Paco de Lucía - Cancion Andaluza (Universal Music, 2014)

Paco de Lucía è morto nel febbraio scorso dopo aver attraversato gli ultimi cinquant’anni (circa) da maestro insuperato del flamenco e del chitarrismo moderno. Come accade spesso di fronte a personalità fuori dalla norma, per le loro capacità tecniche ma soprattutto per le dosi straordinarie di visionarietà che orientano la loro opera, i contributi che il grande chitarrista di Algeciras ha lasciato alla cultura musicale contemporanea sono inestimabili. Non solo perché la sua chitarra ha interpretato il flamenco come nessun altro aveva fatto. Ma soprattutto perché ha ampliato lo spettro di questo genere popolare che ha imparato e “incorporato” (come si incorporano empiricamente i tratti espressivi di una tradizione orale) sin da bambino (ha iniziato a suonare la chitarra a cinque anni, dentro una famiglia di musicisti e chitarristi), diffondendone i riflessi oltre lo specialismo tecnico-esecutivo o il cerchio degli amatori (o, ancora, delle varie categorie di “riabilitatori”), fino a raggiungere un pubblico meno definito in fatto di “appartenenze”, più abituato a scavalcare i generi, a immaginare le potenzialità di qualche sperimentazione e preparato al trasporto della musica “nuova” (“new” è stato chiamato il genere flamenco dopo l’arrivo di de Lucia). Prima dell’improvvisa scomparsa, Francisco Sánchez Gómez - questo il suo vero nome: Paco è il diminutivo di Francisco, a cui era stato aggiunto “de Lucía” (“di Lucia”, figlio di Lucia), cioè il riferimento alla madre Lucía Gómez, come segno di riconoscimento, di distinzione dagli altri Paco, ma soprattutto di una tradizione evidentemente popolare di connotazione e appartenenza - ci ha lasciato “Canción Andaluza”, l’album uscito postumo all’inizio di maggio, che si è posizionato ai vertici delle classifiche spagnole ed europee. Composto da otto brani inediti, scritti, registrati, masterizzati e “messi a punto” da de Lucía a Palma di Maiorca, nello studio della sua casa, l’album ha assunto - prima ancora di uscire per la Universal - il profilo di una sorta di testamento musicale. E, se non fosse per la piegatura dentro uno spazio evidentemente stretto che ridurrebbe di troppo la comprensione dei contenuti, sembrerebbe proprio che il grande chitarrista, all’età di sessantasette anni, avesse le idee chiare su “come” indagare e sviluppare il “suo” flamenco, su “cosa” far confluire nelle sue composizioni, su “dove” e su quali elementi calibrare lo sviluppo del pan-genere che aveva avveniristicamente formulato (ricordiamo, a titolo di cronaca, che ha pubblicato La fabulosa guitarra de Paco de Lucía, il primo disco da solista, nel 1967, quando aveva già maturato un’importante esperienza in varie tournée e collaborato con altri chitarristi, tra i quali Ramon de Algeciras, suo fratello maggiore. Tra le collaborazioni più importanti vanno senz’altro citate quelle con i chitarristi Ricardo Modrego e A. Fernández Díaz Fosforito, fino ad arrivare a quella con Al Di Meola e John McClaughlin, con i quali incise, nel 1980, Friday Night in San Francisco, la jam session del Warfield Theatre, che è unanimemente considerata una pietra miliare del chitarrismo contemporaneo). Al di là del fatto, molto significativo, che l’album Canción andaluza è suonato con i musicisti che da tempo lo accompagnavano, è interessante notare che, nel loro insieme, i brani rappresentano un momento ispirato della produzione di Paco de Lucía, forse più che in passato attratto dalla lavorazione del dettaglio, oltre che dalla costruzione di un’armonia equilibrata e sospesa tra la sua chitarra e i pochi altri strumenti che compaiono nel disco. Ascoltando con attenzione la successione dei brani - accomunati da un’atmosfera molto soffusa, equilibrata e delicata (dalla quale escono tuttavia le leggere dissonanze del prologo di “Te he de querer mientras viva”, cantata da Estrella Morente), ma allo stesso tempo austera e decisa - si riconosce soprattutto la compostezza dell’esecuzione che, a differenza di quanto avrebbe probabilmente fatto un virtuosismo più conosciuto e “rappresentativo” del new flamenco, definisce una tensione costante e suggerisce un processo di scrittura senza schemi. Ancora una volta “nuovo”, cioè. “La chiquita piconera”, il brano strumentale posto a metà dell’album, è forse il più rappresentativo di questo procedimento. Dove si incontrano gli ostinati saltellanti che solo le sue dita riescono a disegnare, la brillantezza della frase melodica, la dinamica di un suono sempre morbido e vivo. 


Daniele Cestellini