Girolamo De Simone – Jommelli Granular (Konsequenz, 2014)

Dagli accordi limpidi, introspettivi e sospesi di “Frammenti angelici - incipit” riconosciamo il tratto pianistico di Girolamo De Simone, compositore ed operatore culturale, sicuramente noto a chi ci segue, ma soprattutto conosciuto dai fautori della musica di frontiera. Questo suo nuovo lavoro assume un significato particolare perché intende festeggiare le venti primavere di “Konsequenz”, la factory culturale fondata dallo stesso pianista con Giuseppe Chiari, Giancarlo Cardini e Daniele Lombardi, che negli anni con sviluppo carsico ha dato vita a una rivista, saggi monografici, concerti, festival, CD. In realtà, le “celebrazioni” (parola quasi fuori luogo, visto lo stato semi-comatoso in cui versa la cultura, almeno quella istituzionale, a Napoli e dintorni) contemplano l’uscita di tre dischi prodotti dall’associazione “Ferenc Liszt” e distribuiti dal sito www. masseriadeisuoni. org. Gli altri due album sono vere chicche, una storica rilettura di Piero Grossi (1917-2002) per sintetizzatore elettronico della “Sacre du Prinptemps” stravinskiana, e “Iren — Improvvisazioni Vesuviane" del compositore aquilano Antonello Neri. Ritorniamo al lavoro desimoniano, per dire che è un’opera che esce in concomitanza dei trecento anni dalla nascita del compositore settecentesco Niccolò Jommelli. Come sempre l’approccio alla registrazione è in presa unica, senza artifici. De Simone siede al suo Steinway & Sons: «I microfoni sono interni, con degli accorgimenti particolari (sospensioni e studio delle posizioni). – spiega – Odio comprimere il suono o mettere dei limiter. Preferisco una resa assolutamente fedele all'originale. Anche se la ripresa inevitabilmente include o può includere qualche difetto. Si salvano, però, tutte le armoniche e soprattutto la differenza originale tra piano e forte, per me importantissima. Sono rimasto fedele a una idea partita col mio primo disco, un live pubblicato nel 1994, da registrazioni risalenti anche a dieci anni prima». Lungi dall’essere solo una rivisitazione delle composizioni del canonico aversano, il disco contiene brani pianistici che attraversano i pentagrammi del tempo. Il secondo brano del programma è “Di mirabile cena”, in cui De Simone esprime una raffinata poesia descrittiva nei cambi da timbri cupi a registri medi e alti. Con “Antica melodia siriana” e “Antifona del tempo andato” (che era stata pensata per clavicordo, strumento a tastiera in grado di riprodurre il vibrato delle corde percosse) l’autore ritorna a scandagliare le antiche scale mediorientali e a sublimare cicli ritmici della musica popolare vesuviana e scale di ascendenza napoletana: è una discorsività strumentale dal tratto cangiante, che muove dal lirico al fitto ondeggiare. A seguire, entriamo poi nel mondo sonoro delle campane tibetane (il cui uso meditativo e terapeutico si sta diffondendo rapidamente anche in Italia): “Le sacre campane-incipit” e “Le sacre campane del Tibet” sono due brevi composizioni che testimoniano i recenti studi del musicista vesuviano sulla musicalità di questi strumenti. Nella prima ascoltiamo il suono diretto delle campane, suonate da Alfonso Beatrice, nel seconda partitura desimoniana lavora sulla risonanza base e sui sovratoni dello strumento. Acceso e delicato al contempo è il sentire nell’antichissimo organum “Cunctipotens genitor deus”, datato 915 d.C. e attribuito, nella compilazione della Schola Gregoriana Mediolanensis, a Tutilone (o Tutilo) di S. Gallo, in cui De Simone rilegge le due voci originarie mettendo insieme un’armonizzazione affatto convenzionale e le sospensioni “respirate” tipiche del suo pianismo. Il successivo brano espone al clavicordo un frammento di “Recercada quadra” del compositore spagnolo Diego Ortiz, maestro di cappella a Napoli. Un’anticipazione di un futuro lavoro imperniato sul clavicordo e sui materiali di autori partenopei o che con la città hanno avuto a che fare. Se un precedente lavoro, “ScarlatAct”, era esplorazione della dissonanza, a partire da frammenti delle Sonate scarlattiane, qui De Simone realizza un “update” della consonanza jommelliana. Difatti, gli ultimi due brani (“Jommelli granular #2” e “Jommelli granular #1”), emblematici della visionarietà del compositore vesuviano, rielaborano composizioni del musicista aversano con quella che De Simone stesso descrive come “sintesi additiva granulare”, che mette insieme uno strumento antico come il clavicordo e un MacBook. Dopo aver “centrifugato” al computer “grani” registrati con il clavicordo, De Simone ha generato suoni compositi, creando tre movimenti con l’uso del computer. Così il musicista spiega il suo operare: «Ho dapprima trascritto per clavicordo una sonata di Jommelli, originariamente, per due esecutori al clavicembalo. Ne ho formato un “estratto” alla maniera di Zorn, cioè con “salti” di senso simili a tagli veloci e inopinati. Il clavicordo ha una voce assai flebile, ho quindi trovato il modo per amplificarlo, con microfoni a contatto, di quelli usati per gli strumenti ad arco. Per le parti trattate con l'elettronica, la catena di registrazione si interrompe qui, nel senso che vado direttamente alla scheda audio del computer: un macBook Pro i7. Da questi frammenti ho estratto alcune ore di registrazione attraverso la sintesi additiva granulare. Dalle ore di registrazione, ho infine tratto il “bordone”, una sorta di pista ciclabile, sulla quale poi scorre nuovamente il clavicordo, ma registrato in altro modo. Difatti, dai microfoni a contatto, vado in un amplificatore, e da lì registro nuovamente, usando un microfono stereo Audiotecnica (e non uno mono, come si potrebbe immaginare). La nuove tracce sono immaginate e composte ricercando la compatibilità armonica col bordone». Quest’opera multi-espressiva ed inquieta di Girolamo De Simone assomma capacità di ricercare linguaggi differenti alla fascinosa fruibilità. 


Ciro De Rosa