Med Free Orkestra - Background (CNI, 2014)

Il nuovo disco della Med Free Orkestra si intitola “Background” e si configura come un contributo importante per il flusso delle produzioni world (e “multi-etnicistiche”) del nostro paese e, in generale, dello scenario musicale internazionale. Gli elementi più significativi che emergono da questo progetto sono tutti riconducibili a un’architettura musicale sufficientemente articolata e, soprattutto, elastica da accogliere suggestioni “italiane” (“Ballata di San Lo’”, “Dondolo il mondo”: nell’atmosfera, oltre che nel testo, nei riferimenti e nelle immagini che evocano), balcaniche (“Muoviti” e “Bulkanian”), “greche” (“Ederlezi”, un brano tradizionale con testo di Lina Nikolakopulu), world (“Afrikan move”, “Pizzica dello scafista”), sudamericane. Suggestioni inquadrate in una costruzione sonora equilibrata e mai pleonastica, dalla quale emerge soprattutto la capacità di questi dodici musicisti (di base a Roma) di andare oltre le immagini più convenzionali. Di andare oltre e lavorare alla definizione del profilo di una musica moderna (“impegnata” direi, se il termine non fosse fraintendibile o associabile a condotte non in linea fino in fondo con questa esperienza), che risponde alle esigenze (politiche, oltre che artistiche) di rappresentare i tanti elementi, argomenti, criticità, connessioni, che chi ha gli occhi bastevolmente aperti non può non vedere. Difatti, l’ensemble parla chiaro: c’è lo spettacolo (energico, raffinato, contaminato), la costruzione di un suono e di un’immagine roboanti (“pop rock balcanico mediterraneorientale”, come si legge, riconoscendo una rassicurante ironia, nel sito), ma c’è anche una certa narrativa (meno estemporanea, più organizzata e anche, probabilmente, più efficace) che lega tutto insieme, attraverso le collaborazioni, da un lato, e gli argomenti che vengono cantati, dall’altro. Entrambi questi aspetti sono confluiti nel videoclip di “Background”, che è anche il titolo del singolo dell’album: vi partecipano Andrea Satta (Tetes de bois), Claudio Santamaria, Erri De Luca (il quale aveva già collaborato con l’ensemble), Paolo Briguglia. E tratta - attraverso una “feroce ironia”, come si può leggere su la Repubblica - della questione immigrazione a tutto tondo: tirando dentro la Bossi-Fini (e come non farlo: “vi aspettavate corridoi umanitari e avete trovato l’esercito della Bossi-Fini”), la nostra (molto destrutturata e limitata) capacità di includere i migranti dentro un sistema socio-produttivo claudicante e perennemente in crisi, il carattere brutalmente chiuso e svigorito della classe dirigente (“non è stata infranta nessuna legge per far giocare i nostri uomini al nazista e il deportato/ Lo facciamo sempre anche con gli italiani, e ci riusciamo benissimo/ Qui i diritti umani si violano nel rispetto del codice civile e penale”), l’aridità dell’intrattenimento (“l’educazione sentimentale di Maria De Filippi”). Sul piano musicale, il brano -evidentemente rappresentativo dello spirito dell’Orkestra - è costruito su una trama di fiati, sostenuti da un ritmo secco di batteria, basso e chitarra. I fiati, che si alternano al lungo testo (parlato, rappato nella parte centrale, e mai cantato), si allungano in un tema discendente dal sapore ipnotico e inquieto, fino a spegnersi, all’unisono, e di colpo alla fine del brano. Ciò che resta (anche dopo aver visto il videoclip, girato a Tor Pignattara, uno dei quartieri più multietnici di Roma), è la soluzione trovata dall’ensemble, che convince perché si libera dei fronzoli, pur in un quadro evidentemente influenzato dalla poetica dell’incontro tra “culture”, del dialogo tra strumenti musicali che hanno origini distanti, della sovrapposizione e la quadratura di tratture musicali apparentemente o formalmente agli antipodi. Tutto questo confluisce con determinazione nell’idea di una musica che può raccontare la convergenza di elementi incoerenti in un contesto altrettanto incoerente, come l’Italia e, in particolare, Roma (che qui ci interessa considerare nei termini di una “metropoli mediterranea”). In questo senso, la (troppo) celebrata immagine della “mediterraneità” (che non rimanda, evidentemente, a un mare, a un’area, ma piuttosto a una categoria geo-politica, a una metafora politico-culturale sempre più in uso in tanti e differenti settori: dalla musica alla politica) viene smontata e riconsiderata alla luce delle contraddizioni che ne costituiscono l’ossatura: “chi passa lu mare diventa italiano/ ripassa lu mare ritorna africano”. Il quadro generale entro cui il disco ha preso questa forma è probabilmente riconducibile a un ottimo grado di consapevolezza che accomuna tutta la banda e che - nei limiti di una produzione musicale non mainstream - ha dato vita a un progetto che mi sembra interessante definire “sperimentale”. In due sensi. Da un lato perché - come accennato in queste righe - le musiche sono molto aderenti al flusso delle immagini e dei discorsi. E, in funzione di questa aderenza (non scontata e non realizzabile senza riflessione e partecipazione) riescono a “strillare” un evidente disappunto, senza perdere una piacevole propensione alla melodia, secondo la tradizione mediterranea (e italiana) più autorevole: i brani “Ballata di San Lo’” e “Dondolo il mondo” sono emblematici di questo processo. Dall’altro lato, per concludere, ciò che emerge dal disco è la consapevolezza di muoversi dentro uno spazio definito soprattutto dalle retoriche della world music. Da quelle retoriche che - anche se per strade differenti - finiscono per imbavagliare tante musiche, con la finta forza di un messaggio afono, che mantiene il senso appena il tempo dell’uscita del disco, per poi sgretolarsi e appannare per sempre, con le sue scorie, il lavoro dei musicisti. Questo vuoto è stato riempito (con un’intervista a la Repubblica) da Francesco Fiore - fondatore dell’ensemble e autore del libro “Orchestre e bande multietniche in Italia”, uscito per Editrice Zona - che con disincanto ci illustra il processo (inverso) che ha interessato l’orchestra a partire dal 2010 e che porta i germi anche di questo disco Background: "Alcune band scaturiscono da un'idea volutamente interculturale, altre hanno raggiunto lo stesso obiettivo in modo spontaneo e involontario. È la nostra storia: nel marzo 2010 abbiamo deciso di mettere in piedi un'orchestra di musica mediterranea. Ci mancavano degli strumenti e il caso volle che i candidati migliori fossero di origine straniera. Un processo naturale, indice di una riuscita integrazione". 



Daniele Cestellini