Mimmo Cavallaro, tra “Sonu” e “Sacro Et Profano”

Mimmo Cavallaro è una delle voci più forti del panorama musicale che si è andato definendo, da alcuni anni a questa parte in modo sempre più netto, nella convergenza di ricerca sui patrimoni espressivi di tradizione orale e interpretazione moderna, di studio e riproposta. In due parole del panorama italiano della world music. La sua storia percorre gli ultimi decenni e si interseca con alcune delle esperienze probabilmente più rappresentative del complesso processo di valorizzazione delle musiche popolari in Italia. La più famosa è senza dubbio Taranta Power di Eugenio Bennato, ma - come si potrà leggere nelle righe che seguono - lo scenario entro cui si inserisce l’attività di Cavallaro è la Calabria. Il cui fermento culturale è esaustivamente rappresentato, oltre che dalle attività di ricerca condotte nel passato e a cui molti artisti contemporanei attingono per sviluppare i loro progetti musicali, dal fiorire di gruppi di riproposta, di scuole dove si insegnano le tecniche degli strumenti tradizionali (organetto, tamburello, lira calabrese, chitarra battente), di festival. L’ultimo progetto che è nato in questa area (decretandone finalmente il carattere dinamico e dimostrando la volontà di musicisti, discografici, operatori culturali e istituzioni a perseguire la prospettiva di una riproposta consapevole e di una nuova collocazione anche internazionale delle musiche popolari) è CalabriaSona, un progetto di raccordo delle iniziative musicali e dei festival musicali calabresi. Abbiamo raggiunto Mimmo Cavallaro al ritorno da una tournée in Germania e nell’intervista che qui proponiamo ci parla dei suoi ultimi due lavori discografici – “Sacro Et Profano” e “Sonu” (con Taranproject) -, del presente e del passato delle musiche popolari calabresi, e di come queste siano in grado di descrivere con efficacia i fenomeni che caratterizzano la società contemporanea. 

Iniziamo con “Sacro et Profano”, il tuo ultimo disco. Ascoltandolo sembrerebbe che, oltre a raccogliere un ampio repertorio, sia anche un punto di confluenza della tua ricerca, della tua esperienza e anche della tua carriera… 
Sicuramente possiamo dire anche questo. Il disco arriva dopo tantissimo tempo che ho iniziato questo percorso nella musica popolare. La mia ricerca parte più o meno trent’anni fa e, dopo le varie esperienze con i vari gruppi che ho formato in questi ultimi quindici anni, ho pensato che era anche il momento di arrivare a un lavoro discografico di questo tipo. Si discosta un po’ dai lavori precedenti, dal lavoro che faccio con i Taranproject, dove diamo molto più spazio alla parte ritmica. Sono dischi che hanno molto a che fare con la piazza, con il ballo, con questo fermento che c’è qui da noi, ma che c’è un po' in tutta Italia. “Sacro et Profano”, invece, come hai potuto ascoltare, è un lavoro che dà molto più spazio alla voce, alla parte letteraria, diciamo, alla poesia. È un lavoro di questo tipo e penso che, in ogni caso, andava fatto. Soprattutto andava fatto per me, perché l’anima di quello che ruota intorno a questo progetto - e anche del lavoro fatto con Taranproject, Tarankhan, “Folìa” - è molto connessa a questa mia ricerca, questo mio lavoro che si era protratto piano piano negli anni e che ha creato questo bagaglio di musica, di parole e di ritmi. 

Oltre la voce e l’attenzione evidente al dialetto e al canto, il suono è molto pulito e curato. Per ricreare le atmosfere del repertorio che hai selezionato, hai fatto anche una cernita degli strumenti acustici e tradizionali? 
Ho pensato che fosse necessario creare uno scenario molto tranquillo, minimale e dare spazio ai colori delle voci, ma soprattutto ai colori delle chitarre e, in modo particolare, della chitarra battente. In Calabria abbiamo i De Bonis, dei liutai famosissimi e costruttori di questo strumento tipico del sud e della Calabria e tutte le chitarre che abbiamo utilizzato sono state prodotte da loro. Poi c’è la lira calabrese e il tamburello. Riguardo i tamburi abbiamo cercato di inserirli tanto per dare un minimo di ritmo, però sono chiaramente prevalenti i cordofoni, in particolare le chitarre, e la voce. 

Il disco è molto ricco - è composto da molti brani ed è in realtà un doppio album - e per questo si può considerare come una sorta di piccola antologia delle espressioni musicali di tradizione orale calabrese. I repertori che hai riportato si possono ancora ascoltare in funzione - come si dice in gergo - oppure sono legati alla memoria dei più anziani, o addirittura si trovano solo negli archivi di ricercatori come te? 
Purtroppo devo dire che in giro si sente pochissimo. I detentori di questo patrimonio sono per gran parte ormai scomparsi e quei pochi che ancora sono in vita sono persone anziane che ormai non si espongono più a cantare nelle chiese o nelle piazze. Quindi possiamo dire che, purtroppo, di questo materiale ce n’è pochissimo “attivo”. Ma io credo che il valore di questo lavoro sia dovuto anche a questo. Nel senso che ha, tra le sue finalità, anche quella di dare la possibilità a questi canti di restare nel tempo. Si tratta di un disco che raccoglie delle cose che altrimenti, magari tra dieci o quindici anni, nessuno avrebbe avuto la possibilità di ascoltare. Il valore di questo lavoro è anche questo.

Quindi possiamo dire che lo “stato dell’arte” delle musiche popolari in Calabria è questo: da un lato c’è un grande fermento da parte di artisti, che coniugano l’attività musicale con quella di ricerca, e quindi una forte attenzione a questo tipo di repertori. Dall’altro lato, però, al livello in cui queste espressioni sono originariamente state prodotte, non c’è molta dinamicità. 
Oggi non c’è molto da cui attingere, se non i lavori che sono stati fatti nel passato. Fortunatamente ci sono tante ricerche. Oltello Profazio, per esempio, grande cantastorie, ha lasciato in eredità alla regione un archivio sonoro molto ricco, di canti registrati sul territorio e lasciati come patrimonio culturale della Calabria. Poi ci sono tante altre ricerche, come quelle fatte sulla lira calabrese negli anni Ottanta, le ricerche fatte da Lomax negli anni Cinquanta. Insomma, diciamo che c’è materiale che è stato recuperato e al quale si può attingere. E spero che i ragazzi che oggi cominciano a fare musica e si interessano alla musica popolare vadano ad ascoltare e a far riferimento a questo materiale. Anzi diciamo che, fortunatamente, è stato ben recuperato. Poi c’è anche da dire che se non c’è l’attenzione da parte delle istituzioni e dei soggetti che lavorano sul territorio, chiaramente. è un problema per la cultura. Qua da noi, fortunatamente, abbiamo tutti questi festival, come il Kaulonia Tarantella Festival, che ormai c’è da diciassette anni, dove si dà tanto spazio alla ricerca, alla cultura, alla musica, a tutto quello che ruota intorno a questo mondo. Questo ha anche prodotto il proliferare di altri festival, di scuole che nascono su tutto il territorio, e di conseguenza abbiamo adesso tutto un mondo di ragazzi che hanno imparato a suonare la lira, che hanno già imparato a suonare l’organetto, i tamburelli. Nascono tanti gruppi, il fermento c’è ed è molto forte. Ed è qui che si innesca questo progetto CalabriaSona, nel quale Massimo Bonelli della CNI ha visto bene di raccordare tutte queste energie, tutto questo mondo di musicisti e di festival, per dare forza a tutto il movimento che si sta creando in Calabria. 

La tua recente tournée in Germania è legata proprio al progetto CalabriaSona? 
Sì. Il tour, che si è concluso da qualche giorno, ci ha visto girare per tutta la Germania in lungo e in largo, dove abbiamo constatato che questo tipo di musica - il ritmo della tarantella, in definitiva - sapevamo che piacesse alla gente del sud (in Germania ce ne sono tanti di emigrati), però abbiamo anche avuto l’opportunità, in questo caso, di capire che anche i ragazzi tedeschi sono coinvolti da questa musica. Infatti, in molte occasioni, gran parte del pubblico che ci seguiva era costituita da ragazzi tedeschi. Questa è un aspetto molto positivo e molto importante. Il tour è stato organizzato da CalabriaSona con la collaborazione degli istituti italiani di cultura all’estero, quindi tra i partner c’era anche il ministero degli affari esteri. Anche questo è un segnale importante, perché vuol dire che l’attenzione verso questo movimento comincia ad esserci anche da parte delle istituzioni “alte”. 

È sicuramente un dato positivo che ci sia interesse all’estero e soprattutto che le istituzioni italiani comincino concretamente a supportare questi settori. Per quanto riguarda, invece, il lavoro che tu fai come musicista, qui in Italia, nonostante la crisi questa musica assicura anche un’attività costante? 
Noi fortunatamente lavoriamo tantissimo tutto l’anno. Chiaramente il periodo estivo è quello in cui si concentra l’attività più costante, però c’è una richiesta di questa musica e noi, come Taranproject siamo molto richiesti. Posso dire che anche gli altri gruppi che sono attivi qua in Calabria lavorano. Chi lavora in questo campo della musica popolare ha forse più possibilità di altri. Ci capita di andare spesso anche in Lazio o in Campania, oppure al nord, in Lombardia, in Piemonte. Siamo stati anche in Svizzera e anche lì c’è molto interesse verso questo ritmo. 

Concludendo vorrei approfondire il progetto “Sonu”. Il dato generale che emerge, come hai già anticipato, è che le interpretazioni di queste espressioni sono più ritmiche e mediterranee. È un po' la cifra stilistica del vostro progetto Taranproject? 
In “Sonu” c’è la collaborazione di Cosimo Papandrea, Giovanna Scarfò, di queste voci molto marcate e molto importanti per il progetto. Poi abbiamo Carmelo Scarfò e Alfredo Verdini che sono la parte ritmica, che pulsano e fanno saltare le piazze. Abbiamo i cori di queste musiche mediterranee, con i fiati di Gabriele Albanese, Andrea Simonetti con le sue chitarre e le sue mandole. Così si crea questo sound molto mediterraneo e chiaramente il progetto “Sonu” si rifà molto a tanti brani della musica popolare, ma abbiamo anche tanti brani che scriviamo oggi. Parliamo di tante tematiche importanti, come la migrazione, di questo fenomeno di cui la nostra società oggi è spettatrice ma anche protagonista. Di questo mondo che dal sud del Mediterraneo viene verso l’Europa, di questi migranti che trovano la morte in questo mare. 



Mimmo Cavallaro/Cosimo Papandrea/Taranproject - Sonu (CNI, 2013) 
"Sonu" è il titolo dell’ultimo lavoro dei Taranproject, l’ensemble guidato da Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea che è assurto a rappresentare, nello scenario nazionale e internazionale, la “nuova” musica popolare calabrese. La formula che il progetto propone coincide con quella che ha fatto la fortuna della world music internazionale e che, ormai da molti anni a questa parte, mette insieme alcuni elementi delle musiche di tradizione orale di un’area con una struttura musicale “moderna”. Nella maggior parte dei casi, con il termine “moderno” si vuole intendere la forma della canzone “popular”, elaborata, cioè, dentro un processo di composizione che tiene conto di un struttura precisa - che prevede una connessione, secondo standard riconoscibili, tra le varie parti di cui si compone - e che, seguendo questa struttura, si esplica dentro un tempo determinato, composto da pochi minuti. Alla base della formula proposta da Taranproject nel disco Sonu ci sono due elementi che, più di altri, giustificano l’aderenza al “movimento” della world music e alimentano il successo di questo progetto, nato nel 2009 e con all’attivo altri due album ("Hjuri di Hjumari", del 2010, e "Rolica", del 2012 con Marcello Cirillo): il ritmo - organizzato nella convergenza di percussioni tradizionali (tamburi a cornice), batteria e basso elettrico - e le voci. Queste ultime sono sia maschili (Cavallaro e Papandrea) che femminili (Giovanna Scarfò). Le prime forti, profonde, “tradizionali”. Le seconde in grado di seguire un’estensione molto ampia, che regala a ogni brano uno spettro caleidoscopico di possibilità. Un terzo elemento, invece, sposta il disco in uno spazio più ambiguo, meno definibile e (probabilmente per molti) interessante. Si tratta dei temi, delle storie cantate, delle immagini evocate. Come si può leggere nel booklet del disco, si affrontano questioni di attualità e, sebbene attraverso l'uso del dialetto, secondo cioè un codice condivisibile in un'area ristretta, questo "allunga" il raggio d'azione della proposta dei Taranproject, arricchendo il progetto di una connotazione politica, oltre che culturale. Culturale perché (forzando un po' la mano ma, allo stesso tempo, riconnettendo queste nuove forme alla matrice che le ispira) la descrizione degli avvenimenti è uno degli scopi della canzone popolare. Politico, perché nella misura in cui si canta, ad esempio, il fenomeno dell'immigrazione ("di cui la nostra società è allo stesso tempo spettatrice e protagonista", ci ha detto Cavallaro nell'intervista), la canzone (e di riflesso tutto il disco e, quindi, il progetto del gruppo) entra in una dimensione in cui è possibile ravvisare le connessioni tra gli avvenimenti e la loro rappresentazione, così come la percezione che se ne ha in alcune aree maggiormente interessate dal contatto con la violenza entro cui si inquadra la forma contemporanea del fenomeno. In ultima analisi - se si eccettuano alcune incursioni dell’organetto (mi riferisco al brano “Ela, elamu conda”) che ammiccherebbero a un folclorismo un po' troppo semplice, se non fosse per la capacità di costruire temi musicali non scontati, anzi piacevoli e molto melodici - Sonu è saldamente ancorato a una scrittura che convince, soprattutto perché è articolata, diretta, netta e per niente artefatta. E perché fa perno, oltre che sugli argomenti che abbiamo tratteggiato, sulla combinazione di strumenti che riescono a definire al meglio il doppio vincolo che caratterizza l’album e l’aderenza alla contaminazione. Insieme alla chitarra battente, alla mandola e alla lira calabrese (suonate rispettivamente da Cavallaro, Papandrea e Andrea Simonetta), “u sonu” è costruito con organetto, ukulele, percussioni, rumori, loop (Alfredo Verdini), basso elettrico (Carmelo Scarfò) e una ricca sezione di fiati: sax soprano, pipita, fujara (Gabriele Albanese), trombe (Alessio Giordano, Giosuè Borgese, Vincenzo Seminara), corni (Francesco Piviglianiti, Davide Scattareggia), tromboni (Daniele Filardo, Francesco Galatà) e tuba (Angelo Fiorello). 



Mimmo Cavallaro - Sacro et Profano (CNI, 2014) 
Con il disco "Sacro et Profano" Mimmo Cavallaro ci consegna una musica ricercata e semplice allo stesso tempo. Si tratta di un progetto privo di ridondanze, senza gli orpelli che si possono trovare nelle produzioni più di effetto che, tendendo a marcare gli elementi più riconoscibili e facilmente apprezzabili delle musiche popolari, perdono spesso in coerenza ed equilibrio. Qui, invece, i contenuti, i suoni, il sound e l’insieme della narrazione musicale, rispondono a un progetto consapevole di un artista che suona, canta e ha alle spalle l’esperienza della “sua” ricerca (così come di altre effettuate in quel territorio). Come si è accennato nelle righe che introducono l’intervista al musicista originario della Locride, ciò che emerge da Sacro et Profano - un doppio album che contiene trentuno brani, selezionati, come suggerisce il titolo, dal repertorio dei canti devozionali e da quello “profano” - è la convergenza degli interessi di Cavallaro: la ricerca, ma anche la riproposta, la ricerca della forma moderna e plausibile di un repertorio arcaico, espresso in dialetto, suonato e cantato con raffinatezza ma anche con partecipazione. Una convergenza che assume il profilo di una musica costruita con pochi strumenti, acustici e tradizionali (chitarra battente, lira calabrese, mandola, chitarra liuto, fiati e percussioni), e fondata principalmente sul canto, sulla melodia, l’armonizzazione delle voci e sul racconto, la narrazione, la poesia. In un certo senso è come se si leggesse, o meglio si ascoltasse leggere un libro, dove si raccontano le storie, gli interessi, le visioni prodotte, nella loro forma originale, in un ambito sociale sempre più evidentemente distante da quello entro il quale viene riproposto. Ma nonostante questo i contenuti non appaiono “scaduti”, né tantomeno le melodie. Al contrario, nel loro insieme, ci riconsegnano - grazie alla voce profonda e ferma di Cavallaro, agli arrangiamenti e alla quadratura delle strutture musicali, di cui si sono occupati in molti casi, oltre all’autore, anche Francesco Loccisano e Andrea Simonetta - una musica meno nota e da ascoltare con attenzione nelle soluzioni armoniche, ma anche nelle articolazioni del dialetto, molto musicale e fluido (cantato con melismi orientali ascendenti soprattutto nelle parti conclusive di alcune battute), mai contratto, sebbene ruvido, denso, stretto. In questo senso, nonostante la maggiore diffusione di alcune formule retoriche o costruzioni melodiche (come ad esempio “Tarantella per chitarra battente” oppure “Vinni mu ti lu dicu”), e nonostante il fermento intorno alle nuove produzioni delle musiche popolari calabresi - che ricevono un forte impulso da progetti come questo, così come dai festival, dalle scuole dove si insegnano le tecniche esecutive di strumenti musicali popolari, dal progetto CalabriaSona, il calendario coordinato di iniziative, sul territorio e non solo, legate alle musiche popolari calabresi - l’impressione è che il vasto patrimonio di quest’area sia ancora per gran parte inascoltato. Soprattutto nelle nuove forme che sta assumendo e che rivelano delle soluzioni senza dubbio interessanti. Un repertorio forse non compromesso, come altri del nostro paese, da un processo di spettacolarizzazione irreversibile e, nei casi più positivi, in linea con un nuovo processo di socializzazione (inedito, soprattutto in riferimento al contesto entro cui si esprime e al quale fa riferimento), che va evidentemente oltre la dinamica del “recupero” e della riproposta più “tradizionali”. Tra i brani che rappresentano più di altri la tensione verso la riproposta di Cavallaro, vanno senz’altro citati “Mancu lu diavulu ti voli”, “Arzira lu me beni fidi caccia” e “Fighiola mu ‘ndaviti lu cumandu”. Quest’ultimo è un pezzo costruito su una melodia lineare, arrangiato con una sovrapposizione (“primaria”, quasi essenziale) di cordofoni e voci, armonizzate seguendo la linea melodica tradizionale. La costruzione armonica è impreziosita da alcuni passaggi della chitarra. La quale, sovrapponendosi agli altri cordofoni in una base musicale dolce e reiterata, disegna un arrangiamento che ne amplia la dinamica attraverso piccole varianti della struttura armonica. 


Daniele Cestellini