Joel ed Ethan Coen, A Proposito Di Davis (Inside Llewyn Davis), USA 2013, 105 min

Qualche numero fa mi sono divertito a segnalarvi il libro al quale è parzialmente ispirato “A Proposito Di Davis”, ed ora, essendomi deliziato la vista con questo film firmato da fratelli Coen, posso dirvi che si tratta di uno dei loro lavori meglio riusciti. Parlare di musica in cinematografia è come danzare di biologia, o dipingere di algebra, un ossimoro. Definire i Fratelli Coen come semplici appassionati di musica, non credo renda giustizia alla loro passione bruciante, il loro mondo visionario è pieno di riferimenti musicali, ed è probabile che proprio la musica sia la scintilla dalla quale sono partiti per dare vita al loro straordinario viaggio. Dentro ci mettono tutto, dagli Eagles della straordinaria battuta del “Grande Lebowsky”, fino alle macchiette cattive di “Non E’ Un Paese per Vecchi” (rimango dell’idea che la frangetta con la quale dipingono il cattivissimo Bardam sia un riferimento al Charile Watts di fine anni 60, provare per credere). Così quando la notizia del film sulla scena folk degli anni Sessanta al Greenwich ha cominciato a girare, vi assicuro che mi sono segnato la cosa. Il produttore esecutivo delle musiche non poteva essere che il genio T-Bone Burnett, già al lavoro sullo splendido “Brother Where Art Thou?”, il quale ha generato una nuova leva di cantori acustici alla sua uscita. Il cast, man mano che si definiva era intrigante e provocatorio, compreso Justin Timberlake che comunque fa una bella figura, come prototipo del trio Peter Paul and Mary. La cosa più pregnante che rimane con te all’uscita dal cinema è però la magia. I Coen si sono rifiutati di fare il classico biopic all’americana, operazione disneyane alla “I Walk The Line” per intenderci, la storia di un musicista raccontata tentando di andare a ricreare le scene, che possiamo aver visto come foto o in video con interpreti più o meno capaci. No, i Coen vanno a cercare la magia felliniana dell’inspiegabile, del misterioso, del sognante, esattamente come fa la musica, con quel senso di mistero e di incanto non spiegabile a parole. Il gatto Ulisse, il tizio che si capisce alla fine essere il marito della cantante senza speranza dileggiata da Lewyn nella scena finale, tutto contribuisce a creare la magia di un film. Un film che sembra finire troppo presto, e ti fa venire voglia di andare a casa a rispolverare vecchi dischi folk, per abbeverarsi a quella fonte purissima di passione e amore vero per la musica, storie che senti tue e che senti, senza necessariamente confrontarti con cotanta grandezza, come riferite al tuo fare musica, alla potenza di una voce e una chitarra. Il tutto condito da una specie di cameo del grande John Goodman, che interpreta un musicista jazz dotato di bastoni e dalla condotta quantomeno tossica forse riferito a Dr. John. Il gioco è quello dei riferimenti incrociati e prismatici, quel vedere il riferimento, ma trovarlo spostato e con un significato nuovo e stimolante. Gente che parla di chitarre con gusto e che canta, e non è un caso che le performance siano in presa diretta e interpretate dagli stessi attori. T-Bone Burnett ha detto che per quella che era la sua esperienza, questa è stata una cosa assolutamente inedita. Oscar Isaac, l’attore che interpreta Lewyn Lewis, racconta di aver incontrato T-Bone Burnett quando ha ottenuto la parte, e che l’incontro è iniziato con quest’ultimo che lo ha lasciato ad ascoltare l’ultimo disco di Tom Waits. Chiaramente, se confrontiamo la situazione del cast con la situazione italiana, alla Bennato, dobbiamo evitare di farci cadere le braccia dallo sconforto. Questi attori e questi registi partono dalla musica come se quella fosse, e cavolo lo è, lo snodo centrale del loro comunicare. Il film è meraviglioso. E’ cinema di alto, altissimo livello, testimonianza di una passione bruciante e fortissima. Andare a vederlo al cinema, nel caldo soffocante di una sala in centro a Modena, una sera di questo febbraio umido, i Coen mi hanno portato la gioventù del Greenwich Village, le case discografiche come quella di Moe Asch e la Columbia di John Hammond, l’aria di MacDougal Street in un modo che è unico.



Antonio "Rigo" Righetti