Mor Karbasi - La Tsadika (Gibraltar Productions/Alama Records, 2013)

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Che la ventottenne nata a Gerusalemme da madre di origine marocchina e padre di lontane ascendenze iraniane avesse stoffa, si era capito sin dal disco di debutto “Beauty and the Sea” (2008). Nel giro di pochi anni la cantante si è fatta strada nel panorama world dedicato al revival della lingua ladina. Nel successivo “Daughter of the Spring” (2011) Mor Karbasi si lanciava anche in veste di compositrice, seppure con risultati non del tutto eguagliabili al fulminante esordio. Educata musicalmente in famiglia ai piyuttim e ai repertori sefarditi marocchini, Mor si è tuffata negli splendori della cultura ebraica della Spagna delle tre culture, esistita fino alla cacciata degli ebrei voluta dai re cattolici. L’artista si dedica a tenere viva la melopea ladina, creando una cartografia sonora che si snoda lungo i percorsi storici della lingua giudeo-romanza. Costante l’influenza esercitata dalla madre – anch’essa autrice di testi – nelle scelte della cantante dalla voce limpida e flessibile, dotata di enorme espressività ed impatto emozionale. Il terzo capitolo della discografia, intitolato “La Tsadika”, è il disco migliore del suo percorso musicale. Con la produzione di Tom Cohen, ma soprattutto con il ruolo centrale del chitarrista partner Joe Taylor, figura chiave nel processo creativo e negli arrangiamenti, il lavoro ha come sfondo la città di Siviglia, dove Karbasi ora risiede, dopo gli anni londinesi. Quale luogo più appropriato per trovare ispirazione, collaborando, tra l’altro, con la locale scena flamenco? 
In prevalenza i brani provengono dalla tradizione sefardita marocchina, il resto nasce dalla penna della stessa Mor, su sue liriche e su quelle di sua madre Shoshana. Gran lavoro sugli arrangiamenti, mai troppo sofisticati, con una significativa varietà di formule strumentali. Qua e là una voce (proveniente dalla sua cerchia familiare?) intona la melodia originale. Mor si circonda di un pool di ottimi comprimari, tra i quali, oltre a Taylor, spiccano Andres Ticino alle percussioni, Davide Mantovani al basso, e Mark Eliyahu, il cui kamanche punteggia l’apertura dell’album: l’intenso canto sefardita “Fuerame A Bañar A Orillas Del Rio”, giocato tra voce, percussioni, basso, chitarre e cordofono ad arco. Dopo la luminosa e leggera canzone “Ladrona De Granada”, ecco “Viva Ordueña”, potente ritmica percussiva e voce della cantante che si inerpica. Il clima si fa accorato in “Cuando Yo Enfermi De Amor”, ancora di origine ebreo marocchina: risplende la voce di Mor, mentre il ney di Itzhak Ventura tesse trame vellutate. Di slancio, arriva “La Gallarda”, in cui chitarra e palmas creano un ordito andaluso. 
Invece, nasce tutta in casa Karbasi “La Blanca Paloma” – le autrici sono mamma e figlia –, una canzone affidata ai ricami di violino, bouzouki e clarinetto. Più incisivo “Aunque Le Dí La Mano”, un altro brano tradizionale sefardita, costruito su sezione ritmica rockeggiante, riff di chitarra elettrica ed incursioni sinuose del kamanche. Entra un quartetto d’archi in “Sol La Tsadika”, canto dall’incedere soave. Confluenze mediorientali e andaluse si palesano in “Molinero”, mentre il canto teso di Mor sa sfruttare con sapienza tutte le sue corde. Profuma di jazz mediterraneo “Mi Niña Me Trajo La Mar”, dove tra piano, basso, percussioni e chitarre fa capolino anche il timbro caldo della tromba sordinata di Avishai Cohen. Chitarre, mandolino, violoncello e percussioni dominano in “Yo me Levantera”, dove si avvertono ancora armonizzazioni flamenche. “Ay Si Te Fueres A Bañar Novia” è un finale da brivido con il canto a cappella di Karbasi appoggiato ad uno stratificato tessuto vocale di accompagnamento. Piano minimale in dialogo con la voce nella suggestiva bonus track “Merecia Ser Casada”. Una consacrazione. 


Ciro De Rosa