“Non più il rombo del cannone”. Italo Calvino e la canzone d’autore

Intervista con Enrico de Angelis 

Nell’inverno del 1957 si costituisce a Torino il gruppo dei Cantacronache, la cui esperienza collettiva contribuisce a superare banalità e mistificazioni della canzone leggera italiana di modello sanremese, introducendo un linguaggio diverso – forte dell’impegno di “evadere dall’evasione” – e costituendo la premessa di un lavoro di ricerca sul canto sociale e politico foriero di notevoli sviluppi etnomusicali. Del gruppo fanno parte Sergio Liberovici, Emilio Jona, Michele L. Straniero, Giorgio De Maria, Fausto Amodei, Margherita Galante Garrone (più nota come Margot, ritornata con un bel disco di 16 nuove canzoni nel 2011, pubblicato da Nota, e dimenticata – per ora – dai tanti che prendono la parola e cantano per celebrare quella formidabile stagione); collaborano al gruppo, tra gli altri, Franco Fortini, Umberto Eco, Giorgio De Maria e Italo Calvino. All’epoca, quest’ultimo ha già pubblicato il romanzo sulla Resistenza “Il sentiero dei nidi di ragno”, la raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo”, nonché i primi due romanzi del ciclo fantastico-allegorico “I nostri antenati” (“Il barone rampante” e “Il visconte dimezzato”, cui due anni dopo seguirà “Il cavaliere inesistente”). Il suo interesse per le fiabe è documentato anche dal volume “Fiabe italiane”, pubblicato l’anno prima. Calvino è autore di canzoni musicate da Sergio Liberovici, compositore, scrittore, didatta, ricercatore di tradizioni popolari, organizzatore infaticabile: un connubio, uno scambio fecondo tra letteratura e canzone, che guardava al canone del teatro brechtiano più che subire l’influenza del folk revival americano e della canzone francese. 
Al corteo CGIL del Primo maggio 1958 gli altoparlanti mandano la canzone “Dove vola l’avvoltoio”, le cui immagini rinviano al mondo fantastico del Calvino narratore. Da lì partirà l’avventura di un gruppo di lavoro che giocherà un ruolo fondamentale nella genesi della canzone d’autore e, incrociando le istanze demartiniane, nel dare voce al mondo popolare. Il Calvino autore di testi musicati era già stato al centro dell’attenzione di artisti italiani: la cantautrice Grazia Di Michele ha inciso canzoni di Calvino nel suo album “Chiamalavita”, mentre “Oltre il ponte” ha avuto numerosi interpreti, da Sara Modigliani a Moni Ovadia, fino ai Modena City Ramblers. È di questi giorni un nuovo raffinato progetto dedicato al Calvino paroliere, che scava a fondo nella produzione del letterato, riproponendo anche delle rarità. Riprendendo un verso di “Dove vola l’avvoltoio”, lo spettacolo si intitola “Non più il rombo del cannone. Le canzoni di Italo Calvino”. Del reading-concerto, presentato in prima assoluta il 21 giugno a San Remo, città dell’infanzia e dell’adolescenza di Calvino, ci parla Enrico de Angelis, responsabile artistico del Premio Tenco, giornalista e saggista, tra i massimi studiosi della canzone d’autore italiana. Invece, Margherita Zorzi – che coniuga il suo lavorio di ricercatrice di matematica con lo studio della canzone d’autore e politica; è autrice di “Fausto Amodei. Canzoni di satira e di rivolta” (2008) e “Cantare il lavoro. Mestieri e dintorni nella canzone d’autore” (2010) – ci porta la testimonianza della serata veronese dello spettacolo, tenutasi il 3 luglio nell’area antistante la sede dell’emittente Radio Popolare Verona. 

Come nasce questa idea di ripercorrere il Calvino “cantautore”? 
Nasce da un’iniziativa di una benemerita associazione volontaria di Sanremo, “Pigna Mon Amour”, che sta dedicando a Calvino un ciclo di iniziative varie, partito lo scorso 15 ottobre, giorno del compleanno dello scrittore, a 90 anni dalla nascita. La cosa si spiega naturalmente anche col fatto che Calvino era di padre sanremese, visse a Sanremo infanzia e adolescenza, e nell’entroterra sanremese partecipò alla Resistenza. Il Club Tenco ha ottimi rapporti con questa associazione, e quando mi è stato chiesto di realizzare qualcosa insieme, essendo il nostro il terreno della “canzone d’autore”, ho immediatamente proposto di rispolverare le canzoni esistenti su testi di Calvino. Più “d’autore” di così... Abbiamo dunque realizzato una serata con queste canzoni commentate ed eseguite dal vivo, proprio nel cuore del vecchio quartiere sanremese della Pigna, con una replica a Verona, per la festa di Radio Popolare Verona. Ma poi, possiamo davvero definirlo “cantautore”? No... perché non cantava. Un autore di canzoni sì, pur se marginalmente. In tutto le canzoni esistenti su suoi testi sono meno di una decina. A dire il vero, almeno un paio di volte Calvino cantò in pubblico, con la sua voce baritonale, all’interno del gruppo dei Cantacronache, nel giro di pochi mesi nel 1958: in una memorabile serata a Palazzo Carignano a Torino, e al Teatro dei Satiri a Roma, dove tutto il gruppo era andato in treno, e in treno – raccontava Michele Straniero – Calvino dormì sulla reticella del portabagagli. Della prima occasione esiste una registrazione, ma la voce di Calvino non è identificabile. 

Fondamentale il sodalizio musicale con Sergio Liberovici. 
Sì, tutto parte da lui. Liberovici era un musicista di estrazione classica, in quel momento attivo nel campo della dodecafonia, nonché critico musicale de L’Unità come “vice” del grande Massimo Mila. Un giorno del 1957 butta giù sul suo diario dei versi legati alla “stabilità della lira”: ha cioè in mente dei temi di attualità concreta e quotidiana, su cui costruire delle canzoni, evidentemente diverse dallo standard corrente della canzonetta. Non cioè una cantata o un’opera lirica come sarebbe stato più consueto per un musicista della sua estrazione, bensì qualcosa di “agile e scorrevole” (scrive così). In quello stesso periodo parte per un viaggio in Germania con fior di colleghi diventati poi tutti molto noti: il musicista Giacomo Manzoni, il direttore d’orchestra Piero Santi, il musicologo Luigi Pestalozza. Lì, nel teatro del Berliner Esnsemble diretto da Brecht, restano affascinati dalle canzoni di Brecht musicate da Dessau e da Eisler; e tornati in Italia assistono al Piccolo di Milano all’”Opera da tre soldi” di Brecht e Weill. Galvanizzato da quest’uso civile della canzone, espone le sue idee a Michele Straniero, collega a L’Unità come critico teatrale, ma anche un poeta e un intellettuale che a Torino era redattore alla Rai (si pensi che in quegli anni alla Rai di Torino lavoravano contemporaneamente – oltre a Straniero – Umberto Eco, Primo Levi, Furio Colombo, Gianni Vattimo…): l’idea cioè di scrivere canzoni realistiche, sull’esempio di Brecht e anche di autori francesi che sia pur faticosamente si stavano infiltrando in Italia (soprattutto Brassens e la coppia Prévert-Kosma), nonché trovando radici nella tradizione popolare italiana. 
I due cominciano ad esporre il loro progetto agli amici, riuscendo pian piano a vincere la diffidenza degli ambienti colti e dei letterati verso lo strumento della canzone, almeno com’era praticata allora. Già, perché gli amici che questi due frequentano, fra Torino e Milano, si chiamano Italo Calvino, Franco Fortini, Giulio Einaudi, Carlo Galante Garrone, Massimo Mila, Umberto Eco, Furio Colombo, Dario Fo, Franco Parenti, Gianfranco De Bosio, Franco Antonicelli, Emilio Jona, musicisti colti come Valentino Bucchi, Giorgio De Maria, Fiorenzo Carpi, o i già citati Manzoni e Santi. Scusate se è poco! Tutti costoro accettano di collaborare, anche scrivendo canzoni, in modo più o meno occasionale. Compreso Calvino, dunque; per il quale sarà soprattutto Liberovici a rivestire di note le sue parole. Il gruppo decide di darsi un nome e Straniero inventa l’eloquente espressione Cantacronache, evidente variante del termine “cantastorie”. L’intento dichiarato era quello di combattere la canzone di consumo, la canzone del Festival di Sanremo, la canzone “gastronomica”; di “evadere l’evasione”, per usare le loro stesse parole. I Cantacronache cominciano a proporre le loro canzoni nei salotti progressisti di Torino, e pan piano cominceranno a farne anche dei dischi. 

Da studioso della canzone d’autore italiana, quali i punti di forza di quel repertorio?
Sicuramente il realismo. L’attaccamento alla realtà vera, di tutti. Temi civili, collettivi (purtroppo ancora attuali!): contro il militarismo, il razzismo, il disprezzo dei diritti dei lavoratori, il clientelismo, il consumismo, la burocrazia, il servilismo dei mezzi di comunicazione... Non solo, però: anche il disagio esistenziale, la noia quotidiana… Soprattutto nel caso di Calvino, poi, quasi tutte le sue canzoni hanno un pregio, una struttura che purtroppo la canzone italiana sta piuttosto trascurando: una linearità narrativa, anche se magari non-realistica. Pochi oggi in canzone “raccontano”. Calvino lo fa. Se posso aggiungere qualcosa su questo aspetto nell’attualità di oggi, ho l’impressione che sia più facile scrivere filosofeggiando, sentenziando, indugiando in divagazioni esistenziali, anziché fotografare una situazione concreta, raccontare una storia. L’astratto, secondo me, è più comodo da giostrare, anche tecnicamente, perché ci si può infilare qualunque vago concetto, qualunque parola generica che stia sulla musica, mentre una narrazione precisa non può ignorare la verità di quel che si sta raccontando, nei suoi dettagli. 

Se proviamo a confrontare il Calvino di "Dove vola l’avvoltoio" del 1958, con la deandreana “La guerra di Piero”, troviamo analogie nelle immagini… 
 E certo... “La guerra di Piero” è di 5 anni dopo, e pare a tutti evidente che Fabrizio nel pensarla abbia introiettato la canzone di Calvino, specie là dove dice “Nella limpida corrente ora scendono carpe e trote, non più i corpi dei soldati che la fanno insanguinare". Versi che assomigliano ai suoi “Lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati, non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente”. 

Si possono trovare altre anticipazioni della stagione della canzone d’autore? 
Ricordiamoci che un Francesco Guccini dichiarò: “Fu dopo aver sentito i Cantacronache che cominciai a sforzarmi di comporre in maniera diversa. Questa gente mi è stata maestra”. Certamente la lezione dei Cantacronache si sente in Guccini, sia in certi tagli epico-lirici, narrativi, sia in quelli più ironici e quasi cabarettistici. Questi sono esempi del fatto che, pur se i Cantacronache non hanno mai avuto una grande risonanza, un largo seguito, un riscontro mediatico e tantomeno di vendite discografiche, tuttavia hanno inciso molto sul gusto e sulla consapevolezza culturale di tanti artisti successivi. Senza i Cantacronache, molte delle successive esperienze di canzone sociale o civile non sarebbero esistite.

Si individuano temi ricorrenti, magari da porre in relazione con il Calvino narratore?
Le canzoni di Calvino sono oggettivamente molto poche per trovarci dei temi ricorrenti. Ma rispetto ai suoi scritti agganci ce ne sono, specie quando canta di guerra e di Resistenza, anche perché gli elementi sono autobiografici, ugualmente presenti nei romanzi come nelle canzoni. L’avvoltoio appena citato può ricordare il corvo della raccolta “Ultimo viene il corvo”. Le immagini di “Dove vola l’avvoltoio” richiamano scritti precedenti sulla guerra vissuta sulla propria pelle negli anni ’40, per esempio nel racconto “Gli avanguardisti a Mentone”. In quello stesso racconto farà dire alla madre: “Al soldato di conquista ogni terra è nemica, anche la sua”. Si parla cioè di guerra in linea con la convinzione, chiaramente espressa da Calvino nei suoi scritti, che la guerra non è un gioco e ci coinvolge nostro malgrado, per quanto «distacco» noi pensiamo di porre tra noi e la realtà. La canzone “Oltre il ponte” è un flash sulla Resistenza partigiana che Calvino offre e affida a una ragazza insieme al ricordo degli auspici che quella Resistenza aveva portato con sé. Ci sono quindi insieme, contemporaneamente, passato e futuro, memoria e speranza, come spesso in Calvino. Sono vicende ed emozioni della Resistenza vissute prima di ogni altra cosa, come è stato detto, come «una scelta privata di moralità»; e che Calvino già aveva ben raccontato nel “Sentiero dei nidi di ragno”, il cui protagonista Pin, tra l’altro, è intriso di una cultura fatta di canzoni e filastrocche popolari. E poi c’è addirittura una canzone, “Canzone triste”, che in pratica condensa il suo racconto “L’avventura di due sposi”. 

Ci presenti il repertorio dello spettacolo? 
 Ci sono le 4 canzoni su musiche di Liberovici nate in ambito Cantacronache tra il ‘58 e il ‘59 : “Dove vola l’avvoltoio”, “Oltre il ponte”, “Canzone triste”, “Il padrone del mondo” (quest’ultima fu incisa solo parecchi anni dopo da Glauco Mauri). La discografia di Cantacronache comprendeva anche un filone per l’infanzia, “Cantafavole”, per il quale Calvino scrisse la filastrocca “Sul verde fiume Po”, musicata da Fiorenzo Carpi, un altro grande musicista per teatro e canzone teatrale, che ha scritto per Dario Fo, Laura Betti, Milly, Vanoni, Vittorio Gassman, Giustino Durano, i Gobbi di Franca Valeri, Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, ecc. Poi ci sono due pezzi nati invece per un’esperienza analoga sviluppatasi a Roma nel 1960, quando un gruppo di scrittori e poeti si dedicò a scrivere canzoni – con vari musicisti – per Laura Betti e un suo memorabile spettacolo intitolato “Giro a vuoto”. In questa occasione Calvino scrive due testi, a uno dei quali, influenzato probabilmente dalla “dolce vita” romana del momento, dà un doppio titolo perché evidentemente non poteva rinunciare anche all’evocazione della sua amata Torino: lo intitola infatti “Turin la nuit o Rome by night”, giustamente associando le due diverse lingue alle due diverse città; qui la musica è di Piero Santi; la canzone è molto rara, perché non è mai stata incisa su disco. Ancora più “inedita”, se così si può dire, è l’altra, “La tigre”, nel senso che la musica di Mario Peragallo si è persa, è introvabile, per cui noi nello spettacolo ci limitiamo a recitarla. Infine c’è un brano, “Quando ricordiamo”, tratto da “La vera storia” di Luciano Berio, il quale vi lavorò dal 1977 al 1981, debuttando alla Scala nell’82 con Milva protagonista, e poi rappresentato anche all’Opéra di Parigi.

Com’è articolato lo spettacolo? Chi sono i protagonisti? Non è la prima volta che le canzoni di Calvino sono riproposte… 
 A cantare e suonare sono due specialisti, la cantante Grazia De Marchi e il pianista Giannantonio Mutto. Entrambi erano stati protagonisti nel 1989, insieme al compianto Duilio Del Prete, di uno spettacolo prodotto dall’Estate Fiesolana e poi rappresentato pure al Premio Tenco, che riuniva le canzoni di Calvino con quelle di Pasolini; ma in quello spettacolo era Duilio che cantava Calvino, e Grazia cantava Pasolini. Già nel 1985, comunque, il Club Tenco aveva ricordato su palco dell’Ariston le canzoni di Calvino con un set che riuniva proprio Duilio Del Prete, Michele Straniero, Sergio Liberovici e Rosalina Neri. Nel caso attuale ci sono anch’io in scena, a introdurre la materia e a commentare di volta in volta i brani musicali. E nell’occasione di Verona sono state affidate delle letture a Serena Betti. 

Ci sono già stati un paio di appuntamenti live. Si può pensare ad una sorta di tour? 
Questo dipende solo dall’offerta... Se c’è qualcun altro in Italia che mostra di essere interessato alle canzoni di Italo Calvino... noi siamo pronti. 


Ciro De Rosa 


“Non più il rombo del cannone. Le canzoni di Italo Calvino”, Verona, 3 Luglio 2014 
La parola che immediatamente mi sovviene quando penso ad Italo Calvino è incanto: incantevole persona, incantevole intellettuale, incantevole scrittore e... autore di canzoni. Sì, perché se avete amato le sue parole, consumando i suoi libri ed assaporando le rarefatte e assolutamente disarmanti risposte delle rare interviste, vi piacerà forse incontrare il Calvino paroliere di musica “leggera” (ma non troppo). È proprio pensando a questa prospettiva un po’ inedita sul partigiano Santiago (nome di battaglia di Italo durante la Resistenza) che Enrico de Angelis, con l’usuale eleganza e competenza, ha costruito lo spettacolo “Non più il rombo del cannone. Le canzoni di Italo Calvino”. Suoi compagni di viaggio Grazia De Marchi, voce di primo livello nel panorama della musica popolare italiana, e Giannantonio Mutto, pianista di grande talento ed impeccabile abilità tecnica. Dopo il successo conseguito a Sanremo (città in cui Calvino trascorse la fanciullezza prima dell'approdo nell’amatissima Torino) il recital è arrivato a Verona, al “Popolare Summer Festival 2014”, la festa di Radio Popolare Verona, offrendo un’ora e mezza di belle canzoni e un autentico spaccato di storia, non solo della musica ma anche del costume dell’Italia del dopoguerra e del boom economico. Sono otto, i pezzi che Calvino ci ha lasciato: alcuni noti (almeno tra gli “addetti ai lavori”), altri di fatto recuperati/riesumati con archivistico talento da de Angelis, che è riuscito a scovare chicche ed inediti che hanno in parte sorpreso anche cultori di certa canzone d'autore. I pezzi più celebri usciti dalla penna di Calvino (ripresi negli anni da numerosi interpreti d’essai) sono certo quelli legati al movimento Cantacronache (Torino, 1958-1962, «un’avventura politico-musicale», come la definirono gli stessi protagonisti, che cambiò la concezione di canzone leggera, importando letteratura ed impegno nella musica non colta), affidati nella parte musicale all'immenso Sergio Liberovici. A Cantacronache de Angelis ha dedicato un’ampia e doverosa introduzione, anche in virtù del ruolo fondamentale che ebbe nello svegliare le coscienze (importando il concetto di “evadere l'evasione”) di quelli che poi sarebbero diventati i nostri più grandi cantautori (tra tutti, Fabrizio De André e Francesco Guccini); non a caso il primo pezzo in scaletta è arrivato proprio dal movimento torinese: “Dove vola l’avvoltoio”, universale e dirompente inno pacifista a cui De Marchi e Mutto hanno reso ampiamente onore bilanciando suggestioni popolari e sound incalzante. 
Ricordiamo anche gli altri pezzi di Cantacronache: la bellissima “Oltre il ponte”, dedicata alla Resistenza (memorabile l'interpretazione di Duilio Del Prete al Tenco 1985, con lo stesso Liberovici al piano), passando per la chagalliana (così definita da Enrico de Angelis) “Il padrone del mondo”, fino alla dolcissima “Canzone triste”. A quest’ultima è stato coraggiosamente affiancato il testo integrale del racconto che la ispirò, ovvero "L’avventura di due sposi": lettura affidata a Serena Betti, splendida lettrice della serata (nonché voce storica di Radio Popolare Verona), che ha permesso al pubblico il confronto e il gusto di conoscere la magia del passaggio dalla narrativa (lo spazio ed il tempo dilatati, il lusso della trama, i dettagli) alla canzone (il pertugio della parola, il flash, la capacità di comunicare in modo diretto ed immediato il sentire). Se forse la coppia Calvino/Liberovici è irripetibile per “alchimia”, le altre avventure musicali di Calvino sono comunque affascinanti. Divertente e amara “Sul verde fiume Po”, una svolta decisamente folk per Calvino paroliere (non a caso l’autore della musica è in questo caso Fiorenzo Carpi), una filastrocca “cumulativa” (per farvi un esempio, pensate alla successione decrescente dei “Dieci Piccoli Indiani”), spaccato ironico e amaro sull'egoismo umano: un pezzo con cui Grazia De Marchi regala forse la sua interpretazione migliore. 
Interessante anche l’avventura nella Capitale di Calvino, quando da Torino arriva a Roma per scrivere per Laura Betti (per lo spettacolo “Giro a vuoto”): un periodo immortalato da una canzone divertentissima, ovvero “Turin la nuit/Rome by night” (musica di Piero Santi e doppio titolo che non trascura nemmeno da lontano l’amato capoluogo piemontese), dove ancora De Marchi mette in gioco non solo doti canore ma anche una grande espressività scenica. Culmine tra gli inediti sopracitati, un’altra canzone per Laura Betti, di cui è rimasto solo il testo (la musica perduta fu composta da Mario Peragallo), ovvero “La tigre”, qui riproposta attraverso la lettura di un’altra Betti, ovvero Serena, e i virtuosismi di Mutto (che ha ricamato con doti di fine cesellatore di armonie e melodie l’intero spettacolo). La serata ufficiale si è chiusa omaggiando il piacere/dovere del raccontare (il raccontare ci salva, ci lega, ci impedisce di dimenticare…) con “Quando ricordiamo” (tratto dallo spettacolo “La vera storia” di Luciano Berio), in cui l’intento degli autori è esattamente proporre un fatto narrato da due prospettive diverse, come da due cantastorie che offrono all'ascoltatore le proprie ortogonali prospettive. Non sono mancati i bis, tra i quali “Turin la nuit/Rome by night”, successo probabilmente dovuto a uno dei ritornelli – “una volta sbagliai di marito, si somigliano tutti di notte…” – che ha divertito il pubblico ed instillato una buona idea a molte tra noi signore. Concludendo e tornando all’incanto, è incantevole che qualcuno (Enrico de Angelis e i suoi compagni d’avventura) abbia dedicato tempo ed intelligenza per cercare, studiare, capire e (ri)proporci queste canzoni, queste parole, queste storie. Al cospetto di questa generosità, pensando a Calvino, ai Partigiani, alla condivisione attraverso la memoria collettiva, mi viene da proprio da dire… W l'Italia che resiste! 


Margherita Zorzi