Herbie Hancock & Wayne Shorter, Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, 26 Luglio 2014

Il sodalizio artistico che unisce Herbie Hancock e Wayne Shorter ha radici lontane nel tempo e vanno rintracciate nel lontano 1962, quando Miles Davis volle il pianista nel suo gruppo, al quale ben presto si aggiunse poi Wayne Shorter che con il suo originale approccio al sax aveva impressionato già con il quintetto di Horace Silver e i Jazz Messengers di Art Blakey. Nacque così il leggendario quintetto di Miles Davis, nel quale Shorter ebbe un ruolo determinante sia come compositore che come arrangiatore. Le strade di Hacock e Shorter poi si separarono per ritrovarsi negli anni in diversi progetti come il gruppo VSOP insieme a Ron Carter e Tony Williams negli anni settanta, il Tribute to Miles dopo la morte del trombettista e quel gioiello di minimalismo jazz che è l’album in duo “1+1” del 1997. A distanza di quasi vent’anni da quel disco, Herbie Hancock e Wayne Shorter si sono ritrovati di recente sul palco per un tour in duo, che li ha condotti alla partecipazione ad Umbria Jazz, ed approda alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, per suggellarne una delle stagioni più intense dal punto di vista qualitativo. 
A fronte delle attese del pubblico per un concerto, infarcito da standard e classici dei rispettivi repertori, il duo ha proposto qualcosa di completamente diverso, ovvero una serie di lunghe improvvisazioni in cui il jazz è la base di partenza per una ricerca sperimentale senza confini, che arriva a toccare la musica ambient e l’elettronica. Comincia così un viaggio sonoro di grande intensità che parte proprio dalle radici di “1+1” ampliandone gli orizzonti, verso un puro lirismo sonoro, che affascina gli ascoltatori più attenti, e forse delude chi borbotta già dal primo brano, e vinto dalla “troppa difficoltà” abbandona tristemente la platea. Se Hancock al piano regala magie con tessiture melodiche ricercate e raffinatissime, Shorter al sax compie il lavoro di cesellatura, inserendosi qua e là, e ritagliandosi qualche assolo pregevole, che vale il prezzo del biglietto. Durante il concerto i due musicisti si scambiano cenni di intesa, ma lasciano parlare la musica, è questo il linguaggio del loro dialogo sonoro. 
L’ex-Weather Report seduto sul suo sgabello e Hancock che si destreggia tra pianoforte a coda e tastiera, impostando ritmo e melodia, offrono al pubblico la possibilità rara di vederli nel pieno del loro processo creativo, con buona pace di chi si limita ad etichettare questo concerto come freddo sperimentalismo sonoro, e carente di ispirazione. Al contrario sul palco, la fucina sembra sempre caldissima, con Wayne Shorter che addomestica il suo sax imbizzarrito, e Hancock che lo fiancheggia assecondandolo nei momenti in cui è lui a tirare le fila. Il fascino cresce man mano che i due strumentisti proseguono nella loro esplorazione sonora, senza preoccuparsi troppo di quanti abbandonano il campo vinti dalla noia. Insomma, per quanti hanno avuto la pazienza e il coraggio di mettersi in ascolto vero, senza attendersi temi riconoscibili, quello dell’Auditorium è stato un concerto superbo, in cui si è avuto modo di apprezzare tutta la grandezza di Hacock e Shorter, ma soprattutto si è toccato con mano la loro leggendaria capacità di parlarci attraverso la musica. Un evento unico, con l’unica pecca di una parte del pubblico un po’ presenzialista e cialtrona che non ha ripagato in modo degno queste due leggende del jazz. 


Salvatore Esposito