David Crosby – Croz (Blue Castle, 2014)

“Croz” è il nuovo album di David Crosby, un artista capace di astenersi dal pubblicare dischi a suo nome per vent’anni, qualcosa di sconosciuto per la maggior parte dei grandi nomi del rock, come il suo vecchio compare Neil Young o Bob Dylan, giusto per restare tra i suoi coetanei. David qui esalta un modo di fare musica riferito alla California, quella bella, con armonie vocali straordinarie, e musicalmente si tratta di un’eccellenza, che viene espressa dai musicisti coinvolti senza che la loro presenza divenga troppo ingombrante. Certo, non mancano alcuni cameo di lusso, su tutti il lavoro chitarristico di Mark Knopfler nell’iniziale “What’s Broken” o la tromba di Wynton Marsalis che impreziosisce “Holding On To Nothing”, ma il disco si poggia sulla voce di David Crosby, sulla sua ugola dolcissima e affilata, senza tempo, sue splendide e naturali armonie vocali. I miei primi ricordi di Crosby risalgono all’epoca dei vinile, ed in particolare al primo che acquistai, quel “Deja-Vù”, comprato a 2.500 lire e che è ancora qui alle mie spalle, a fare da spartiacque tra la stagione dell’emotività e dell’innocenza perduta con lo scorrere del tempo. La cifra stilistica di Crosby è rappresentata dai suoi baffi da Bufalo Bill e dalla giacca con le frange, che colpì con così tanta potenza la mia immaginazione, il suo fare musica è immutato dal tempo dei Byrds e di CSN&Y. Etereo, lieve, capace di avvalersi di ormai rari bassi fretless, come non capitava da tempo di sentire, elegante con un senso dell’armonia, che si poggia spesso su arie di chitarra acustica caratterizzate da accordature aperte, e da uno strumming rilassato. Il gotha del giornalismo mondiale ha dato per scontato che il disco sia un capolavoro, secondo me il disco merita assolutamente di essere acquistato, anche se non è caratterizzato da una produzione artistica coraggiosa. Questi brani hanno la potenza per rendere però al massimo dal vivo, sul palco, laddove questo leone potrà scuotere la candida criniera, o meglio quello che ne è rimasto, e urlare la sua libertà e le sue battaglie per la difesa di quest’ultima. Ciò che manca a questo disco è un Topanga Canyon, coi suoi colori, difficile lasciarsi andare mentre fuori la pioggia imperversa per il quindicesimo giorno e il grigio sta lì a tenere la lancetta sul blues andante. I pezzi più sognanti sono quelli dove l'impulso ritmico va a zero, e la musica diventa modale. Ecco allora la musica torna a volare, e tutti che si dimenticano il nome... Il disco è bello davvero, quello che manca è una produzione coraggiosa, ma forse è solo una pippa.


Antonio "Rigo" Righetti