Runrig – Party On The Moor (Ridge Records, 2014)

È festa nella brughiera. I quarant’anni dei Runrig, alfieri del folk elettrico gaelico 

Tra le esperienze musicali di ispirazione tradizionale maturate in Scozia intorno alla metà degli anni settanta del secolo scorso, quella dei Runrig ha assunto un ruolo del tutto peculiare rispetto a formazioni come Battlefield Band, Silly Wizard, Ossian o a solisti come Dick Gaughan e Dougie McLean, solo per citare i nomi più altisonanti della seconda fase del folk revival caledone. La banda dell’isola di Skye, che prende nome da un originale sistema di assetto e coltivazione della terra arabile diffuso soprattutto nelle isole Ebridi, si ritaglia uno spazio specifico all’interno della rinascita della lingua gaelica e di una nuova musica che parla il linguaggio della popular music. Quest’anno si celebrano i quarant’anni di esistenza di un gruppo che, nonostante i ripetuti cambi di organico, è ancora pienamente sulla scena. Anzi, celebra i quattro decenni con un triplo disco dal vivo, testimonianza di un lungo concerto che ha radunato migliaia di fan della band. Ne parliamo con Malcom “Calum” MacDonald, batterista e coautore con suo fratello Rory della quasi totalità del repertorio, uno dei due componenti fondatori dei Runrig rimasti nella line-up attuale. Con il tempo, le sue liriche hanno perso il manto un po’ retorico degli inizi per riuscire a raccontare come pochi il mondo gaelico contemporaneo. È il 1973 quando un trio di musicisti: Rory McDonald (chitarra), Calum McDonald (batteria) e Blair Douglas (fisarmonica), tutti provenienti dall’isola di Skye, mettono su la band che nasce inizialmente come dance band. L’anno dopo subentra Robert McDonald alla fisarmonica, ma l’assetto definitivo del primo disco lo darà l’ingresso del cantante Donnie Munro. “C’era una fortissima tradizione culturale nelle comunità gaeliche, ma era una tradizione radicata nel passato, e che in generale non era pronta ad imbracciare nuove idee of nuovi sviluppi creativi”, spiega Calum. 
Di famiglia originaria della piccola isola di North Uist, nelle Ebridi Esterne, Calum ricorda come l’unione di elettrificazione e contemporaneità rock al canto gaelico e ai ritmi tradizionali delle Highlands, con armonie vocali che diventeranno uno dei tratti distintivi del sound del gruppo, ricevettero un’accoglienza alterna nella comunità locale: “Quando la band ha iniziato, direi che fummo visti positivamente da alcuni, perché stava avvenendo qualcosa di innovativo, ma negativamente da altri che avevano un apprezzamento più purista verso la tradizione”. In uno dei primi volumi che ricostruiscono il folk revival scozzese, “The Folk Music Revival in Scotland” (1986), Ailie Munro riferisce l’irritazione provata da molti più avanti in età nel circuito folk per le liriche incomprensibili del cantante della band, che non era di lingua nativa gaelica (p. 203). Certo i Runrig non sono stati i primi ad incrociare chitarre e repertori tradizionali gaelici: “ Le chitarre acustiche erano usate da un po’di tempo dai gruppi folk gaelici. Ma tendevano a cantare canzoni tradizionali, accompagnandosi con chitarra di stile folk ma con armonizzazioni molto semplici”. Da “Play Gaelic” del 1978 (ristampato nel 1990 in formato CD con il titolo di “Play Gaelic, the first legendary recording”), disco lineare, dal suono ancora garbatamente acustico – ma Calum ricorda in un’intervista del 1990 a “Folk Roots” (ora “fRoots”) che, in realtà, il problema fu che il tempo di affitto dello studio di registrazione era terminato – dalle armonizzazioni perfino ingenue e con l’assetto base: basso, chitarra 12 corde e batteria, si arriva al trittico di album potenti, in cui la formula elettro-acustica dei Runrig acquista la sua fisionomia. Il gruppo è all’epoca un quartetto con i due fratelli McDonald, Munro e il chitarrista Malcom Jones, personalità dalle grandi capacità tecniche, che orienterà la sua chitarra verso tratti più squisitamente elettrici. 
Parliamo di The “Highland Connection” (1979), che contiene per la prima volta l’anthem “Loch Lomond”, il tradizionale scritto dopo la ribellione giacobita del 1745, e “Fichead Bliadhna” una loro canzone sull’oppressione linguistica delle Highlands. Seguono “Recovery” (1981), “Heartland” (1985), “The Cutter and The Clan” (1987), tutti album di successo, pubblicati dalla loro piccola etichetta Ridge. Sono dischi dal sound più duro e rockeggiante, nei quali il gruppo, specialmente con “Recovery”, una sorta di concept album, affronta i temi sociali e politici dei soprusi e delle discriminazioni subite da parte della società scozzese gaelica del passato e del presente. “Recovery” contiene brani indimenticabili come “Tir An Airm”, che sposa riff di chitarra elettrica e ritmi di una waulking song, “’Ic Iain ‘Ic Sheumas”, “An Toll Dubh”, “Dust” e “Fuaim A Bhlair”. Con “Heartland”, che ha in copertina il volto di una ragazzina lentigginosa e un paesaggio lacustre solo sfondo, la band ricorre alla produzione di Chris Hartley. Un disco dalla gestazione travagliata, in cui si incominciano ad intravedere delle smussature nell’immediatezza musicale live del gruppo. Si accentua la vena rock, ma le metriche della tradizione, i repertori del puirt a beuil o delle waulking songs nutrono le nuove composizioni. “Skye”, con la partecipazione della notevole voce gaelica di Mairi McInnes, “Dance called America” (pubblicato anche come singolo), “O Cho Meallt”, “Cnoc Na Feille”, ma anche “The Everlasting Gun”, commento alla guerra delle Falkland/Malvinas, sono i classici del disco. 
Rock e ritmi della Scozia gaelica sono parte anche di “The Cutter and the Clan”, che ha ancora Hartley in cabina di regia. L’album, uscito per l’etichetta del gruppo, sarà poi ristampato dalla Chrysalis, la major per la quale, intanto, hanno firmato. Intanto, da “Recovery” in poi, il gruppo è diventato un quintetto, con l’entrata di Ian Bayne (batteria), originario di St. Andrews, quindi proveniente dalle totalmente anglicizzate Lowlands; cresce lo strumentario del gruppo con Malcom Jones che imbraccia anche le bagpipes, mentre Calum è alle percussioni. Con “The Cutter…” fa il suo ingresso anche Peter Wishart, ex Big Country (il gruppo rock scozzese più noto in quegli anni a livello internazionale). Le canzoni in gaelico sono sopravanzate da quelle in inglese; grande energia di suono per narrare la vita agra delle Highlands e toccare temi ambientalisti (“Protect and Survive” e “Our Earth Was Once Green”). Si ricordano ancora l’omaggio alla Scozia di “Alba”, la potente “The Only Rose”; “An Ubhal As Airde” mostra elementi di gospel nel ritornello, quasi a riflettere la rilevanza dei salmi gaelici nei repertori religiosi (un protestantesimo di carattere fondamentalista) delle Ebridi Esterne. Runrig iniziano a riscuotere un crescente successo in Inghilterra, e con il disco live “Once in a Lifetime” (1988) entrano nelle charts britanniche. Nel 1989 esce “Searchlight”, prodotto da Richard Manwaring, dove ancora tradizione scozzese, ballads e vintage rock vanno a braccetto. Tra gli ospiti del disco ancora Mairi Mc Innes, Karen Matheson (“Erinn”), destinata ad assurgere a stella di primaria grandezza con i Capercaillie, il violino dell’Ossian John Martin. 
Qui troviamo l’epica “Siol Ghoraidh” o l’altrettanto potente “Tir A’ Mhurain”, in cui il gruppo sembra introdurre la lingua gaelica al pubblico (“Benvenuti nella mia lingua / Che ho imparato da bimbo/ L’enormemente dignitosa lingua dei Gaeli/ Che per me è stendardo quotidiano”), mentre in “Small Town”, una canzone in lingua inglese di stile quasi country & western, i Runrig affrontano il tema dell’alcolismo, serio problema nell’ovest della Scozia, e della violenza sulle donne. Invece, “World Appeal” è una song ambientalista. In qualità di musicista da sempre impegnato nel riconoscimento della cultura gaelica della Scozia, chiedo a Colum se parla gaelico nella sua vita di tutti i giorni. Mi risponde di sì, “ma dipende da dove mi trovo geograficamente parlando”, continua, “e dalla compagnia o meno di altri parlanti”. E ancora, gli chiedo cosa è cambiato, rispetto a quando i Runrig sono nati, nella presenza del gaelico nei media, nell’insegnamento nella lingua madre a scuola. “Sebbene il numero dei parlanti non sia aumento enormemente, la lingua gaelica ha un profilo molto più elevato. Ci sono scuole dove si insegna in gaelico, c’è il canale TV pubblico gaelico, chiamato BBC Alba”. Uno dei temi ricorrenti delle canzoni è l’emigrazione dalle Terre Alte – che, com’è noto, sono le Highlands di “Brave Heart”, il film dalle enormi incongruenze storiche, posticcio come tutto l’highlandismo ottecentesco che è una vera e propria “invenzione della tradizione” – e dalle isole al largo della costa occidentale della Scozia. È cambiato qualcosa? Calum è perentorio: “Il quadro è sempre lo stesso, con i giovani che lasciano le Western Isles. La situazione occupazionale è davvero scarsa oggi, e la maggior parte dei giovani che se ne vanno per proseguire il percorso formativo, raramente ritornano per lavorare. Non ci sono opportunità”. 
Gli anni Novanta iniziano con “The Big Wheel” (prodotto di nuovo da Hartley), in cui le canzoni in inglese prendono il sopravvento su quelle gaeliche. Nella maggiore sofisticazione pop-rock si percepisce forse il tentativo di eguagliare il successo dei conterranei Big Country (le cui chitarre che imitavano il suono delle bagpipes dovevano molto alla cifra stilistica dei ragazzi di Skye), mentre negli stessi anni il rock dei vicini irlandesi assurge a notorietà internazionale soprattutto grazie agli U2. Si segnalano “Abhainn an T-Sluaigh”, “An Cuibhle Mor” e “Flower of the West”, che chiude un disco che raggiunge la quarta posizione nelle charts britanniche, trascinato dal singolo “Hearthammer”. Musicalmente “Amazing Things (1993), prosegue sulla falsariga dei precedenti lavori in cui la cifra artistica del gruppo si avvicina al mainstream rock. Lusinghiere le risposte del pubblico: il disco giunge al numero 2 delle charts UK. Segue “Mara” (1995), l’ultimo album in cui compare Donnie Munro, il lead vocalist. Siamo ad un punto di svolta per la band. “Un evento che ci mise davvero alla prova. Avremmo potuto fermare tutto a quel punto, sarebbe stato il momento giusto per farlo, ma sentivano che la band aveva ancora molto da dare. Così ci mettemmo in moto per questo compito arduo: trovare un altro cantante. Infine lo trovammo in Bruce Guthro”. Chitarrista e cantante, Guthro è originario di Cape Breton, in Canada, un’altra terra della diaspora scozzese. Il nuovo vocalist si insedia in “In Search of the Angels” (1999), album distribuito dalla EMI/Polygram. Due anni dopo arriva “The Stamping Ground” (2001), che reintroduce, finalmente, atmosfere di matrice folk, senza rinunciare al rocking feel come in “An Sabhal Aig Neill”. 
Tuttavia, ecco un’altra defezione, è il tastierista Peter Wishart a lasciare la band per intraprendere la carriera politica. Racconta Calum: “Sì, Peter è ancora un MP dello SNP (Partito Nazionalista Scozzese), ma credo che sarà l’ultimo di noi a seguire quella strada particolare”. Come avete gestito questi cambi di formazione? “Quando sai che a bordo ci sono le persone giuste , è relativamente facile rimpiazzare chi va via. È qualcosa che rinvigorisce pure, dando ad ognuno nuovi orizzonti. I cambiamenti posso essere una cosa positiva per l’evoluzione della musica stessa”. Di certo il nuovo assetto della band conduce a una nuova idea dello spettacolo live. Dico a Calum, di aver letto che dal vivo suonano meno canzoni gaeliche rispetto al passato. “È vero”, mi risponde, “Il motivo è che Bruce non è un parlante gaelico. Quindi il nostro repertorio è limitato a ciò che canta Rory. Ma questo non vuol dire che sia meno importante, e questo accade sia quando suoniamo all’estero che in Scozia. Così deve essere, per forza”. Sarà Brian Hurren a sostituire Wishart alle tastiere fin da “Proterra” (2003), album che li vede collaborare con lo sperimentatore scozzese, ma residente in Brasile, Paul Mounsey, che riarrangia due brani provenienti da “Recovery”(“The Old Boys” e “An Toll Dubh”). Che la band abbia raggiunto una popolarità e una credibilità in termini autoriali, lo testimonia la pubblicazione di “Tribute to Runrig” (2003), a cura del Glasgow Islay Gaelic Choir, un CD che raccoglie diciotto canzoni della band di Skye armonizzate per coro. Passeranno altri cinque anni prima che venga dato alle stampe “Everything You See” (2007), un lavoro che, tra le altre cose, contiene “In Scandinavia”, brano che celebra gli antichi legami tra Scozia e Danimarca. 
Siamo in pieno nuovo millennio con la scena neo tradizionale scozzese che ha nuovi protagonisti: i Caperacaillie raccolgono successi, scrivono colonne sonore, gli Shooglenifty rappresentano il coté più world della scena caledone, Julie Fowlis si afferma come potente interprete gaelica. “Questo successo sta portando i suoi frutti nei circuiti musicali professionali e sui palcoscenici internazionali. Il festival Celtic Connections di Glasgow oggi è uno dei festival più importanti al mondo per la musica folk e root. Julie Fowlis è una delle luci guida in quel territorio musicale, e canta esclusivamente in gaelico”. Gli stessi Runrig hanno registrato un loro “Live at Celtic Connections”(2000) all’annuale rassegna glaswegin che si svolge a gennaio. Come vede Calum McDonald, che ha anche un figlio musicista, la scena musicale delle Ebridi Esterne? “Di recente, c’è stata un’enorme rinascita della musica tradizionale. Un’organizzazione chiamata Feis Movement, fondata trent’anni fa, è cresciuta potentemente – insegnano ai bambini di tutte l’età, in modo divertente, come esplorare la cultura e imparare a suonare gli strumenti, a cantare e a ballare”. Da sempre il lavoro di scrittura della band è svolto dai fratelli McDonald. Come descrive Calum questo processo compositivo? “Scriviamo sia separatamente che insieme. Penso che abbiamo un senso intuitivo di cosa cercare in una canzone. Siamo cresciuti scrivendo canzoni, abbiamo fatto questo per la maggior parte della nostra vita. Non c’è una ricetta: proviamo modi diversi di scrivere canzoni, ma ciascun viaggio della canzone sembra ricondurci a qualcosa di familiare”. 
Cosa ti ha ispirato di più in passato? E ora? “Difficile dirlo. Le cose che ispirano sempre: vita, amore, paesaggio, un senso di spiritualità, qualsiasi cosa sia accaduta durante il giorno o qualcosa che hai visto in Tv o che qualcuno ti ha detto su un autobus”. Alla domanda se ci sia un album preferito o una canzone per cui vuole essere ricordato, Calum, lapidario, risponde di no, e che preferisce sempre il progetto futuro o la canzone a cui sta lavorando. Il celtic rock dei Runrig è da sempre molto popolare nel Nord Europa, il principale mercato della band al di fuori del Regno Unito sono la Germania e la Danimarca. Quando si tratta di indicare il concerto più indimenticabile, Calum sottolinea che ce ne sono stati tanti negli anni, ma di certo ce ne vorrà per battere il concerto dei quarant’anni l’estate scorsa, intitolato “The Party On The Moor”: “Penso che tutti noi condividiamo questa sensazione”. Clamorosamente I Runrig non hanno mia suonato in Italia, “Ma ci piacerebbe tanto”, dichiara ancora il musicista. Insomma, promoter celtofili, è possibile che per tanti anni abbiate trascurato una band di così lungo corso? Due anni fa la band si era presa una sorta di anno sabbatico, con i fratelli McDonald impegnati come duo nel progetto The Band from Rockall, che ha inciso anche un disco, mentre anche il tastierista Brian Hurren e il cantante Bruce Guthro si sono dedicati ad incidere album solisti. Poi il ritorno nei ranghi della band con numerosi concerti. Quindi la decisione di festeggiare i quarant’anni di carriera. Ed eccoci a parlare di “Party on the Moor”, un box celebrativo di tre CD live, che è stato da poco dato alle stampe, di cui esistono anche versioni in formato DVD e Blue Ray. 
Il triplo raccoglie il concerto tenutosi a Black Isle Showground, nei pressi del villaggio di Muir of Ord, non lontano da Inverness. Diciassettemila persone radunate per un live show durato tre ore, che ha visto la band condividere il palco con ospiti del calibro di Julie Fowlis, del violinista Duncan Chisholm e della Inverness Royal British Legion Pipe Band, nonché con ex componenti del gruppo. Una serata davvero indimenticabile, benedetta dal clima, incredibilmente clemente per un luogo come le Highlands.“Una pietra miliare”, Calum definisce il concerto. Dopo quattro decenni di musica e un disco celebrazione di questa portata, è tempo di sedersi? O è previsto qualcosa di nuovo? “No, non penso che ci sentiamo ancora pronti a sederci: è appena iniziato il processo compositivo per un nuovo album in studio”. Ma nel futuro della Scozia, c’è il referendum del settembre, che potrebbe addirittura sancire l’indipendenza dal Regno Unito. Inevitabile parlarne. “Sarà un momento entusiasmante per il Paese”, rileva Calum, “Un momento molto positivo, quando ciascuno, specialmente i giovani, potranno mettere a fuoco il senso di appartenenza alla nazione e potranno essere coinvolti nel processo politico stesso. Sono favorevole all’indipendenza della Scozia. Credo che sia sempre meglio che le decisioni siano prese da coloro che ne saranno influenzati…” 


Ciro De Rosa 

Runrig – Party On The Moor (Ridge Records, 2014) 
È il tardo pomeriggio del 10 agosto del 2013 e sul palco allestito nella pianura di Moor, stanno per salire i Runrig, per celebrare il loro quarant’anni di carriera. Ad accoglierli è un foltissimo numero di spettatori, un pubblico tanto entusiasta quanto variegato, mettendo insieme almeno quattro generazioni differenti, dai bambini agli anziani più arzilli. Nell’aria si tocca con mano come la musica sia l’elemento che cementa i valori e il senso di appartenenza di un popolo. All’imbrunire sul palco salgono Bruce Guthro (voce e chitarra acustica), Rory MacDonald (voce e basso), Iain Bayne (batteria), Malcom Jones (chitarra e fisarmonica), Brian Hurren (tastiere) e Calum MacDonald (voce e percussioni). La festa ha così inizio. L’energia è quella degli esordi, l’entusiasmo anche, e sin da subito l’impressione è che sul palco non si risparmieranno nemmeno per un attimo. Ad affiancarli ci sono anche alcuni ospiti come il violinista Duncan Chisholm e il tastierista Peter Wishart, ma è il pubblico il vero valore aggiunto della serata. Il suono è un folk-rock granitico, solido, potente come ci hanno abituato negli ultimi anni, la tradizione è ancora la spina dorsale di ogni brano, ma l’incisività delle chitarre e della potente sezione ritmica è tangibile. Se Malcom Jones stupisce destreggiandosi tra cornamuse elettriche, chitarra e fisarmonica, il più giovane Brian Hurren regala più di una magia alle tastiere. Elemento cardine di ogni brano è però la voce di Guthro che guida il gruppo in maniera superba sin dal primo set tutto a base di rock con l’anthem “Only The Brave”, “City Of Lights”, la travolgente “Road Trip” dallo splendido Everything You See di qualche anno fa, e quei gioielli che sono “Big Sky” e “Maymorning”. Pregevoli sono anche i brani cantati in gaelico come “Siol Ghoraidh”, o “Faileas Air Airidh” quest’ultima in duetto con Julie Fowlis, stella del folk scozzese contemporaneo. Non mancano anche alcune ballate di grande spessore poetico come “Book Of Golden Stories” ed “Every River”, ma il primo vertice della serata arriva con “An Sabhal Aig Neill” che ci conduce al lungo assolo di tamburi di “Drum Set”. Protagonista della seconda parte del concerto è l’ex vocalist, in veste di guest, Donnie Munro, che impreziosisce con la sua voce “The Cutter”, “Edge Of The World” e la toccante “An Ubhal As Airde”. Quando torna in scena Guthro arrivano “Rocket To The Moon” e le torride “Alba” e “Pride Of The Summer”. Le cornamuse della Inverness Royal British Legion Pipe Band ci conducono a “Skye” in cui spicca il fascinoso finale strumentale, mentre il violino di Duncan Chisholm la fa da padrone nelle toccanti “Going Home”, “Hearts Of Olden Glory” e “On The Edge”. C’è ancora tempo per qualche bis finale con l’inno ecologista “Protect And Survive”, “Clash Of The Ash” e la sontuosa versione di “And We’ll Sing”, a cui segue il traditional “Loch Lomond” che sugella un concerto memorabile. A documentare questo concerto è il triplo CD “Party Over The Moor” che raccoglie i ventinove brani suonati quella sera, e a cui si accompagna uno splendido dvd con il concerto integrale. Insomma per chi ha amato i Runrig questo disco è l’occasione giusta per ritrovare i loro grandi classici, ma anche per comprendere a fondo come rappresentino ancora oggi un pezzo di storia della Scozia, avendone cantato l’identità e il desiderio di indipendenza. 


Salvatore Esposito