9Bach – Tincian (Real World, 2014)

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Il timbro cristallino di Lisa Jên Brown (voce, harmonium, piano) che canta nella sua lingua madre, il gallese, e la chitarra di Martin Hoyland sono l’essenza dei 9Bach. Nel 2009 era uscito il loro album eponimo, collisione tra melodie tradizionali e trip-hop, pubblicato dalla storica etichetta cimrica Sain. La loro seconda prova, “Tincian”, esce nientemeno che per la Real World (che al di là della crisi del settore discografico resta un brand della world music). Sinuosità morbide e minimali, linee melodiche essenziali di chitarra ed arpa (Esyllt Glyn Jones), tocchi di harmonium, deliziose armonie vocali (con il contributo di Mirain Haf Roberts), ritmica essenziale portata da Ali Byworth (batteria e percussioni) e dal basso languido e dilatato di Dan Swain, innesti indovinati di dub ed elettronica. Questa volta nove delle dieci composizioni del CD nascono dalla penna della cantante, originaria di Garlan, nel Galles settentrionale; fa eccezione il tradizionale “Pa Le?” (“Quale luogo?”), probabilmente, un outtake del primo disco. La stampa britannica, che si cimenta nel gioco spesso abusato dei paragoni, ha parlato di Portishead versione folk: diciamo che l’analogia qui ci può stare. Parliamo di una delle novità musicali più eclatanti dell’ultimo anno, per alcuni critici addirittura una pietra miliare della musica gallese, che ha messo d’accordo la media mainstream e gli autorevoli magazine specializzati in trad & world music, “fRoots” e “Songlines”. C’è un forte senso del luogo – anche se parte del materiale è stato concepito e scritto in Australia – a cominciare dal titolo dell’album, che assume significati leggermente differenti nelle diverse regioni del Galles (“risuonare”, “squillare”, “tintinnare”, comunque il riferimento è al suono prodotto da qualcosa di metallico).
Lisa ha tradotto in canzoni storie reali, nate da viaggi ed esperienze personali, e ha musicato poesie di autori gallesi della sua area di provenienza. Il disco si apre con “Lliwiau” (“Colori”), ispirata alle sensazioni che solo la maternità può dare. Ci immergiamo nel paesaggio gallese con “Llwynog”, la storia di una volpe, scaltra e rapida nell’evitare lo sparo del cacciatore, altrettanto veloce nello sfuggire al suo cane. Ancora senso dell’appartenenza in “Pebyll”, mentre la magnifica ballad folktronica “Wedi Torri” mette a fuoco la riflessione che scaturisce dall’osservare la pesante condizione psicologica in cui versa una persona che si ama. Un altro dei brani di punta del disco è “Plentyn” (“Figlio”) – con effetti che, inevitabilmente, riportano alla mente le sperimentazioni di Laurie Anderson, ed interventi vocali di componenti della Black Arm Band Company – in cui si racconta una pagina tragica e ancora scottante della storia della supremazia bianca in Australia: è la cosiddetta “generazione rubata”, vale a dire quei bambini nativi, forzatamente strappati alle famiglie tra metà Ottocento e anni Settanta del secolo scorso da parte dei governi federali e dei missionari. “Ffarwel” (“Addio”), che incarna appieno l’hiraeth, la saudade gallese, proviene da una raccolta di canzoni locali. È la storia dell’addio di un cavatore di pietre: fascino supremo con la solenne sequenza in cui sono protagoniste le ugole del coro Penrhyn Male Voice Choir! Le note iterative di un piano conducono le atmosfere evocative di “Llwybrau” (“Sentieri”), basata su “Hen Barc”, una poesia sulla solitudine scritta da William Griffiths. Ancora il tema della maternità ritorna in “Babi’r Eirlys”, dove Lisa Jên e la vocalist australiana Lou Bennett si esibiscono in uno splendido duetto a cappella. Si cambia lingua nella conclusiva “Asteri Mou” (“La mia stella”), brano per voce, chitarra ed arpa. Lisa canta in greco, lingua che conosce per le sue ascendenze elleniche. Tradinnovazione cimrica da scoprire! 


Ciro De Rosa