Eusebio Martinelli & Gipsy Abarth Orkestar Apolide (Autoprodotto, 2014)

Eusebio Martinelli è un musicista che, parallelamente alle numerose collaborazioni con artisti di primo piano del panorama nazionale e internazionale (Vinicio Capossela, Mau Mau, Modena City Ramblers, Calexico, Kocani Orkestar), ha coltivato una carriera solista che lo ha portato a produrre una musica originale, caratterizzata da un suono uniforme e un andamento ritmato, aggrappato saldamente alla sua tromba funambolica. Funambolico è tutto lo scorrere di Apolide - il secondo album a suo nome, suonato, come Gazpacho del 2011, con la Gipsy Abarth Orkestar - che ci strattona fino a farci sobbalzare all’inizio di ogni brano, senza però privarci di momenti caratterizzati da una visione più articolata e una gestione degli arrangiamenti a tratti inaspettata. In generale l’album si attesta su un “frenetismo” evidentemente gitano e balcanico - uno spettro sonoro e culturale al quale questo trombettista, allievo di Neldo Lodi, “storica tromba solista dei più celebri film di Sergio Leone”, attinge senza esitazione - al quale però, con un’attenzione che è necessario sottolineare, sembra sia riuscito a sottrarre (o almeno ad assottigliare) la riproposta e la reiterazione del beat più tradizionale. Un beat che - come abbiamo avuto modo di osservare anche con altre formazioni di cui si è parlato in queste pagine - mantiene, nella sua andatura zoppa e strutturalmente sbilenca, un’irriducibile forza, che attrae, anche se forse non costantemente, il favore di un pubblico molto numeroso e internazionale. Un beat, però, che solo attraverso l’apporto di musicisti illuminati - e quindi in casi tutto sommato sparuti - riesce a uscire dai suoi schemi più rigidi, suggerendo una sfumatura non solo più contemporanea ma anche più originale. Tenendo conto di questo quadro, Martinelli, invece, ci fa un doppio regalo. Prima di tutto, come dicevo, non aderendo in modo esclusivo alle versioni più tradizionali e incallite del groove balcanico. In secondo luogo - forte di una formazione maturata attraverso le collaborazioni di cui sopra, lo studio della musica classica e la frequentazione di diverse orchestre classiche, jazz, fanfare, fino ad arrivare a suonare con artisti del calibro di Marc Ribot o Michel Godard - proponendoci la visione personale di una musica sintetizzata in modo “sano”, cioè attraverso l’esperienza e non soltanto l’alchimia dei generi. E con Apolide non ha deluso le aspettative che aveva creato con la sua prova d’esordio da solista e con le partecipazioni ai progetti di tanti esponenti del panorama musicale alternativo italiano e non solo (tra questi mi piace ricordare Vox Creola di Morino Migrante, alias Luca Morino). La successione delle otto tracce è ben rappresentata dall’immagine di una frusta sbattuta a terra con forza, le cui oscillazioni producono una serie di risonanze inaspettate e diffondono nell’aria le scaglie di una deflagrazione sorda, smorzata dalla polvere che si alza da terra. Ogni scaglia è un nuovo strumento che si aggrappa alle frustate della tromba di Eusebio: limpida, secca, definita e aperta a mille combinazioni. Aperta, ad esempio, a una danza visionaria e oppositiva con il theremin, lo strumento “divergente” che si suona senza toccarlo (interrompendo con il movimento delle mani le frequenze prodotte fuori dallo spettro udibile) e che ha stuzzicato l’immaginario di tanti musicisti: da Jimmy Page a Capossela. Proprio dalla ghenga di quest’ultimo arriva Vincenzo Vasi, compositore e polistrumentista, che in Surus - brano dedicato all’elefante con cui Annibale valicò le Alpi - si presta con il suo theremin a rivoltare un brano strumentale energico e ostinato, costruito su una linea di tromba efficace, dall’andamento spezzato e coinvolgente. Il theremin arriva prima in alternanza alla tromba - soluzione che si ripropone anche in altri passi del brano - per poi spingersi a interpretare il tema principale. Il risultato è interessante e piacevole, perché definisce un’interazione ambigua, che nei momenti di crescendo - nei quali gli strumenti ritmici si amalgamano quasi all’unisono alla tromba - il theremin assorbe il fragore e ci sospende in una bolla liminale priva di elementi di riferimento. Queste sferzate accrescono la densità del flusso dei suoni, grazie anche all’apporto di altri strumenti con i quali Martinelli ispessisce la trama del suo racconto. Tra questi vanno senz’altro citati il sax soprano e il clarinetto basso (suonati da Fabrizio “Biccio” Benevelli), la fisarmonica di Daniele Donadelli, il violino bosniaco di Mario Sehtl e la chitarra flamenco di Sebastian Macìas Masera. 


 Daniele Cestellini