Neil Young - A Letter Home (Third Man Records/Reprise, 2014)

Mr. Neil Young si conferma un iconoclasta della specie più pericolosamente affascinante e coraggiosa, e questa volta prende addirittura a picconate se stesso, chiudendosi dentro una cabina come quella che Elvis Presley ha usato alla Sun Records per registrare il famoso 45 giri da regalare a sua madre. Il risultato è “A Letter Home”, disco pubblicato in vinile (ma uscirà anche un corposo box set con cd, dvd ed altre chicche incredibili da collezionisti ed hardcore fan) in occasione del Record Store Day per la Third Man Records di Jack White. Stonature, scricchiolii e fruscii vari, rendono un po’ difficile mettersi in modalità d’ascolto ed entrare nel film che Neil ha in testa. Per me è però un gran bel film, una cosa che lui può fare, e solo gente come lui possono permetterselo, artisti veri e coraggiosi la cui missione è quella: provocare. Diversi sono gli indizi che ci conducono verso una strada particolare perché il disco si apre con un intro in cui Neil, dall’interno della cabina, parla al telefono con la mamma, e questo fa sorgere subito il primo interrogativo: “A Letter Home” è un omaggio al ruolo materno del rock’n’roll? Da Gladys Presley alla signora Zirilli, la mamma di Bruce il rock‘n’roll è un matriarcato, e Neil celebra anche i suoi compari, andando a rendere omaggio a Bob Dylan e Gordon Lightfoot, a Bert Jansch come agli Everly Brothers, ma anche a Phil Ochs, il tutto registrato in diretta (o perlomeno lo speriamo...) dentro una cabina da registrazione del 1947 restaurata da quel bravo fighetto di Jack White. Aspettiamo di capire come sia entrato un pianoforte dentro una cabina Voice-o-Graph, ma lasciatemi dire che un gesto artistico come questo ci sta tutto. Diciamo che Neil, dopo averci rotto i cosiddetti, con il suo Pono, mentre sta cercando altri quattrini per sviluppare il suo anti iPod esce con una roba che di alta fedeltà proprio non ne ha. E’ una delle cose più irrazionali che siano mai state tentate! Per non parlare delle stonature devastanti e i fruscii, mamma mia! Io credo ci sia un poco quello che Man Ray aveva capito con le sue fotografie, qualche incidente di percorso può diventare un grandissimo scatto. Neil Young, al trentacinquesimo album a suo nome, reduce da alcuni dei più bei studi in assoluto, penso possa permetterselo e, lasciatemelo dire, deve anche farlo. Perchè a lui in qualche modo è richiesto e permesso per essere un grande.


Antonio "Rigo" Righetti