Mario Bonanno, Io Se Fossi Dio - L'Apocalisse Secondo Gaber, Stampa Alternativa 2013, pp.120, Euro 14,00

Dopo il pregevole saggio dedicato a Stefano Rosso, Mario Bonanno, da attento studioso e profondo conoscitore della canzone d’autore in Italia, ci consegna un altro prezioso volume, “Io Se Fossi Dio – L’Apocalisse Secondo Gaber”, che getta nuova luce su uno di brani meno noti, ancorché uno dei più emblematici, della produzione del cantautore milanese. Scritto nell’agosto del 1980 per far parte dell’album “Processione Bassa”, “Io Se Fossi Dio”, ne venne escluso per timore della casa discografica e del distributore di un possibile sequestro giudiziario a causa del contenuto del testo, per essere successivamente pubblicato solo come singolo in formato 12 pollici per la piccola etichetta F1 Team di Sergio De Gennaro. A trent’anni dalla sua pubblicazione, e a dieci dalla morte di Giorgio Gaber, Bonanno riapre il dibattito su questa canzone che lui stesso definisce come “la più anomala, impavida, cattiva, lunga, scomoda, violenta, sincera, lucida, ulcerosa, riuscita, che la storia musicale ricordi. Una delle pochissime canzoni rimaste fuori dalle citazioni ufficiali e dall’esegesi gaberiana, a dieci anni dalla morte. Io se fossi Dio viene editata all’alba degli Ottanta, quando l’inizio della fine è appena cominciato, specchio fedele di una Nazione idiota, farisaica, incattivita; e di una società civile ancora più imbarazzante. Una ballata-fiume, scomoda, censurata, maledetta, dunque rimossa collettivamente, oggi come ieri”. Attraverso le pagine di questo saggio cade, così, il silenzio su questo brano, del quale viene ricostruito nel dettaglio il clima sociale e politico che lo aveva ispirato, e questo senza citarlo quasi mai ma piuttosto puntando l’attenzione sul suo autore, visto finalmente come cantautore impegnato, militante, piuttosto che come un istrione ironico mattatore del teatro-canzone. Moderno Cecco Angiolieri, Gaber in “Io Se Fossi Dio”, scrive la sua visione dell’apocalisse e lo fa come un fiume in piena, è l’apocalisse moderna di una nazione, che si è appena lasciata alle spalle gli Anni di Piombo ed una lunga scia di eventi luttuosi, di una nazione confusa, sospesa tra il sogno della Milano da Bere e i problemi che l’affliggono da sempre. Gaber non risparmia giudizi taglienti sul terrorismo e sulle stragi (“Ecco la differenza che c'è tra noi e "gli innominabili":/di noi posso parlare perché so chi siamo,/e forse facciamo più schifo che spavento./Di fronte al terrorismo o a chi si uccide c'è solo lo sgomento”) o su Aldo Moro, ucciso solo pochi mesi prima dalle Brigate Rosse (“Io se fossi Dio,/quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,/c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire/che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana/è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana./Io se fossi Dio,/un Dio incosciente enormemente saggio,/avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,/ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/quella faccia che era!”) o ancora sui partiti, come quello radicale e quello socialista. Il libro oltre a raccontarci la canzone, attraverso l’analisi del testo, ci offre due preziose interviste con Sergio Farina, che curò gli arrangiamenti del brano, e con Sandro Luporini, coautore con Gaber del brano, il tutto unito alla scrittura partecipata ed empatica dello stesso Bonanno, che coglie sapientemente il senso di vuoto e di smarrimento di Giorgio Gaber. Insomma, se avete amato nel profondo Giorgio Gaber questo libro vi schiuderà le porte della sua visione più intima della vita, della storia e della politica, quella che in tutti i suoi dischi sembra restare celata ai più, ma che in “Io Se Fossi Dio”, viene fuori dirompente come non mai. 


Salvatore Esposito