Speciale Dodicilune: Fabrizio Bai, Daniele Gregolin/Gabriele Boggio Ferraris, Claudio Bianzino 4tet feat. Alberto Mandarini, Ciranda Quartet

Fabrizio Bai – Etruscology (Dodicilune, 2013) 
Chitarrista toscano dalla solida formazione accademica, Fabrizio Bai vanta una produzione artistica di tutto rispetto, che lo ha portato negli anni a lavorare in diversi ambiti musicali dal rock al jazz, a comporre musiche per il cinema e per il teatro, e ad essere parte di diversi progetti musicali come il gruppo latino F.E.R. e la Dixie Band Steet Parade. Al 2007 risale invece il progetto Etruscology, che lo ha visto impegnato in un rigoroso percorso di ricerca sulla musica etrusca, della quale non essendoci giunte partiture o metodi, che potessero consentire un recupero delle melodie del passato, è stato necessario fare ricorso alle tante illustrazioni dipinte o scolpite degli strumenti musicali dell’epoca, ed in particolare anche agli stessi strumenti, ritrovati negli scavi in buono stato di conservazione. Partendo dai musei della Toscana, ed in particolare dal museo archeologico di Sarteano, ed incrociando le informazioni raccolte in essi con la musica greca, Fabrizio Bai ha dato vita ad una serie di composizioni originali, che racchiudono le regole, le note, e le modalità che seguiva la musica etrusca. Dopo una lunga sperimentazione dal vivo dei brani, e alcuni cambi nella formazione che accompagna abitualemnte il chitarrista toscano, Etruscology ha trovato di recente anche la sua dimensione discografica, con il disco omonimo, che raccoglie otto composizioni originali, prodotte dallo stesso Fabrizio Bai insieme a Gabriele Rampino. Oltre alla chitarra di Bai, protagonisti di questo progetto sono tre ottimi strumentisti come Massimo Guerri (sassofoni e clarinetto), Andrea Beninati (violoncello e percussioni) e Maurizio Costantini (contrabbasso), che hanno contribuito in maniera determinante nel dar vita ad un vero e proprio affresco sonoro di una Toscana, dipinta in musica in tutto il suo fascino, sospesa com’è tra presente e passato. Durante l’ascolto scopriamo come la sinuosità della title track, tragga origine dalla modalità dorica derivante dalla cultura greca, o come il brano “Ombre Della Sera”, trovi la sua ispirazione nei resti di un flauto etrusco, ma non è tutto perché il disco, nel suo alternarsi tra spaccati melodici e ritmi trascinanti, ci regali momenti di puro godimento come nel caso della splendida “Danzatori Di Pietra”, o dell’altrettanto bella “Banchetti D’Oriente” dove al jazz si mescolano sapori e sonorità mediterranee. In ogni brano a tessere la linea melodica è la chitarra di Bai, a cui pian piano si accodano in un elegante interplay ora il sax ora il violoncello dando vita ad atmosfere di grande suggestione, come nel caso della solare “Àpres Midi” in cui spicca il sax di Guerri, o le conclusive “Frammenti” e “Ombre della Sera”, che completano un disco pregevole, in cui Fabrizio Bai è riuscito a cogliere in modo sorprendente tutta la poesia e il fascino della sua terra. 

Daniele Gregolin – Gabriele Boggio Ferraris - Django’s Roots (Dodicilune, 2013) 
Nell’anno del sessantesimo anniversario della morte del leggendario Django Reinhardt, tanti sono stati i dischi tributo e gli omaggi, che ne hanno celebrato la sua memoria. Tra i tanti ascoltati, tra calligrafiche riletture, originali riscritture, e pallide imitazioni ci ha colpito molto “Django’s Roots” del duo composto dal chitarrista Daniele Gregolin e dal vibrafonista Gabriele Boggio Ferraris, a cui per l’occasione si è aggiunta una sezione ritmica di tutto rispetto composta da Giacomo Tagliavia (contrabbasso) e Massimo Manzi (batteria). "Dalle radici di Django sono sbocciati dentro di noi dei fiori elettrici", sottolineano Gregolin e Boggio Ferraris, "nel più assoluto rispetto della sua opera abbiamo sentito la necessità di rendergli omaggio con delle nuove sonorità, più vicine a quello che è il nostro modo di vivere la musica. Abbiamo percorso questo tragitto con la convinzione che Django stesso avrebbe apprezzato la sincerità del nostro lavoro, e che chiunque ascolti questo disco possa godere della sua musica immortale, esattamente come, sentendoci dei privilegiati, è capitato a noi". Il risultato è un disco, che raccoglie nove brani più due brevi inediti, nel quale il duo rilegge in chiave elettrica il reperto di Django Reinhardt, e lo fa con un approccio originale che guarda tanto al linguaggio del jazz contemporaneo quanto anche al rock, il tutto mantenendo integro il legame con le radici del gypsy jazz. A guidare le linee melodiche è la chitarra di Gregolin, che tesse trame sonore ricche, su cui il vibrafono di Boggio Ferraris cesella ogni nota, supportato magistralmente dall’originale approccio ritmico di Tagliavia e Manzi. Aperto dal breve frammento “Minor Fugue”, che funge da preludio per il classico “Minor Swing”, il disco ci conduce attraverso riletture sorprendenti come quella di “Bellville” della quale viene esaltata l’intrinseca apertura verso l’improvvisazione, o la fascinosa “Montagne Sainte Genevieve”, il waltz musette più conosciuto scritto da Reinhardt che sfocia in un sontuoso interplay tra chitarra e vibrafono. Se il funk colora di nuova luce “Hungaria”, “I’ll See You In My Dreams” vira invece verso il rock, mentre la riscrittura di “Daphne” ci dimostra come la chitarra di Django abbia anticipato la musica tonale-modale di Miles Davis e John Coltrane. La ballad “Nuages”, l’acid jazz di “Swing ‘39” e il be-bop di “Swing ‘42”, chiudono un disco tutto da ascoltare, non solo per scoprire sotto una luce diversa l’opera di Django, ma anche per comprendere quale e quanto grande sia il potenziale ispirativo delle sue composizioni. Del resto il miglior tributo, è la re-invenzione. 

Claudio Bianzino 4tet feat. Alberto Mandarini – Gigiabbo (Dodicilune, 2013) 
Compositore, arrangiatore, ma soprattutto sassofonista, Claudio Bianzino, ha di recente dato alle stampe “Gigiabbo”, disco che raccoglie otto composizioni originali, incisi insieme al suo quartetto composto dal pianista Davide Calvi, dal contrabbassista Stefano Profeta e dal batterista Nicola Stranieri, a cui si aggiunge Alberto Mandarini, noto flicornista e trombettista. Si tratta di un progetto discografico che mira a valorizzare la figura del sassofonista all’interno di una formazione jazz classica, terreno in cui ogni strumentista cresce, e che rappresenta una sfida sempre nuova, e dunque un punto di partenza. In questo senso va letta anche la scelta del titolo, “Gigiabbo”, una parola apparentemente senza senso, ma che pare sia stata la prima pronunciata da Bianzino da piccolo, all’epoca della sua lallazione. Si comprende così come questa parola sia il sinonimo di un nuovo inizio, un nuovo inizio che parte dalla passione di Bianzino per il jazz americano, e questo lo si nota a partire dalla title-track, che apre il disco e in cui spicca il superbo interplay tra piano e sax, ma anche nella successiva “Il Leone E La Gazzella” in cui complice Alberto Mandarini, scorgiamo influenze bop con il travolgente dialogo tra i fiati, o ancora in “Quasi Trentanove”, tutta giocata su tempi veloci. Vertici del disco sono la melodica ballad “Lo Specchio Degli Occhi” in cui si apprezza il sax di Bianzino in tutto il suo lirismo, e quel gioiellino che è la conclusiva “Gongolo” in cui ampio spazio è lasciato all’improvvisazione e al dialogo tra sax e tromba. Nell’economia generale del disco giocano un ruolo di grande importanza anche Calvi al piano e l’impeccabile sezione ritmica di Profeta al contrabbasso e Stranieri alla batteria, che supportano magnificamente le tessiture melodiche del sax di Bianzino. Sebbene dopo il primo ascolto verrebbe da etichettare questo disco come mainstream jazz, andando più a fondo nell’ascolto si scopre un lavoro maturo, solido, che brilla per perizia esecutiva e ricerca compositiva. 

Ciranda Quartet – Errante (Koinè by Dodicilune, 2013) 
Nato nel 2008 dall'incontro tra la cantante Letizia Magnani e il pianista Michele Francesconi a cui si sono aggiunti ben presto il fisarmonicista Gabriele Zanchini ed il batterista Roberto Rossi, il Ciranda Quartet è un interessante progetto musicale che mira a rileggere in chiave jazz il vasto patrimonio musicale che unisce il Portogallo al Brasile, in viaggio sonoro che parte dal Fado di Lisbona e arriva al Choro di Rio De Janeiro, passando per le composizioni di Ernesto Nazareth, Guinga, Mario Laginha e fino a toccare i cantautori brasiliani Joao Gilberto, Antonio Carlos Jobim, Vinicius de Moraes, per tornare in fine ai poeti portoghesi come Fernando Pessoa, a cui le voci di Amalia Rodriguez e Maria Joao hanno reso omaggio. Dopo un intenso rodaggio dal vivo, Ciranda Quartet con “Errante” giunge al suo primo disco, e lo fa attraverso dieci brani che mescolano composizioni originali, a brani del repertorio brasiliano, che nel loro insieme documentano molto bene quale sia stato il percorso musicale maturato in questi anni. Sin dal primo ascolto si ha la netta sensazione di avere di fronte un gruppo dallo sguardo aperto, interprete di una musica in continuo movimento, movimento che è danza rievocata anche dal suo nome, e che rimanda al ballo in cerchio che accompagna le filastrocche dei bambini portoghesi. Ogni brano è suonato ed arrangiato con cura, e cantato in modo eccellente dalla brava cantante Letizia Magnani, e laddove sono più evidenti i rimandi direttamente alla periodo più florido della MPB (Música Popular Brasileira), anche in quel caso non è un limite, ma piuttosto una marcia in più. Ben lungi dalle versioni pop della bossa nova insegnateci dalle voci di Ornella Vanoni e Mina, la voce della Magnani si muove in altro ambito, emozionando, toccando le corde del cuore, come nel caso delle magnifiche versioni di “Fado Do Coracao Errante” o “Corrida De Jangada”, che di questo disco rappresentano i vertici più alti a livello interpretativo. Insomma “Errante” non deluderà l’ascoltatore, ma piuttosto lo avvolgerà nel suo fascino, conducendolo dritto sulle calde spiagge del Brasile. 


Salvatore Esposito