Francesco Loccisano – Mastrìa (CNI Music, 2013)

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“Mastrìa” è il secondo disco di Francesco Loccisano - virtuoso della chitarra battente, con all’attivo importanti collaborazioni nel panorama musicale e chitarristico internazionale (sul suo sito campeggia il video di una session con il compianto Bob Brozman, al quale ha dedicato il brano di chiusura del disco “Amico Brozmann”) - che fa seguito a Battente Italiana, del 2010, un resoconto puntuale sul suo strumento prediletto. “Il Volo del Calabrese” e “Pastorale” (con Ettore Castagna alla lira), i due brani di apertura del disco, sono gradevolissimi e mi piacerebbe che bastassero a garantire sull’integrità dei contenuti (ordinati, equilibrati, puliti, sognanti) e di tutti gli altri brani di cui è composto. La chitarra battente è centrale anche in “Mastrìa”, ma qui è inserita in un programma articolato secondo riferimenti molto ampi, nel quadro dei quali Loccisano si muove con agilità e in più passi si libra come una farfalla. La metafora non è casuale e, sebbene possa sembrare retorica (e deformi in parte queste righe dentro un codice probabilmente troppo emotivo), non vuole neanche addolcire e far fantasticare troppo sul disco (dal quale emerge sempre lo scivolare concreto delle dita sulla tastiera, dei polpastrelli aggrappati alle corde doppie della chitarra battente), assemblato, nota dopo nota, attraverso una sequenza di canzoni originali, rielaborazioni del repertorio classico per chitarra e citazioni del patrimonio musicale di tradizione orale della Calabria. 
Piuttosto vuole aiutare a definire la sensazione (si badi bene, non solo relegata ai primi ascolti) di una musica alleggerita da un’evidente competenza (non solo tecnica) che lascia dei segni ordinatissimi nel flusso dei suoni. E che sospinge l’ascolto su un piano che mi piacerebbe definire più “sonoramente” puro e più percettivo (la sensazione, appunto, il trasporto), svincolandolo in molti passi dall’attenzione alla morfologia del suono, dall’attenzione interpretativa che avrei, invece, il dovere di tenere in primo piano. Chi, come chi scrive, ha poi la passione per i cordofoni e in particolare per la chitarra (qualunque essa sia), apprezzerà non solo la morbidezza e la dolce disinvoltura con cui Loccisano si muove in un panorama sonoro pieno di evocazioni, ma soprattutto la rassicurante struttura di una narrazione musicale pensata e modellata da un chitarrista. In “Mastrìa”, come dicevo, compaiono le tradizioni musicali popolari (riconducibili al modulo della tarantella, come il “Ballo di San Vito” che Loccisano ha suonato accompagnando Capossela in più occasioni) interpretate secondo una visione sicuramente caleidoscopica, i cui esiti si distanziano in modo significativo dalle riproposte di artisti più anziani e più maturi e che, spesso, rappresentano le avanguardie più interessanti nel processo di esplorazione dei repertori tradizionali e di riproposta di questi in nuove forme (“Kaos Kalabro”). 
Emerge certamente la formazione classica o, più precisamente, di un musicista colto, che ha letteralmente acquisito e organizzato una cultura musicale differenziata e che dispone, quindi, di tecnica e conoscenza di più tradizioni chitarristiche - flamenca, classica, battente - come è evidente in un brano come “Sdegnu”, oppure nella versione “battente” di uno dei valzer del chitarrista classico Antonio Lauro (“Lauro Waltz”). Vi è certamente un curioso virtuosismo, senza tecnicismo né impostazione e, allo stesso tempo, la volontà di proporre un linguaggio musicale destrutturato, in cui la chitarra battente (e la massa di informazioni e immagini che evoca) raccorda dei dialoghi proposti e cantati come flash, in cui spesso le parole sono poche e pesate, sempre organizzate in una linea melodica incisiva e sognante allo stesso tempo: “L’aria è currutta e la genti non sannu/ Non canuscinu l’estati cu lu viernu” (a ben vedere, sfogliando il booklet, i testi assumono addirittura una forma di postilla, segnati a margine di una lunga composizione musicale, apparentemente contraddittoria perché impetuosa e coerente, fluttuante e determinata, come lo sono i suoni delle percussioni che, insieme ai pochi interventi di elettronica e basso, accompagnano la chitarra battente: cajon, shaker, triangolo, darabouka). Questo processo di sintetismo si completa ne “I Tamburi Di San Rocco”, uno dei brani più piacevoli del disco (a mio avviso il più rappresentativo delle convergenze di cui si è sopra accennato), nel quale un tema reiterato di chitarra è puntellato da interventi polivocali, che ricordano, secondo un interessante paradosso, dei bordoni che si interrompono seguendo una cadenza regolare. L’aria del brano, solo attraversata in sottofondo da un battito leggero e diffuso, si sviluppa con piccole variazioni intorno a un arpeggio circolare di chitarra battente, fino a confluire (scomparendo) nei tamburi, nella citazione diretta del tema, cioè: rullante, grancassa e piatti.


Daniele Cestellini