto a meno di questo disco. Insomma “Undefeated” è un disco buttato via in preda alla necessità di dare uno sfogo pubblico alla creatività, sarebbe stato meglio un più incisivo labor limae, e probabilmente staremo parlando di un lavoro di altra caratura. 

Michael McDermott & The Westies - West Side Stories (Appalooosa/I.R.D., 2014) 
Michael McDermott è una delle tante next big thing degli anni novanta, arrivate ad un passo dal successo per poi mancarlo di un soffio. Nonostante tutto, laddove molti dei suoi colleghi hanno mollato, lui ha continuato caparbiamente a percorrere a suo modo la strada del songwriting. Magari qualche volta avrà masticato amaro per lo scarso successo di quel “620 W. Surf” che nel 1991 finì ben presto nel dimenticatoio, o dell’altrettanto bello ma sfortunato “Gethsemane” del 1993, tuttavia pur restando ai margini, il cantautore americano ha continuato imperterrito a fare concerti e a registrare dischi, sia pure nello studio realizzato tra le pareti di casa. Dopo alcuni anni in cui la sua produzione artistica sembrava ristagnare nella mediocrità, a causa di una latente mancanza di ispirazione, finalmente Michael McDermott, grazie alla meritoria opera dell’etichetta Appaloosa ha dato alle stampe un disco che valorizza realmente dal punto di vista sonoro le sue canzoni. E’ nato, così, “West Side Stories” disco che amplia l’Ep omonimo uscito negli Stati Uniti qualche tempo fa, ed include undici brani incisi con The Westies, ovvero la moglie Heather Horton (voce e violino), Joe Pisapia (chitarre elettriche), Ian Fitchuk (batteria), John Deaderick (piano) e Lex Price (basso) che ha curato anche la produzione del disco. Se il nome del gruppo, ispirato a quello dalla famosa gang irlandese che mise a ferro e fuoco Manhattan tra gli anni sessanta e gli anni ottanta, lascia intendere sin da subito le intenzioni di dar battaglia sino all’ultimo, il disco viceversa nasce con uno scopo ben preciso come scrive lo stesso McDermott a proposito del disco: “Ciò che volevo fare era scrivere delle canzoni e raccontare delle storie proprio come i miei nonni e i miei genitori hanno fatto con me nella migliore tradizione irlandese”. Sin dall’iniziale “Hell's Kitchen”, si ha da subito la sensazione di essere di fronte ad un lavoro solido in cui nulla è lasciato al caso (si vedano ad esempio le traduzioni dei testi in italiano), e questa sensazione diventa certezza ascoltando brani come la splendida “Say It…” in duetto con la moglie Heather Horton, o ancora quel gioiello che è la bonus track “Silent” (già proposta con il titolo “The Silent Will Soon Be Singing” in “Hit Me Back”). A tenere insieme i vari brani è la convinzione che per vedere la luce bisogna passare attraverso l’oscurità, e così il cantautore di Chicago ci racconta storie di incomunicabilità (“Rosie”), dolore (“Fallen”), ma anche la vicenda triste di un condannato a morte (“Death”), fino a toccare il flusso di coscienza della toccante “Five Leaf” e la cinematografica “Bars”. Insomma “West Side Stories” è uno dei dischi più belli ed intensi di Michael McDermott e non mancherà di appassionare non solo i vecchi fan ma anche quanti si lasceranno catturare dalla sua poesia. 

Phil Cody - Cody Sings Zevon (Appaloosa/I.R.D., 2014) 
Ricordato per anni come uno dei desaparecidos della canzone d’autore americana, Phil Cody ha inciso il suo nome nella storia della musica con un unico, splendido ed epocale disco, quel “The Sons Of Intemperance Offering” che come il buon vino continua ad emozionarci ancora da quel lontano 1996, quando lo ascoltammo per la prima volta. Di lui si persero presto le tracce, giusto il tempo di lanciarsi nell’avventura del secondo disco con “Big Slow Mover”, e l’oblio lo inghiottì lasciandoci con il dubbio di aver visto passare l’ennesima supernova nel mondo del rock. Lontano dal mondo della musica Phil Cody ha continuato a scrivere e ad incidere canzoni, e a distanza di molti anni lo ritroviamo alle prese con “Cody Sings Zevon”, disco tributo al grande Warren Zevon del quale ha reinterpretato dodici brani, incisi a Los Angeles e prodotti da Chris Jay. L’ascolto svela sin da subito come Cody abbia puntato a valorizzare al massimo il suo tono vocale scuro, imprimendo ai brani atmosfere notturne e dilatate come dimostrano le belle versioni di “Boom Boom Mancini” e “Splendid Isolation”, poste in apertura. Allo stesso modo piacciono le riletture di “Johnny Strikes Up The Band” della quale Cody ci regala una versione personalissima, di “Mutineer”, ma soprattutto di “Roland The Headless Thompson Gunner”, in cui nel cantato emerge tutta la tensione drammatica. Completano il disco la versione in chiave folk di “”Heartache Spoken Here” e la sorprendente versione di “Desperados Under The Eaves”. Sebbene la scelta di un disco tributo ci abbia un po’ spiazzato, “Cody Sings Zevon” ci restituisce uno dei grandi cantautori degli anni novanta. Restiamo in attesa di un disco nuovo di zecca che manca all’appello da troppo tempo. 



Salvatore Esposito