Dave Van Ronk - Down In Washington Square (Smithsonian Folkways Recordings, 2013)

Da qualche giorno è nelle sale “A Proposito di Davis”, il nuovo film dei fratelli Coen. Io non sono riuscito ancora a vederlo, ma ci andrò quanto prima, e ovviamente vi consiglio di vederlo. Nel frattempo, volendo il vostro bene, vorrei che arrivaste al cinema preparati e così stimolerò la vostra curiosità con la bella antologia dedicata a Dave Van Ronk, pubblicata di recente dalla Smithsonian Folkways Recordings, ed il suo bel libro autobiografico, al quale i fratelli Coen si sono ispirati per il film. Il libro è edito in Italia da Bur ed è tradotto, come al solito, in modo poco accurato. Errori continui di traduzione, e nomi sbagliati si sprecano. Il titolo e la fascetta chiaramente tentano di capitalizzare sul film tradendo il titolo originale di “The Major of Washington Square”, il sindaco di Washington Square, meravigliosa definizione del ruolo di ambasciatore operato da Dave. In ogni caso, il lavoro distruttivo di traduzione non può nulla per abbattere la bella verve di Dave, che viene fuori da questa semi autobiografia, finita postuma dal grande Eljiah Wald. Il libro parte dalle lezioni di chitarra che Elijah prende dallo stesso Van Ronk, per allargarsi in frequenti digressioni del folk singer americano, sicuramente in linea con quel sentire “inclusive rather than exclusive” della New York degli anni Cinquanta e Sessanta della quale, appunto, lui era il rappresentante più titolato. Il film presenta diverse imprecisioni, già rimarcate da Terri, la prima moglie di Dave, e che vanno ascritte all’opera di fantasia dei registi, il libro invece ci restituisce una storia che vince e funziona, come tutti i grandi libri che narrano le gesta di musicisti. Personalmente penso che funzioni il gioco quando leggendo, ad esempio la biografia di Jaco Pastorius, ti viene voglia di andare a risentirti la musica. Ha funzionato alla grande con “Life” di Keith Richards o con “Chronicles” di Bob Dylan, e funziona ugualmente con questo libro che è il punto di vista sempre affettuosamente cinico e molto newyorkese di una era meravigliosa e piena di musica. L’influenza delle scoperte del grande Dave sono sotterranee, poco manifeste, ma basta guardare agli Hot Tuna, che hanno saccheggiato il songbook di Dave, così come i Doors che ne hanno recepito l’influenza brechtiana di Alabama Song, oppure i Grateful Dead che trovano la “Samson and Delilah” del grande Rev.Gary Davis da un suo disco, e anche gli Allman Brothers Band andarono a beccarsi la celeberrima “Statesboro Blues” di Blind Willie Mc Tell proprio da una di quelle incisioni. Dave sottolinea con decisione la sua volontà di essere un cantante di blues, mentre viene considerato facente parte della scena folk, d’altronde, di cosa parliamo quando parliamo di musica? Parliamo di quelle che Dave chiama “le caselle”, comode per l’estabilishment, e contro le quali chi ha un minimo di creatività combatte tutto il tempo. Il libro è davvero interessantissimo, e spiega con dovizia di particolari gli arrangiamenti per chitarra, che passano da un musicista a un altro, e in qualche caso con la ferocia intelligenza di un Bob Dylan, che “ruba” un arrangiamento a Van Ronk di “House Of The Rising Sun”, quella canzone andrà poi lontano arrivando agli Animals di Eric Burdon, e modestamente giungerà anche al sottoscritto, essendo il primissimo pezzo mai suonato dal mio basso. Insomma, il consiglio per i miei amati folkster di Blogfoolk è quello di leggere il libro, ascoltando la musica di Dave, godendo della visione romantica ed intelligente di un grande musicista. E’ bello leggere aneddoti come quello dei passaggi di proprietà delle canzoni, come la celeberrima “Cocaine” registrata da Jackson Browne, che credeva fosse di Dave mentre invece era del Reverendo Gary Davis, uno dei personaggi che il folksinger americano vuole farci capire essere giganteschi per il mondo della chitarra. L’ossessione per quello che si può tirare fuori da una acustica è dentro al libro, ci sono trucchetti, storie personali di una ossessione che condivido per uno strumento con qualche corda in meno ma alla fine, il libro è una meravigliosa, perfetta storia d’amore. Amore per il mondo, per la musica, per l’arte e per la forte certezza che i problemi, quelli che oscurano la vista, sono da ascrivere a chi non accetta che si esca dalla crisi solo solamente puntando sulla cultura, sull’incontro tra culture diverse, tra visioni diverse che, modestamente, credo sia quello che succedeva al Greenwich Village. Meditate, odiati politicanti, vincerà chi per primo sarà capace di ricreare un ambiente ove fioriscano le arti, ecco chi vincerà.


Antonio "Rigo" Righetti