Jack Bruce - Silver Rails (Esoteric Antenna/Audioglobe, 2014)

Quando hai un debito, e questo viene ricordato anche nel “Padre Nostro” che ci viene insegnato sin da piccoli, devi rimetterli come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Personalmente, ho un grandissimo, enorme debito con il signor Jack Bruce, bassista scozzese e cantante straordinario. Il suo carattere, la sua anima, il suo punch al basso elettrico hanno fatto sì che mi orientassi verso questo strumento che è diventato la mia vita. Galeotto fu quel riff bruciante e allo stesso tempo splendido di “Sunshine of Your Love” da Disraeli Gears, vinile che ho letteralmente consumato per appropriarmi di quel riff costruito sulla pentatonica, in un mix meraviglioso di grande blues e ruggiti rock. Ho seguito il lavoro visionario e la voce sia bassistica che umana di Jack, fino ad appropriarmi di “Things We Like” disco solista del 1970, nel quale invece del robusto rock blues che mi sarei aspettato e a cui ero abituato, lo trovai alle alle prese con il jazz, la sua bandiera. Quell’album lo comprai per duemila lire, e fa ancora bella mostra nella mia collezione di dischi. Ricordo le contrastanti sensazioni di essere di fronte a qualcosa che non capivo del tutto, ma che in qualche modo in seguito è poi germogliato dentro di me. Qualche anno fa, ho avuto la stupenda fortuna di poter aprire un concerto di Jack Bruce, e al momento di sparare una rocciosa “White Room” ho capito che, malgrado il trapianto di fegato, il vecchio leone è sempre lui e la canzone in particolare è sua di quel possesso che nessuno potrà mai togliergli. L’unica idea di proprietà che non urta la mia sensibilità. Ora Jack torna con un album registrato agli Abbey Road Studios con un cast stellare di ospiti di gran lusso, la sua voce affatto indebolita, anzi, più profonda e a volte simile a certi episodi di Bowie, stranamente! Il sound è classico e curato, con belle svisate di Hammond fornite dal talento di Mr. Medesky e un batteria groovosa e rocciosa fornita da una batterista che abbiamo visto con Lenny Kravitz, e non solo. I chitarristi vanno da un sempre originale Phil Manzanera a Uli Jon Roth (col quale ho suonato in un tributo al genio di Hendrix), fino al suo fido compare Robin Trower, che lo accompagnava nella data che ebbi la fortuna di aprire. Il disco è sicuramente il più coeso e coerente del nostro, capace di contenere il talento espressivo di Jack in tutte le sue sfumature. Addirittura torna il sodalizio col paroliere Pete Brown, compagno di scrittura del periodo Cream. E’ un modo di fare musica e raccontare storie classicamente demodè, ma sicuramente importante, qualcosa al quale riferirsi quando le batterie si prosciugano, sapere che si può fare musica così di qualità e così a lungo, beh...è confortante! Gran Bel disco Mr. Bruce!


Antonio "Rigo" Righetti