Rachele Andrioli & Rocco Nigro – Malìe (Dodicilune/I.R.D., 2014)

Nuovo progetto discografico della cantante Rachele Andrioli e del fisarmonicista Rocco Nigro, “Malìe” coniuga le fascinazioni della musica tradizionale con i tratti innovativi della world music e nuove sensibilità contemporanee. I nove brani del disco disegnano un percorso attraverso la vocalità ancestrale della tradizione orale che dal Salento arriva a toccare la musica popolare romana, fino a lambire il fado portoghese, guidati. In occasione della pubblicazione di questo prezioso album abbiamo intervistato Rocco Nigro e Rachele Andrioli, per farci raccontare la genesi e le ispirazioni di questo lavoro. 

Come nasce il progetto "Malìe"? 
Il progetto Malìe è il frutto di una collaborazione nata qualche anno fa. Dopo svariati concerti, in cui abbiamo affinato la dimensione del duo, sentivamo il bisogno di “cristallizzare” il nostro sentire musicale. Il duo, come il disco, nasce in modo spontaneo; e grazie alla nostra amicizia abbiamo trovato, senza alcun sforzo, un punto d’incontro. 

Il duo è una combinazione che mira all'essenziale, dove ognuno deve esprimersi con il giusto equilibrio. Come vi siete trovati con i vostri "strumenti"? 
Esprimersi con il giusto equilibrio, secondo noi, prescinde dalla dimensione del “duo”. I nostri due strumenti si sono sposati sin da subito, la comune ricerca dell’essenzialità e l’intesa hanno fatto il resto. Le caratteristiche della fisarmonica, poi, si prestano in maniera ottimale per l’accompagnamento di una voce. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro per gli arrangiamenti dei brani? 
Al contrario delle tendenze attuali, abbiamo cercato come punto di partenza il “nocciolo”, solo in questo modo siamo riusciti a creare intorno ad esso la “polpa” di cui avevamo bisogno. Inoltre in questo disco abbiamo avuto l'onore di collaborare con svariati musicisti come Valerio Daniele, Enza Pagliara, Redi Hasa, Mauro Semeraro, Francesco Massaro, le sorelle Gaballo e le sorelle Andrioli, Vito De Lorenzi e Paola Petrosillo, e ognuno di loro ci ha aiutato a “dipingere” le pareti delle nostre “stanze”.  

Quali sono le difficoltà che avete incontrato nella realizzazione del disco? 
Sicuramente la paura di mostrarci al pubblico in una sola dimensione. Seppure nel disco abbiamo affrontato molteplici tematiche, siamo abituati a mischiare le nostre intenzioni musicali in molti progetti differenti tra loro. Grazie alla nostra comune passione abbiamo cercato di dare a ogni brano un respiro popolare. 

Nel disco sono presenti tre brani della tradizione salentina. Come li avete scelti e quali differenze presentano rispetto agli originali? 
Abbiamo scelto i brani che ci stavano a cuore, che rappresentavano in quel periodo un affetto particolare, soprattutto perché appartengono ai nostri principali ascolti. Ascoltiamo spesso le registrazioni degli anni Cinquanta discutendo sui testi e sulle intenzioni vocali degli anziani. 

In particolare "Lettera Ca Me Desti" è uno di quei brani salentini poco praticati dalla riproposta. Nella vostra versione assume i tratti dell'overture, mescolando i tratti arcaici della tradizione orale con il vostro peculiare approccio stilistico. Qual è stato il lavoro che avete compiuto in fase di rielaborazione per questo brano? 
La scelta di questo brano è venuta dopo il nostro recente viaggio in india. Suonare con musicisti indiani, ci ha mostrato una dimensione di fare musica profondamente diversa da quella a cui siamo abituati, spesso dell’intrattenimento fine a se stesso. Eravamo emotivamente predisposti ad inserire nel disco un brano “alla stisa”. Questo particolare brano ha un non so che di mistico e l’aggiunta dell’Harmonium suggerisce qualcosa di spirituale. 

"Aria Di Salve" è cantata "alla stisa" da sole voci femminili con la partecipazione delle Sorelle Gaballo. Rachele, come si è indirizzato il tuo lavoro sulle parti vocali? 
Ho coinvolto le sorelle Gaballo e le mie sorelle perché sono state tra le persone che hanno in qualche modo influenzato enormemente la mia crescita. Musicale e non. Riguardo agli arrangiamenti delle parti vocali, non ho voluto stravolgere la linea melodica del canto. Questo perché penso, assieme a Rocco, che la musica tradizionale ha alcune peculiarità che non possono essere modificate. (tranne in piccoli accorgimenti melodici che, a mio parere, donavano un pizzico di malinconia al brano) 

Mi ha colpito la successione di "Stornelli antichi". Da un lato perché quella di inserire lo stornello romanesco nel disco è una scelta inaspettata e, dall'altro, perché la vostra interpretazione è molto originale. Cosa vi ha spinto a questa "citazione" e in che modo avete lavorato su un repertorio non tradizionale nell'area da cui provenite entrambi? 
La voce della Ferri si avvicina molto all’intenzione vocale della musica popolare salentina. Come diceva De Andrè: “Che se ne frega della decenza”, questo modo schietto e di stomaco di comunicare il quotidiano. In questo momento ci stiamo occupando della musica popolare d’autore, per creare un nuovo progetto discografico, con una chiave di lettura differente ma morbida e rispettosa, un omaggio alle ballate e ai canti di Caterina Bueno, Rosa Balistreri, Matteo Salvatore, Domenico Modugno e Gabriella Ferri. 

Una considerazione analoga si può fare con "Maria La Portoguesa", anche se qui si entra in una prospettiva internazionale. Al di là del fatto che il fado è stato espresso da una grande voce femminile, come quella della Rodriguez, quali affinità avete trovato tra questo e il repertorio popolare salentino? 
Come dice il nostro amico Renato Grilli, “Questa terra salentina, che ha il mare di qua e di là, come davanti a un oceano, ti ricorda un che di malinconico, di “atlantico”, come nel Fado portoghese, una malinconia da aria di confine”. 

Nel brano "Malìa", se escludiamo le incursioni del tamburello suonato da Rachele nella parte centrale, ci siete solo voi. La voce e la fisarmonica assumono e si scambiano ruoli differenti: prima melodici, poi ritmici e viceversa. Può essere considerato un brano rappresentativo del vostro dialogo? 
E’ sicuramente il brano rappresentativo del nostro progetto perché racchiude un po’ tutto quello che ci piace, quello che evidenzia le nostre capacità e ci fa venire voglia di misurarci con proposte originali. Musica e testo non sono stati scritti in contemporanea. Rocco aveva scritto la musica prima che Rachele scrivesse il testo, e aveva dapprima preso il nome di “Grimorio”. Successivamente, il titolo si tramutò in "Malìa" ed il testo invece, che si chiamava “Imparo da ciò che m'insegno”, successivamente ha preso il nome di "Malìa". L'idea originaria della composizione musicale era quella di usare una piccola cellula melodica, di renderla ridondante, di vestirla ogni volta in maniera diversa. Riguardo al testo, l’idea di usare una piccola cellula esistenziale, quella della consapevolezza del tempo che passa, e al contempo la proiezione verso un futuro ignoto. Il “maggiore” ed il “minore” prendono vita grazie al concetto di “infanzia” e di “vecchiaia”. La ridondanza è reciproca. Di questo brano abbiamo prodotto un video clip firmato da Gianni De Blasi che è riuscito a prendere la “sua” cellula e a svilupparla. Proprio come il brano suggerisce, ha portato il brano ad una consapevolezza ancora più prepotente. Ne siamo rimasti “ammalìati”! 

Il vostro lavoro propone un profilo internazionale, e fuori da un genere definito, anche dai brani tradizionali. Com'è stato accolto dal vostro pubblico questo disco? 
Abbiamo la fortuna di avere tanta gente che ci segue con entusiasmo ed attenzione, il disco è stato concepito anche grazie alla loro insistenza. Ulteriore conferma ne è stata la serata di presentazione al teatro Romano a Lecce lo scorso 12 Giugno, per noi indimenticabile. Riguardo al profilo internazionale si potrebbe dire che cerchiamo di “rendere contemporanea la musica popolare”, un riscontro positivo l’abbiamo avuto a Parigi nell'ambito del festival promosso da Puglia Sounds e Puglia Promozione "Les Pouilles jouent l'Italie danse". Per chi volesse essere aggiornato sui nostri concerti può visitare la nostra pagina facebook: https://www.facebook.com/RacheleAndrioliERoccoNigro 


Daniele Cestellini


Rachele Andrioli & Rocco Nigro – Malìe (Dodicilune/I.R.D., 2014) 
Rachele Andrioli e Rocco Nigro (rispettivamente voce e fisarmonica) sono due musicisti che hanno composto un disco interessante e multiforme, dal titolo Malìe. Multiforme nonostante siano, nella maggior parte dei casi, in due a suonare e cantare i nove brani di cui è composto. E nonostante anche gli arrangiamenti dei brani nei quali interviene una strumentazione più ampia - chitarra, violoncello, sax baritono, santur e mandolino - risultino piacevolmente “moderati”. Vale a dire che non eccedono, soprattutto, in sovrapposizioni né in virtuosismi (ce lo si potrebbe aspettare da un assetto di questo tipo), ma rimangono concentrati su una narrativa musicale secca e di atmosfera, anche se incisiva dove è necessario, allungata sotto la voce possente e modulare della Andrioli. Quest’ultima - come molti sanno, per diversi anni in forze nell’Officina Zoè e, anche per questo ma non solo, legata al patrimonio musicale ed espressivo della tradizione orale salentina - ha un’emissione vocale così “spontanea” (fisica, corporea, diretta) che a ogni sillaba suscita stupore. Il tono della sua voce è lineare, pieno ed equilibrato. E rappresenta un naturale sottofondo a una modulazione che cambia inaspettatamente, rendendo interessante ogni passaggio e, soprattutto, evitando soluzioni scontate. Per Rocco Nigro possono valere considerazioni simili, nella misura in cui la sua fisarmonica interpreta abilmente una narrazione differenziata, nella quale trovano spazio brani popolari (tre dei quali - “La lettera ca me desti”, “Bella ci dormi” e “Aria di Salve” - selezionati dal repertorio di tradizione orale salentino) e composizioni originali, con due virate interessanti verso gli stornelli romaneschi e il fado portoghese. Nigro, d’altronde, è elastico per formazione e la sua fisarmonica in questo disco si ritaglia (come è necessario, ma lo fa egregiamente) diversi “ruoli”: il ritmo, la melodia, l’atmosfera, la modulazione dei suoni e anche un’appena percettibile rumoristica (il rilascio dei tasti e lo spostamento del mantice) sul fondo di alcune sezioni di brano. Ha all’attivo numerosi progetti che lo spingono a investigare musiche differenti e formalmente agli antipodi. Dalla balcanica al klezmer e alla sefardita, dalla contemporanea fino alla composizione di musiche per film e cortometraggi e alla collaborazione con i nomi più importanti del panorama della musica popolare italiana e, in particolare, di quella tradizionale salentina: Vinicio Capossela, Antonio Castrignanò, Enza Pagliara e tanti altri. Premesso questo, la costruzione di Malìe non poteva che poggiare su una base piacevolmente sperimentale (sotto c’è l’ingegno, oltre al talento dei due artisti). E generare uno spazio ambiguo, alle cui estremità si situano due poli che si definiscono nella loro migliore “essenzialità”. Ogni brano dell’album riuscirebbe, da solo, a restituire questa relazione, questo confronto teso tra l’espressività cangiante della voce e la gamma sonora della fisarmonica. Ma in ogni brano è riflesso qualcosa degli altri. E questo in virtù di un progetto complessivo che è votato, più che a ogni altra cosa, a una rappresentazione caleidoscopica di un repertorio già differenziato alla base: oltre ai brani popolari salentini, infatti, la tracklist comprende “Maria la portuguesa”, brano del cantautore spagnolo Carlos Cano, quattro composizioni originali (“Malìa”, “Cristal”, “Albatro” e “Acqua te ranu") e una serie di stornelli romaneschi. Questi, raccolti sotto il titolo “Stornelli Antichi”, sebbene non siano rappresentativi delle “radici” musicali dei due musicisti, riflettono un approccio libero da formalismi e rappresentano, in termini generali, un “vocalismo” che, ricordando la famosa versione di Gabriella Ferri, trova nell’interpretazione femminile l’espressione più compiuta. Nella restituzione del duo, su un fraseggio di fisarmonica che accenna solo a tratti alla cadenza costante tipica del sostegno ritmico delle musiche degli stornelli, la voce esplode nel primo endecasillabo, lasciandone momentaneamente sospesa la conclusione con un prolungamento della sesta sillaba (“Voglio cantar così…”). Qui si compie la magia, a pochi secondi dall’inizio del brano. E si apre finalmente una nuova forma - meno contratta, più melodica e, soprattutto, fuori da uno stereotipo melodico sedimentato nelle riproposte revivalistiche - di uno dei repertori più tradizionali e interpretati dello scenario musicale popolare italiano. L’effetto rende l’ascolto più disteso, perché questo piccolo escamotage libera la narrazione da un andamento serrato, rivelando, allo stesso tempo, la potenza melodica della tradizione canora estemporanea romanesca. La melodia del secondo endecasillabo che completa il distico si sviluppa su un andamento discendente (“L’amore nun è fatto pe’ li vecchi”). Mentre la ripetizione di questo libera la voce in un crescendo straordinario. La formula viene ripetuta nel secondo distico, che introduce l’inserto “narrativo” (sorretto dal tamburello, da una seconda voce e da una fisarmonica più ritmata), posizionato come una sorta di ritornello tra le quattro serie degli stornelli. Questo esempio ci dimostra “come” Andrioli e Nigro siano riusciti a leggere le strutture musicali tradizionali e a riorganizzarle in un racconto mai scontato, che si compie e rilascia il forte equilibrio che sorregge gli elementi eterogenei di cui è composto solo alla fine dell’ultimo brano. Il “metodo” del duo orienta evidentemente la selezione dei brani, caratterizzandone lo stile sicuro, fluido, la freschezza del suono. E determinando l’elasticità delle interpretazioni, la fluidità del dialogo e l’armonia degli incastri tra voce e fisarmonica. 


Daniele Cestellini

Un grazie a Renato Grilli per la collaborazione