Melech Mechaya – Strange People (Felmay, 2014)

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La principale traccia d’ispirazione è l’universo klezmer, l’heritage music diventata parte di tanta popular music che si alimenta a forme ed espressioni musicali tradizionali. Il quintetto lisbonese Melech Mecheya si presenta con il terzo album schierando Miguel Veríssimo (clarinetto e voce), João da Graça (violino e voce), André Santos (chitarra, laud, cavaquinho e voce), João Novais (contrabbasso e voce) e Francisco Caiado (percussioni e voce) e allineando anche tre quotati ospiti: Amélia Muge (autrice e vocalist sensibile che, tra le altre cose, ricordiamo con il progetto Terras di Canto accanto a Lucilla Galeazzi, Elena Ledda, Carlo Rizzo, Riccardo Tesi e Mauro Palmas), Jazzafari (giovane e versatile crooner) e Pedro da Silva Martins (paroliere dei Deolinda). La novità rispetto al passato è che undici dei quindici brani del CD sono firmati dalla band, che tiene fede al proprio nome (tradotto dall’ebraico significa “I Re della Festa”), ma si apre anche a nuove soluzioni melodiche ed armoniche. Dall’amalgama di elementi prende vita un folk contemporaneo il cui orizzonte timbrico restituisce le diverse voci strumentali, conservando vivacità e freschezza, che fanno quasi da contraltare all’inquietudine melanconica della classica musica urbana della capitale portoghese. 
In “Strange People” si attraversa la tradizione ebraica da intrattenimento con “Der Nayer Sher” di Abraham Ellstein; si passa per un classico di Dave Tarras (“Khosidi”), per il repertorio chasidico di Mordechai Ben David (“Anachnu Ma’aminim”), per la canzone tradizionale ebraica (“Gente Estranha”), rivisitata con liriche in portoghese. Ancora, “Dromedário” e “Malapata” si sporgono verso il mondo mediorientale, mentre inflessioni jazz intersecano il profilo balcanico di “Sr. Xispo”. Invece, “Querubim Barbudo” dà spazio al canto smaltato di Amélia Muge. È il clarinetto di Miguel a prendersi la scena solitario in “Interlúdio”. Il sapore danzante di “Deusa Das Çalcas Amarelas” e di “Espírito Livre”, le orbite sonore eccentriche di “A Lenda Do Homem-Testa” e il pathos, in odore di fado, dello strumentale conclusivo “Tudo Està Iluminado” testimoniano come i cinque lusitani non si appiattiscano sull’estetica musicale yiddish né intendano riposare sugli allori delle lusinghiere critiche riservate ai loro dischi precedenti. 


Ciro De Rosa