Jonathan Wilson – Fanfare (Bella Union, 2013)

Se vi dicessi che seguo Jonathan Wilson, direi qualcosa di assolutamente falso. Non lo conoscevo fino a quanto non mi sono arreso ai messaggi, che mi arrivavano dalle colonne di Mojo e Uncut, gli unici due giornali che seguo, e da cui continuava ad arrivare la notizia di questo disco, e del corollario di ospiti stellari che contiene da David Crosby e Graham Nash, a Jackson Browne, passando per Benmont Tench, e Mike Campbell. Ascoltando questo disco, però, posso assicurarvi che la presenza più pregna di significato è quella delle canzoni di Jonathan, canzoni che guardano al fare musica dei seventies, quelli belli, quelli di Laurel Canyon, rivitalizzati in un disco che prima di tutto suona meravigliosamente, con coordinate che vanno dai Pink Floyd, direi Meddle Style, fino al sound West Coast con decise tinte di Stephen Stills, e addirittura dei Manassas. Splendide chitarre acustiche ricamano armonie lievi, pianoforti inglesissimi si stendono sotto cantati incredibili, e tematiche interessanti, che arrivano persino a sfiorare Canterbury. In ogni caso, il disco fa anche un poco paura perché, ad un primo ascolto, non si svela del tutto, ma pian piano, andando a picchiettare sui vetri della finestra dei ricordi. Ed è allora che la magia si fa strada, si sente che c’è molto sentimento dietro a quelle chitarre, che svisano con il phaser, a quei pan pot decisi, a quelle batterie così ben registrate. La cura compositiva è stata enorme, tanto che non ci sono accordi di troppo, ma è un vero pregio, perché un’opera dell’ingegno come questa non ha davvero bisogno di aggiungere materia. Jonathan si fa prima a dire cosa non suona (forse in Fanfare non si è espresso all’ocarina, ma per il resto suona davvero tutto) ma soprattutto... è il produttore di cotanta musica. E che produttore! Capace di padroneggiare atmosfere ora country rock ora deliziosamente folk, ora funk groove, con sotto sempre tanto rock blues. Facile vero? No, affatto. Grande disco.


Antonio "Rigo" Righetti