Kiepò – Tarantelle Paglia E Fieno (Autoproduzione, 2013)

Riflettori sul suono nu trad dal Cilento che padroneggia la memoria della cultura orale, non rimastica melodie napoletane, non canta slogan ribellistici riprendendo il folk d’annata di Eugenio Bennato né insegue le sirene della “taranta”: qui siamo di fronte a musicisti provenienti da casati di rinomati suonatori tradizionali, ma con solida formazione musicale alle spalle, che hanno tutti i numeri stilistici e tecnici per interpretare canti e danze locali, ma non solo, prodursi in corto circuiti colto-popolari, che evidenziano versatilità e spirito libero. Insomma, il messaggio è: con ance e bordoni, corde e flauti, strumenti della tradizione popolare, si può suonare di tutto e sul serio, non per divertissement! In tal senso, si ravvisa anche l’ispirazione procurata da un maestro della feconda con(-)fusione di espressioni sonore, come Nando Citarella, protagonista con un cammeo vocale su “Tarantella Cilentana”. Ma andiamo per ordine: il nome della band deriva dall’espressione dialettale con la quale si chiede: “Chi è?", ossia “Chi è pò?". Di loro ci siamo già occupati su Blogfoolk, presentando il primo disco inciso per la storica etichetta Phonotype, i Kiepò sono Tommaso Sollazzo (zampogna 3 palmi e 5 palmi, chitarra battente, chitarra classica, tarota, mandolino, mandoloncello, voce), Carmine Antonio Cortazzo (ciaramella, friscarulo, castagnola, voce, chitarra a tenaglie), Pietro Pisano (basso acustico, organo), Aniello Tancredi (voce, tamburello, organetto), Nicola Cortazzo (fisarmonica), Gianluca Campanino (colascione, mandola). “Tarantelle paglia e fieno” è il secondo album del gruppo, “musica en plein air che ti colpisce come un bacio improvviso e che poi sale vertiginosa, dentro il cielo cilentano che tutto sovrasta”, scrive Giandomenico Curi nelle note di presentazione. Una proposta in cui la perizia strumentale è al servizio della schiettezza, una mescolanza pulsante di sapori terragni elargiti con estro e garbo. L’incipit è il “Preludio al Te Deum” di Charpentier, suonato per ciaramella e tarota, oboe popolare spagnolo, accoppiati al clavicembalo di Luigi Mogrovejo. Da lì ci si tuffa nel pieno della tradizione cilentana, con il più famoso canto a distesa (“La Cilentana”) su ritmo di tarantella portato da chitarra battente e castagnette, cui segue un valzer (“Valzer di Antoniuccio”), composto da Antonio Cortazzo. Il friscarulo, un flauto di canna, fa da guida in “Brunettella”, canto raccolto a Cannalonga. Farà storcere la bocca ai tradizionalisti pugliesi, ma ecco la mescita di “Mannaggia lu vinu”, un sing-a-long tratto dal repertorio di Beppe Junior, che diventa “Vino vino”, con il valore aggiunto del formidabile virtuosismo alla ciaramella di Antonio Cortazzo. Con la “Polka di Michele” ritorniamo alla tradizione del salernitano, il funambolo Francesco Citera, già collaboratore del gruppo, si aggrega alla fisarmonica, mentre un altro cilentano doc, Angelo Loia, è alla chitarra classica. Per non farsi mancare nulla, è la volta poi di una jota spagnola, rivisitata con mandolino, chitarra classica, organetto e fisarmonica. Ritorniamo nel Cilento storico con “Rosa rosella”, una serenata d’amore di S. Mauro Cilento, che si chiude con una minaccia… “Jumbusedu”, appartenente al repertorio del calabrese Mimmo Cavallaro, nel disco è rinominata “Tarantella internazionale”, per via del ritornello universale: “titinghi e tichitità” (“Si canta uguale in tutte le lingue del mondo”, spiega Pietro Pisano). Ancora un canto cilentano, “O Dio ca issi a Mari” , proveniente da Ascea Marina, il cui testo fa riferimento alla disperazione di un uomo che, non potendo sposare l’amata a causa del mancato consenso da parte del padre della ragazza, vorrebbe morire e poi farsi rinvenire dalla sua amata (“Oh Dio, vorrei andare a mare per annegare, e nessuno sapesse dell’accaduto / l’onda del mare mi portasse su uno scoglio mangiato dai pesci / e dalla puzza nessuno ci accostasse, solo la mia bella ci venisse / e mi pigliasse in braccio e mi baciasse e con il suo respiro mi rinvenisse”). Con un salto oltreoceano, eccoci a “La Galopera”, canzone paraguyana arrangiata per zampogne e ciaramella, altro cavallo di battaglia live dei Kiepò, cui segue un canto narrativo di Cannalonga (“Pastorello”), area di provenienza della schiatta dei Cortazzo. Ancora un passaggio latinoamericano con “Inno alla Madonna di Guadalupe”, arrangiato per organo a canne, zampogna e ciaramella. Si tratta di un brano registrato dal vivo nella chiesa parrocchiale di Ceraso (SA) con un organo a canne settecentesco opera del Carelli di Vallo della Lucania. Il gran finale è dato dalla “Passacalle” di Boccherini e da un tributo ad un noto compositore d’opera pesarese (“Omaggio all’amico Gioacchino”), rivisitazione che vi lasciamo indovinare, dove alla voce si sostituisce la tessitura acuta della ciaramella. 


Ciro de Rosa 

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