Valentin Clastrier - Valentin Clastrier (Innacor, 2013)

Si presenta in solo Valentin Clastrier, compositore eretico, da sempre clamoroso sperimentatore della ghironda. La sua vielle alto électroacoustique è un combinato di antico e contemporaneo, come la musica creativa di Valentin, sviluppata in collaborazione con il liutaio viennese Wolfgang Weichselbaumer, un’altra autorità nell’innovazione di uno strumento diffuso in Europa dai menestrelli e dai viandanti, poi ripreso dai compositori colti con il diffondersi della moda pastorale a partire dalla Francia tra Seicento e Settecento. Due secoli dopo la ghironda è diventata uno degli strumenti di punta del folk revival, soprattutto nel sud transalpino e nell’area nord-occidentale italiana, ma la sua presenza arriva anche all’area danubiana. La ghironda di Clastrier si presenta come una sofisticata macchina sonora. La posizione della ruota può essere modificata in altezza (non influenzando però i bordoni), dando la possibilità di variare i volumi, di suonare in tapping e in pizzicato. Altre innovazioni riguardano la possibilità di suonare con la tastiera molti più accordi che con lo strumento, diciamo, classico, di modificare la tonalità per mezzo di ulteriori tangenti, di utilizzare un numero più ampio di corde simpatetiche che richiamano il suono di un sitar. Ma questa è solo una parte dell’evoluzione più recente dello strumento. Si capisce come con un attrezzo del genere un autore come Clastrier si sia da almeno trent’anni allontanato dalla mera idea folk revivalista, entrando nei territori della border music, stringendo alleanze con artisti del jazz europeo più creativo. Non diversamente in questo album a suo nome, pubblicato dall’etichetta bretone Innacor (sotto la direzione fonica del violinista e compositore Jacky Molard), Clastrier mette in fila tredici brani scritti di suo pugno (quattro sono improvvisazioni), nei quali la ricerca sui ritmi e sul colore timbrico, l’esplorazione delle possibilità dello strumento sono incessanti. “Colloco le innovazioni della liuteria sullo stesso piano della sperimentazione delle tecniche strumentali, al servizio dell’espressione. Gli e gli altri si forgiano nell’interazione e nell’osmosi di un corpo a corpo… […] Il suono al servizio dell’idea e dell’ispirazione”, scrive Clastrier nelle note che accompagnano questo suo disco eponimo. Musica atemporale che attraversa secoli e generi, talvolta possiede una forte impronta rock, altre volte è preponderante lo spirito improvvisativo. Bordoni, effetti elettronici, repentini cambi ritmici, cascate di note ondivaghe, trame acuminate e orditi scuri e penetranti, rumorismo e sequenze iterative, episodi dirompenti che si alternano al periodare descrittivo, passaggi cerebrali ed altri dal lirismo immediato: il tutto senza mai smarrire il senso della coerenza. Anche i titoli, che non mancano di ironia, richiamano questo vortice di sensazioni. Da “Au fond des temps1” a “Nèogothico-rococo-flamboyant”, dai sincopati jazz-rock “Viell’mania” alla visionarietà di “Vents solaires” e “Dialogue”,. Dagli echi medievali a tinte rock’n’roll di “Ad vitam aeternam” ai vagabondaggi sonori di “Venu d’alleurs”. Altrove, si annunciano intenti iconoclasti: “Gyroturbation”, “Berceuse énervée”, “Stridulations”. Un turbinio sonico caratterizza “4 vérités”, uno dei brani più intensi. Un album che richiede un ascolto non distratto, perfino arduo, ma comunque capace di rapire. Non adatto ai folkettari d’antan o a medievalisti fittizi, necessario per i ghirondisti e per chi libere rotte musicali va cercando. 


Ciro De Rosa