DinDùn – Majin (Autoprodotto, 2014)

Il trio DinDùn nasce dalla prosecuzione della collaborazione tra la compositrice Alessandra Patrucco, e il pianista dei Cantovivo, Angelo Conto, i quali dopo aver collaborato per il pregevole “Varda La Luna” con il progetto Sasà, hanno unito le forze con il musicista e compositore spagnolo Marc Egea (ghironda e flauti), dando vita ad un progetto musicale teso a riproporre materiali della cultura orale piemontese, il tutto cercando un equilibrio tra sonorità contemporanee e tradizionali, che in qualche modo esaltassero al purezza e il fascino delle voci antiche. Dopo aver debuttato alla XVIII Edizione del Festival Internazionale Europa Cantat del 2012, i Dindùn hanno via via ampliato il loro repertorio arricchendo le loro ricerche con lo studio delle raccolte dei canti tradizionali pubblicate da Costantino Nigra, Leone Sinigaglia, e dell'alessandrino Franco Castelli. Ha preso corpo così l’idea di un disco che è diventata ben presto realtà, tra il maggio e il giugno del 2013 quando, presso il Centre Civic Cotxeres Borrel di Barcelona, hanno registrato i nove brani tradizionali che compongono “Maijn”, il loro disco di debutto. Si tratta di un disco dal sound elegante e pieno di fascino, che sin dal primo ascolto cattura l’ascoltatore per quel riuscito connubio tra le strutture melodiche antiche, e le rielaborazioni moderne in cui giganteggia il piano di Angelo Conto e la voce di Alessandra Patrucco. Sono storie di donne e di uomini, di amori, passioni, affetti, passate da bocca ad orecchio, dalle voci dei protagonisti alle nostre, ma che in queste riletture operate dai Dindùn si svelano in tutto il mistero che caratterizza il divenire costante della tradizione popolare. Se l’iniziale “La Bionda Di Voghera” si svela in tutta la sua bellezza minimale, la successiva il famoso scioglilingua “Il Mio Castello” è riscritto letteralmente ed in modo quasi geniale nella melodia. “Majin (Lutto Leggero)” e “Cucù” vedono protagonista assoluta la voce della Patrucco, autrice di due prove vocali magistrali, incorniciate entrambe da arrangiamenti tenui, eterei, e allo stesso tempo densi di fascino. Si approda in territori quasi jazz con “La Soca” con il suo sublime interplay tra pianoforte e flauti, mentre “La Crava, L’À Mangià ‘L Muri” ci riporta verso gli stilemi musicali tipici della tradizione piemontesi. A completare il disco sono il medley “Tuca Cicìn/Fa La Nana”, “’L Me Marì” e “Pero (Timidezza)” che compongono un trittico tutto da ascoltare per comprendere a fondo come “Majin” sia una delle sorprese più interessanti di quest’anno. Insomma perdersi per strada questo disco sarebbe un grave errore, e non solo perché rilegge in modo sorprendentemente originale la tradizione musicale piemontese, ma anche per la cura e la passione che hanno animato la sua realizzazione. 


Salvatore Esposito