Dieci Anni Ascoltando Il Mondo: Babel Med Music, Dock des Suds, Marsiglia, 20-22 Marzo 2014

Bilancio altamente positivo per la fiera-rassegna marsigliese organizzata nella storica area portuale dei vecchi dock, che ha cambiato decisamente la sua fisionomia nell’arco temporale di sedimentazione decennale della manifestazione. La creatura di Bernard Aubert e Sami Sadak, direttori artistici del rendez-vous della città focese che accoglie professionals della world music, è cresciuta in due lustri, imponendosi per qualità musicale e scenario: il fascino di una città come Marsiglia, dove le “sfide di Babele” si avvertono e si comprendono girovagando vuoi tra i quartieri popolari vuoi tra i nuovi poli museali, come il MuCEM, a vocazione mediterranea. Gli espositori sono in prevalenza promoter di festival e agenzie di booking, qualche rappresentanza istituzionale (Provenza e Catalogna), alcune etichette discografiche soprattutto transalpine, e associazioni per le quali la fiera è occasione di incontro, non meno importante del Womex. Intanto, nuove manifestazioni per operatori del settore world stanno nascendo altrove (pensiamo all’esposizione di Capo Verde), mentre l’Italia (o meglio la Puglia) del Medimex sembra ancora alla ricerca di una sua identità. 
A Marsiglia, dal 20 al 22 marzo, accanto agli speed meeting, agli incontri informali agli Aperò presso gli stand fieristici, non sono mancate riflessioni sullo stato del mercato delle musiche del mondo con conferenze di rilievo (tra cui “La world music nei paesi Bassi”, “Il peso economico della cultura”, “Creare e diffondere la musica dopo la primavera araba”), presentazioni come quella del nuovo lavoro del ben noto combo vocale & beat-box Radio Babel Marseille e riconoscimenti discografici distribuiti dall’Accademia Charles Cros. Significativa anche la rassegna di docufilm proiettati nella bella biblioteca Defferre, nella quale abbiamo visto – ben dieci le pellicole presentate – l’anteprima dell’ottimo “Electro Chaabi” (2013) di Hind Meddeb, ritratto dei mc egiziani, spaccato del fenomeno mahraganat, genere musicale portavoce delle istanze di ribellione di molti giovani egiziani, nato negli slum del Cairo: prendete nota. Poi alla sera ci sono i concerti: trentuno show case divisi tra tre palchi, proposti a prezzi ragionevoli (€ 15 e € 35 il pass per le tre serate), premiati da un pubblico davvero folto che si sposta da un evento all’altro. Unica difficoltà la sovrapposizione di una parte dei concerti che impone scelte estetiche o spostamenti strategici tra una sala e l’altra. 
Ed è qui che ci si accorge di stare in Francia, in una metropoli dove c’è un’audience adusa alla world music, un pubblico curioso, culturalmente parlando, che spende per ascoltare musica, ma anche per mangiare e bere: insomma qui si investe nella musica live e la si consuma. Gli showcase, tranne quello dei rapper libici G.A.B. (Good against Bad), andato quasi deserto (!), sono stati sempre pieni per tutte e tre le serate di Babel Med Music. Si parla di 12.000 persone nlal tre giorni di set provenienti da 30 paesi, atmosfera rilassata, nessun poliziotto in divisa in circolazione, security solo agli ingressi e in prossimità degli stage. Inconveniente per chi soffre il fumo passivo, la nonchalance con cui sono disattesi i divieti di fumo. Un palinsesto di artisti ad ampio raggio, che parte dall’idea di meticciato, di identità e appartenenze plurime, di mélange e pastiche sonori. Nella serata di giovedì sul fronte nord-africano ecco una personalità rinomata come l’oudista world-jazz Rabih Abou-Khalil e gli algerini Imzad, vedi alla voce Tinariwen, ma sicuramente meno trascinanti degli alfieri del desert rock-blues. Con Neuza, voce gentile, siamo di fronte ad una nuova chanteuse capoverdiana della scuderia Lusafrica, però proveniente dall’isola di Fogo. 
Esordio nei club locali à la Cesaria Evora; vedremo se si imporrà come nuova star dell’isola atlantica con il suo suono acustico accattivante. Attesa per l’artista anglo-israeliana Mor Karbasi (Premio Fondation Orange) : ladino song di buon gusto etno-jazz. Se si tratta di donne, l’ugola dell’azera Fargana Qásimova batte tutti: figlia di cotanto padre, ormai se n’è andata per la sua strada con il suo ensemble dedito all’arte elevata del mugham. Dei rapper libici in uniforme militare, a testimoniare la presenza di troppi eserciti e milizie nella nuova Libia, e del loro mix di basi, testi cantati in più lingue, si è già detto un po’. Diverte e conquista per potenza scenica, groove urbano congolese con sprazzi rock e afro-beat, la performance di Jupiter & Okwess International. Si parte coi fiocchi al venerdì con i funambolismi degli Sväng, il quartetto di eclettici ed istrionici armonicisti finlandesi già noto ai nostri lettori, che salta gli steccati colti-popolari, ubriacandoci con la sua irresistibilità sonica sposata a competenza musicale con polska, tango, marce, inserti classici e note blue, in parte provenienti dal nuovo album “Karja-la”. 
Di grande levatura è lo show del quartetto di Jacky Molard, che ha costruito una tradizione violinistica bretone trasponendo ritmi e abbellimenti di altri strumenti; ha lavorato sodo Jacky, che agli esordi suonava musica irlandese. Un quartetto super (sax tenore, contrabbasso e organetto) che attraversa la tradizione della penisola celtica, passando per Irlanda, Scozia e Balcani. Quella del violinista e dei suoi complici, tra cui spicca la contrabbassista Hélène Labarrière, è un viaggio trasversale tra le musiche popolari, con innesti jazz e libertà d’improvvisazione. Ancora dalla Bretagna arriva il mattatore della serata: si tratta dell’innovativo Krismenn (Premio Adami della musica del mondo 2014 e Premio Mondomix 2014), come Molard artista della label Innacor. Il beat-boxer e rapper della Bretagna centrale, figlio delle etnografie di canto tradizionale e dell’hip-hop, usa il bretone, sua lingua nativa, mischiando la pratica dello canto responsoriale kan ha diskan (ma anche un gwerz e canzoni) con la grammatica sonora urbana afro-americana, usa le macchine per campionare dal vivo chitarra slide e contrabbasso; superbo poi il duetto con l’altro virtuoso beat-boxer Alem. 
Ancora una voce, profonda, androgina, minimale ed austera, quella della lisboeta Lula Pena, accompagnata dalla sola chitarra: il suo non è solo new fado, è oltre il fado, lo sguardo sonoro si volge agli autori brasiliani, talvolta richiama anche l’arte di Atahualpa Yupanqui. Poetica di classe, gente! Non passa inosservato neppure il progetto di Nishtiman, settetto curdo acustico transfrontaliero (Iran, Iraq, Turchia) dotato di plettri, fiati e percussioni. L’Italia è presente con Gianmaria Testa (insignito del Premio Babel Med Music et Région Provence-Alpes-Côte d’Azur insieme a Rabih Abou-Khalil), forse un po’ fuori fuoco con la sua band dal soffio soft-rock in questo baluginare di suoni globali, ma in Francia, e soprattutto qui a Marsiglia, è una stella di prima grandezza, anche per le frequentazioni con lo scomparso scrittore Jean-Claude Izzo, e nel clima locale il suo ruolo di chansonnier colto ci rientra tutto. Dell’iraniano-israeliana Rita, oltre alla splendida bellezza, non si può notare altro che propone un mix world-jazz con sfumature rock, che non manca di pernicioso tasso glicemico. 
Sul versante del revival musicale askhenazita, invece, la Amsterdam Klezmer Band manifesta i suoi buoni numeri. Diversa l’atmosfera creata da Arash Khalatbari, d’origine iraniana, vissuto a Parigi, ora residente a la Réunion, già fondatore degli Ekova negli anni ’90. Khalatbari manipola macchine e suona flauti, percussioni ed ance: il suo laboratorio acustico-digitale si traduce in techno-house, perfino datata, ma che nel complesso può funzionare in una serata dance: world clubbers, se ci state leggendo, prendete nota. Clou della serata il maestro dello ngoni maliano Bassekou Kouyaté & Ngoni Ba, la sua famiglia (di musicisti) è al completo. Il maestro di Garana manda il pubblico in delirio, con l’incessante stratificazione sonora delle diverse fogge del piccolo cordofono, assume pose da rocker con il suo strumento icona, esibisce assoli, si concede una spiazzante citazione del “La Colegiala”. Insomma, si avverte qualche ammiccamento di troppo da parte di un artista che ha inciso alcuni dei dischi africani più notevoli degli ultimi anni. Babel Med Music offre in chiusura delle serata un set di DJ. Dopo i Walkabout Sound System del giovedì, ecco al venerdì il set del duo Dengue Dengue Dengue!, diluvio sonoro tropicale di psichedelia, cumbia e dub, chicha e techno, guaracha e dubstep, direttamente da Lima, Perù. 
Venendo alla serata conclusiva di sabato, sbancano subito le Gargar, quartetto femminile originario del Kenia nordorientale, musica del popolo somali, al loro primo concerto fuori dall’Africa (premiate con il Prix France Musique des Musiques du Monde). Il canto responsoriale, la struttura melodica pentatonica portano all’inevitabile rapimento magnetico. Certo la solida base rock (basso-batteria-tastiera-chitarra elettrica ) non scevra da ingenuità nelle soluzioni rinvia alle esperienze di elettrificazione di gusto etiopico (che abbiamo conosciuto con la straordinaria collezione “Ethiopiques” di Francis Falceto pubblicata da Buda Musique). Il folto pubblico approva, noi apprezziamo al vocalità, ce la spassiamo perché la musica tira, sorridiamo alle naïveté vintage di certi arrangiamenti, ma le signore vorremmo ascoltarle da sole, con la band messa da parte o, almeno, silenziata per un po’ di numeri. Si salta di qua e di là tra sala Chapiteau e Cabaret, con il trio franco-comoriano di Ahamada Smis e per il mix di fanfara e rap dei macedoni Shutka Roma Rap – questi ultimi non hanno lasciato in me tracce indelebili di good ribes. 
Di diversa levatura, invece, la poetica di Smis, cantante e autore originario dell’isola dell’Oceano Indiano ma residente a Marsiglia, affiancato dai cordofoni gaboussi, dzenzé e oud, mette insieme i suoni della sua terra che sono il portato sincretico dei secolari passaggi di europei, arabi, indiani e popolazioni nero africane che mischia con rap e slam poetry (il suo più recente album è “Origines”): in altre parole uno dei simboli della filosofia sonora di Babel Med. Come lo è un’altra creazione seducente, questa volta di impianto cameristico, che mette sul palco il duo palestinese Sabîl (Ahmad Al Kahtib all’oud, Youssef Hbeisch alle percussioni; di loro avevamo già apprezzato l’album “Sabîl" del 2011) e del quartetto d’archi francese Béla. Cercate “Jadaval”, disco prodotto da La Clique Production. Una confluenza di mondi sonori, un efficace bilanciamento di timbri, repertorio che fa dialogare mondo mediorientale e occidente colto. Nessuna novità invece dalla patchanka manuchaoesca dei catalani Che Sudaka. Molto atteso lo sposalizio tra Napule e Massilia con variazioni canore e rimiche provenienti da lu Salentu. È l’incontro di super vocalist, tamburi a cornice, plettri e organetto del progetto Vè Zou Via, che unisce le voci delle trio femminile Assurd e di Enza Pagliara con i celebri cantori locali Lo Còr de la Plana. 
Combinazione di canto a cappella e tamburi a cornice, si intersecano ritmi e lingue (napoletano, salentino e marsigliese), tra convivialità teatrale, potenza percussiva, ironia e sberleffi ai politici locali (si sarebbe votato per le amministrative la mattina successiva). Amore a prima vista o matrimonio combinato? Optiamo per il primo, naturalmente, ma manca ancora un quid affinché questa sintonica unione si tramuti in travolgente passione e amore vocale e percussivo, com’è nelle cifra di questi artisti dall’enorme potenziale musicale. L’abbiamo mancato, ma ci dicono che ha “spaccato” il veterano Clinton Fearon & Boogie Brown Band, mentre ancora Marsiglia è andata in scena, quando nello showcase afro-cubano di Ruben Paz e Cheverefusion ha fatto capolino Papet J dei Massilia Sound System (questi ultimi in uscita con un nuovo album, a breve). Chiusura con il maestro di cerimonia DJ Oil. Aspettiamo la prossima edizione Babel Med Music nella convinzione che vale un viaggio in terra provenzale per vivere la mescolanza meticcia che non è utopia futura ma è euforia del presente. 


Ciro De Rosa